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Valeria Tassinari

Nella chambre n.13 dell’Hôtel Carcassonne Paris, dove il vento ha accumulato polvere e foglie di quercia, le pareti lievemente sghembe e gli arredi modesti producono uno straniamento metafisico. Lo sguardo vacilla, ma non è per il vino, già svuotato dalle bottiglie immobili; non sono la solitudine, i piatti vuoti, il battere dei rami, il suono spento dei passi incerti sul pavimento inclinato: ad accendere la macchina del turbamento, quella vertigine che prende lo stomaco e gli occhi, è il cielo che fa da tetto alla casa e al bosco, scivola sui campi e la collina, e non si ferma.

 

Daniel Spoerri, Unicorni / Ombelico del mondo / Onphalos, 1991, installazione, bronzo, cm 250x40x50. Foto Susanne Neumann. © Fondazione Il Giardino di Daniel Spoerri.

 

L’instabilità è l’unica certezza. Il cielo aperto, che unifica natura e cultura in un unico grande mistero, è, infatti, l’imprendibile confine di Hic Terminus Aeret, una delle fondazioni per l’arte contemporanea più intriganti al mondo, un luogo in cui lo spaesamento è terra coltivata da esplorare, in un rapporto strettissimo tra cultura e ambiente naturale. Qualcosa, ma non molto, in comune con Land Art e Earth Art, nessun vincolo all’uso di materiali ecocompatibili, un’idea in progress di parco di scultura che viene a definirsi nel suo insieme come luogo del fantastico e della meraviglia, ma di un ripiegamento intimista dal sapore ancestrale.

 

Eva Aeppli, I Pianeti, 1975-76, bronzo su colonne di marmo rosa Portogallo, cm 180x25x25. Foto Daniele Badini. ©Fondazione Il Giardino di Daniel Spoerri.

 

Si parte dall’interno, dunque, e così, affacciati alla porta di un’architettura di bronzo (250 x 300 x 500 cm) che è riproduzione fedele di una camera in cui l’autore ha vissuto tanto tempo fa, iniziamo il percorso – cioè letteralmente entriamo nel gioco iniziatico – che ci aspetta nel Giardino di Daniel Spoerri, a Seggiano (Grosseto).

Dislocati a quasi 1,300 km da Parigi, dove si trovava la stanza originale, entriamo e usciamo da questa navicella che elude il tempo e lo spazio, e, calati in un paesaggio che sembra disegnato per rappresentare il Paradiso, iniziamo a esplorare; proprio come avviene, poco lontano da qui, nel cinquecentesco Bosco Sacro di Bomarzo, dove la bocca di una grotta a forma di mostro ti sfida a iniziare un cammino esoterico. Basterebbe questa somiglianza a farci intuire che questa non sarà una visita guidata e che, viaggiatori alla ricerca di smarrimenti, dovremo perderci per ri-conoscerci.

 

Not Vital, Daniel Nijinski Superstar, 1997, resina sintetica, cm. 200x180x50. Foto Daniele Badini. ©Fondazione Il Giardino di Daniel Spoerri.

 

La casa inclinata, gli attraversamenti, l’arte che si materializza in apparizioni inquiete, erudite e inaspettate, dentro il canto profumato di una natura suadente, tutto ci rivela che l’ispirazione di questo “teatro dell’inconscio” contemporaneo viene direttamente dal perturbante parco iniziatico manierista del principe Orsini, un luogo che ha colpito l’immaginario di Spoerri quando, nei primi anni Novanta, ha comprato con la moglie Katharina Duwen una grande tenuta in Toscana.

Da quel momento intorno al grande casale d’abitazione (luogo di studio ospitalità) 113 opere sue (circa un terzo) e di altri 54 artisti, sono state progressivamente integrate nei 16 ettari di vegetazione mediterranea, diventando parte di un paesaggio dell’anima, della memoria e della psiche; un paesaggio antropico dove la natura resta tuttavia potente e induce a una profonda riflessione, grazie a un’esperienza immersiva, in cui tutti i sensi sono sollecitati, sia nella percezione del visibile sia nell’interpretazione del trascendente.

