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Valeria Tassinari

Il Vittoriale degli Italiani è stato donato da Gabriele d’Annunzio al “popolo italiano” nel 1923, con un primo atto, poi perfezionato nel 1930. Dal 1937, anno precedente la morte del poeta, è Fondazione. I lavori sono proseguiti, sotto la guida di Gian Carlo Maroni e, dopo la morte dell’architetto, seguendone le intenzioni. Nel 2012 il giardino è stato premiato come parco più bello d’Italia. Nel 2020, nel rispetto del progetto originale, è stato completato il Parlaggio, il grande anfiteatro affacciato sul lago dove si tengono importanti manifestazioni estive. Dal 2008 Giordano Bruno Guerri dirige l’opera di conservazione, rinnovamento e comunicazione del complesso monumentale dannunziano. Nel 2021, in occasione del centenario, Valentina Raimondo ha curato un volume che ne ricostruisce accuratamente la storia.

 

Vittoriale, bello e arcano

di Giordano Bruno Guerri

Dopo avere raggiunto le vette dell’arte, della guerra, dell’amore, Gabriele d’Annunzio vuole specchiarsi nell’essenza della materia. Il Vittoriale degli Italiani è una dichiarazione di poetica, il manifesto antropologico e culturale di un’estetica della libertà, della fantasia e dell’intelletto. Il bello, in quanto tale, non conosce gerarchie, semmai contempla contaminazioni: lo si può trovare nell’accostamento degli emblemi che affollano la facciata della Prioria come nei brandelli di una stoffa orientale, nelle scatole di latta liberty come nella chincaglieria esotica accumulata senza un ordine apparente.

Certo di essere ispirato da un’”arte sovrana” e dal “gusto della forma e del colore”, Gabriele cerca soluzioni ardite, accostamenti improbabili, composizioni ingegnose, pur di affollare gli spazi dove vive. Logico che la “gente semplice” sorridesse “ignara o attonita” del suo stile.

Non è facile calarsi in un’atmosfera dove tutto è ridondante e ancora oggi capita spesso di sentire tra i visitatori esclamazioni di entusiasmo frammiste a voci diffidenti, a perplessità (“come ha potuto vivere qui?”); alcuni, contagiati dall’arcano che aleggia in quelle stanze, si sentono confusi, soffocati. Capire il Vittoriale senza conoscere d’Annunzio è come guardare i geroglifici prima della Stele di Rosetta, belli e incomprensibili. E per questo molti visitatori, dopo essere stati qui, cominciano a leggerlo.

 

Una stanza della “Prioria”. Courtesy Il Vittoriale degli Italiani. Foto Marco Beck Peccoz.

 

Cent’anni nell’alcova della Patria

di Valeria Tassinari

L’allure letteraria, il fitto intreccio di cimeli e simboli esoterici, le stanze intrecciate di quadri, mobilio, libri e tessuti; echi di viaggi, sculture classiche, esotismi, la regia della luce, le penombre conturbanti: tutto ancora immobile, fissato seguendo il copione occulto di una drammaturgia sottile; tutto come era nel momento in cui l’esteta ha accarezzato per l’ultima volta la scenografia della sua vita.

Se pensi al Vittoriale di Gabriele d’Annunzio come alla casa-museo di un dandy, probabilmente ti aspetti che la visita sia un passaggio nell’intimità e nella meraviglia, come accade nella maison particulière di Gustave Moreau a Parigi, o nella Villa San Michele di Axel Munthe ad Anacapri: luoghi dove eccezionali vite di artisti, a lungo nutrite di ogni bellezza, si sono trascritte in un sistema di ambienti sofisticati, fittamente decorati come pagine di memoriali miniati. Teatri dell’esistenza e dell’immaginario affidati agli oggetti belli e rari, case come scrigni della memoria sigillati con la ceralacca fin de siècle, ma lanciati in orbita verso il futuro, nell’utopia dell’immortalità dell’arte.

Qui, però, non sei a un passo dall’ambigua Pigalle, e nemmeno sul blu sfolgorante del Golfo di Napoli. A Gardone Riviera puoi solo guardare verso il “lago di camomilla”, la carezzevole sponda occidentale del Garda che, si dice, lenisce l’inquietudine.

Qui, se cerchi l’orizzonte, capisci subito che, più che la lussuosa dimora di un eccentrico egocentrico, questo è il rifugio di uno spirito ferito, o il santuario per l’incubatio terapeutica, il sogno attraverso il quale gli antichi cercavano la guarigione nel contatto con il soprannaturale. Spesso sul lago galleggia un riflesso perlescente, che incanta e ottunde, trasogna e trascolora.

