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Valeria Tassinari

A Giverny sulle tracce del maestro

 

Il colore si rincorre in piccoli grumi luminosi, una sequenza di tocchi rapidi di giallo; poi la scia si allunga, si illanguidisce in tonalità di muschio e malva, ma subito ritornano i guizzi, gli squilli di papavero, i gesti veloci che impastano corolle, petali che fremono, cascate di salici tuffati nell’acqua, riflessi, bagliori, trasparenze.

La nebbia è un umore pastello, il lillà si stempera nell’arancio, l’autunno vince sulla primavera, scavalca l’estate con cromie di fuoco acceso. Qui, persino l’inverno innevato si riempie di riverberi iridati.

Il colore, il colore è tutto, nella luce, tra terra e cielo. Il colore che nasce in natura e ritorna nel pennello. Intorno solo aria e nuvole: l’atelier di Monet.

 

Monet
Uno scorcio del Giardino di Monet a Giverny. Courtesy © Maison et Jardins Claude Monet Giverny.

 

Non puoi capire la pittura di Claude Monet, se non percorri almeno una volta i vialetti del Giardino di Giverny.
Non puoi capire la ripetizione, il rinnovarsi dello splendore, che è rifioritura di stagioni, o la penombra calata dalla cataratta sulle opere tarde, pasticci di un anziano pittore caparbio, che non conosce a memoria le cose ma vuole dipingere solo l’istante in cui guarda, anche quando sa di avere gli occhi malati. Non puoi capire i punti di vista senza orizzonte, se non lo immagini accucciato nella barchetta ai margini dello stagno, o affacciato a quel ponte giapponese, che si inarca come un’esile danzatrice orientale, sulla prateria galleggiante delle ninfee.

A Giverny, una settantina di chilometri da Parigi, il pittore era arrivato da giovane per trascorrere le vacanze, con il cavalletto pieghevole e la sua famiglia, che via via si faceva più numerosa. Tutti insieme, a godersi il sole en plein air, in una semplice dimora di campagna presa in affitto per l’estate.

 

Claude Monet nel suo giardino, fotografato da Sacha Guitry nel 1913. Courtesy © Maison et Jardins Claude Monet, Giverny

 

Lì, tra i campi e le prime aiuole fiorite intorno al cottage, è nato un amore che presto lo ha spinto ad acquistare la casa e la terra, per abitarla, coltivarla e dipingerla ininterrottamente per quarantatré anni. Metà esatta di una lunga vita, trascorsa tra il giardino di Giverny e le gallerie di Parigi, fino al 5 dicembre 1926 quando, a ottantasei anni, il pittore ha chiuso per l’ultima volta quegli occhi che tanto avevano lavorato, guidando il cuore e le mani.

Gli occhi: la questione dell’Impressionismo è sempre stata lì, nello sguardo, nella retina che cattura l’immagine della natura e la trattiene per un attimo, nell’alchimia della luce che diventa macchia di colore e torna verità tattile nel pennello. Il lavoro di Monet era stato prolifico e instancabile allo stesso modo in pittura e in giardino.

 

Uno scorcio del Giardino di Monet a Giverny. Courtesy © Maison et Jardins Claude Monet, Giverny.

 

Da pittore, aveva imparato a fare il giardiniere per preparare la scena in cui muoversi, coltivava le piante immaginando l’effetto d’insieme, seminava per entrare in sintonia con le fibre vegetali e farle risuonare di un unico magico accordo. La natura offre una tavolozza duttile e ribelle, lo aveva compreso bene anche Gertrude Jekyll, geniale pioniera del nuovo paesaggismo inglese e sua contemporanea, che, con le sue bordure fiorite e selvagge, sfumate come lunghe tracce di pennello, dichiarava di ispirarsi ai quadri di Turner e di Monet. Il giardino è un dipinto a tre dimensioni, da abitare poeticamente.

La casa rosa dalle grandi finestre verde foglia esplode di colori, all’interno ha il respiro di una tavolozza che ti avvolge con le sensazioni rubate alle fioriture del vialetto: il giallo abbagliante dei narcisi accende la sala da pranzo, la freschezza azzurra dell’iris scorre sulle ceramiche della cucina.

È tutto un gioco di rispecchiamenti, di riflessi, tra il Clos Normand – dove le geometrie del giardino all’italiana si stemperano in distese di corolle che sembrano tracciate con un lungo gesto della mano – e lo stagno delle ninfee, dove le adorate stampe di Hokusai, ancora appese alla parete dello studio, prendono vita nella forma inconfondibile del ponticello.

Era bello abitare a Giverny alla fine dell’Ottocento, con i vestiti bianchi leggeri, i cappelli di paglia e gli amici artisti che venivano dalla città per godersi la colazione in campagna. E si sta ancora bene, in ogni stagione, grazie ai giardinieri che mantengono viva la grande opera, con una fedeltà all’originale di cui la Fondation Claude Monet e la Natura sono complici e garanti.

Le pennellate di colore ai lati del viale continuano a cambiare mentre le stagioni scorrono sotto il pergolato di glicine profumato, tra i roseti, nello spettacolare specchio, dove grappoli di ninfee incatenano i riflessi dei salici piangenti al cambiare rapido del cielo. Diciamolo, Monsieur Monet, che questa è la vera grande esperienza immersiva che ha saputo regalarci con la sua arte, mentre tutto quello che oggi circonda le sue mostre, tra gigantografie e proiezioni, non c’entra nulla.

 

Un’immagine della cucina di Monet a Giverny. Courtesy © Maison et Jardins Claude Monet Giverny.

 

Forse lei non sapeva, Claude, di star realizzando una grande opera concettuale, quando pensava solo a dipingere quadri. Ma certamente lei sapeva, che tra le immense tele concave delle Grandi Ninfee dell’Orangerie del Louvre e lo stagno di Giverny avrebbe potuto far soffiare la stessa brezza. Così, un secolo dopo, il respiro di un giardino del nord riesce ancora ad arrivare fin dentro Parigi, ad increspare i colori dell’acqua in quella impressionante sala ovale dove potresti restare per ore, seduto sulla panca a forma di barca.

 

 

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