La riflessione sulla vita, la condizione umana e le relazioni interpersonali, da sempre al centro della ricerca di Spoerri, sono sfide lanciate a quel cielo imperturbabile, avventure da condividere con i suoi più cari amici, artisti internazionali che da anni invita a partecipare a questo progetto. E più che un progetto, si direbbe un’esperienza sempre in trasformazione, assecondando i ritmi della natura e inseguendo un inafferrabile genius loci, la cui fiammella deve bruciare dentro ogni opera.

Le suggestioni sono molte: la mitologia classica, le leggende nordiche, l’antropologia, l’alchimia, la lotta immortale tra eros e thanatos (amore e morte, ineluttabile regia che dirige tutte le creature viventi), l’ironia dell’accumulazione dadaista, la poesia concreta e la capacità poietica del suono. Su tutto, un’atmosfera sospesa tra metafisica e surrealtà, che ci sorprende come bambini, ma turba chi cerca di decifrare razionalmente l’inspiegabile, in una passeggiata di tre ore che addestra a liberare sguardo e respiro, a salire, a planare, a inoltrarsi nell’oscurità e a ritrovare la luce.

Tra le tante opere dello stesso Daniel, alcune divertono, altre sconcertano, altre attraggono come magneti: Onphalos, il cerchio magico di teste d’unicorno, che domina dalla punta della collina, scenografico osservatorio per tramonti leopardiani; o il grande Labirinto antropomorfo, costruito come un disegno di muretti di campo da percorrere accarezzandoli. Numerose sono anche le opere di Eva Aeppli, sua amica di una vita: le apparizioni di teste totemiche e le auree presenze che rimandano al rispecchiamento degli astri nel destino degli uomini, sono testimoni di una forza catalizzatrice di energie che distilla l’eredità dell’avanguardia.

Tra gli altri interventi, molto diffuse sono le suggestioni antropomorfe e i richiami alla trascendenza. Ad esempio, esplora il tempo con lievità metafisica Continuo di Roberto Barni, una grande scultura di bronzo in cui due viandanti si fronteggiano agli estremi di un dondolo, che li muove e li blocca, nell’istante in cui l’equilibrio è perduto. Commuove la forza evocativa di Adamo ed Eva, intervento di Dani Karavan, che ha semplicemente dipinto con foglia d’oro la ferita del tronco di un ulivo spaccato in due da un fulmine, nostalgia biblica dell’unità perduta.

E se Graziano Pompili, con la sua casa d’erba e croste di marmo definisce l’archetipo in cui Poeticamente abita l’uomo, tante sono le opere fisicamente “abitabili” per interagire, entrandovi, toccandole, attivandole: così è per Penetrabile sonoro di J. Rafael Soto, un’architettura che funziona come uno strumento, da suonare sfiorandola con il corpo, o per il plumbeo Villaggio di Bunker di Uwe Schloen, che, dietro l’apparenza austera, custodisce i quattro elementi fondativi del tutto – aria, acqua, terra e fuoco.

Paradossali e disincantate, affiorano ovunque le citazioni colte, come la provocatoria Non aprire prima che il treno si sia fermato (Venere e Davide tra i respingenti) di Pavel Schmidt, minaccioso assemblaggio pendente che gioca con il kitsch neo-rinascimentale, oppure Il bosco di Platone di Richard Gestner, candore apollineo dipinto sui tronchi dell’abetaia. E se al suono dei tamburi che rullano dal profondo forse fuggiremo, come le 160 oche di cemento di Oliver Estoppery nella spettacolare installazione Dies Irae, forse arriveremo comunque alla Pietra della Fortuna, concepita più di due secoli fa da un raffinato poeta viaggiatore di nome J. Wolfgang Goethe.

Là, di fronte alla dialettica cristallina di una sfera in equilibrio su un cubo di travertino, potremmo anche provare a decifrare l’attimo in cui l’enigma si svela di fronte alla bellezza, nell’intuizione della perfezione divina; oppure possiamo sperare nella buona sorte, e continuare a respirare a fondo per riprendere il cammino.

 

 

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