Quando d’Annunzio arriva qui, nel 1921, dopo la drammatica fine dell’occupazione di Fiume cui ha dato l’anima, è ancora inverno, il clima è mitigato e malinconico. L’animo è agitato dall’amarezza di chi ha appena visto finire un’impresa esemplare, è offeso dal paradosso di un sogno patriottico troncato dalla sua stessa patria. La politica sta cambiando, non sarà più tempo per lanciarsi in nuove azioni fuori dalle regole, nella vita pubblica ha già dato, al massimo continuerà a trasgredire nell’alcova, forse nella penna. Una vecchia ferita gli ha tolto parte della vista e un oltraggio più fresco gli toglie la voglia di tornare in prima linea. Tutto deve essere tenuto a distanza, basta sogni d’azione.

 

Vittoriale
Il peristilio di accesso al giardino del Vittoriale. Courtesy Il Vittoriale degli Italiani. Foto Augusto Rizza.

 

A meno che proprio qui, da questa distanza, non possa iniziare un nuovo sogno, imbozzolato nella “macaia” di lago che cancella il limite tra acqua e cielo, che annebbia i sensi col suo respiro umido e denso, uscito dal profondo. E il Vittoriale, forse, è proprio questo, l’invenzione di un sogno cosmico, fatto di cose che il Comandante guida a conquistare la terra dell’eterno ricordo; perché, dice il Poeta-soldato, il Vittoriale è “guscio di lumaca”, deposito per “resti di naufragi”. Gli oggetti, le pietre dell’antica cascina settecentesca ristrutturata come un palazzo, i cimeli delle avventure più estreme, gli abiti ricercati, i volti delle donne amate e persino i fiori del giardino sono materia da reinventare poeticamente.

Il Vate lo sa dire con esattezza: “il sogno cosmico è la rappresentazione totale del mio cervello. Ogni oggetto è attratto in me e si dissolve in me. Io creo, trasfiguro, invento”. Così, in questo luogo d’acqua e d’oblio, microcosmo al confine con l’universo – dove, per diciassette anni, d’Annunzio celebrerà ogni giorno il rituale del suo distacco dal mondo, in una cornice naturale inebriante – vengono in mente le struggenti parole di Marguerite Yourcenar, che raccontano il commiato dalla vita del più raffinato degli imperatori. Al Vittoriale succede anche questo: ti inoltri nel giardino pensando alle Memorie di Adriano, ed ecco che su un parapetto riconosci il busto di Antinoo, incoronato come Dioniso da tralci e grappoli, lo sguardo assorto e le belle labbra di pietra ingrigite dai sedimenti del tempo. Intorno il profumo delle rose, che si sfalda nel sospiro di melme, quel soffio occulto che nei luoghi d’acqua dolce non ti abbandona, anche quando si declina in freschezza di petali, di erbe calpestate, di incensi e di droghe. Antinoo, amante imperiale adorato e perduto in acqua, divinità dalla bellezza inalterabile, ti aspettava come un genius loci.

“Taci Ascolta Piove Odi?”. Se hai letto La pioggia nel pineto, ti guida una voce suadente, inevitabile. Ascolti il ruscello, e scendi dove l’Acqua Savia e l’Acqua Pazza si fondono nel Laghetto della Danze, disegno liquido a forma di violino; risali e, mentre cerchi la prora della Nave Puglia (il relitto della Grande Guerra incagliato sulla collina come un folle vascello volante), ammutolisci per non disturbare la nuda innocenza di un ermafrodito dormiente, che si chiama Rebis, ed è opera contemporanea di Sergio Monari. Nel grande parco-giardino, natura e architettura cantano insieme con voce di sirene, e la scultura più attuale, recentemente inserita a integrazione del progetto dannunziano, è un anacronismo perfetto per questo gioco di lancette impazzite, dove la storia è tutto e il tempo è nulla. Gli artisti hanno capito il luogo, e tante sono le opere che lo abitano con leggerezza, come le figure frementi e trasognate di Ugo Riva, il cavallo di Mimmo Paladino imbevuto di blu celestiale, o i cani liberi di Velasco Vitali, spiriti vigili tra le austere arche gotiche del monumentale Mausoleo dannunziano, dove “ogni uomo seppellito è il cane del suo nulla”.

Il Comandante amava gli animali, tanto che all’architetto Gian Carlo Maroni, suo “maestro delle pietre vive” – fedele artefice dell’intero complesso della “Santa Fabbrica” del Vittoriale – chiese persino il progetto di un Cimitero per i suoi levrieri; e volle un posto d’onore nella sala da pranzo Art Déco per le spoglie della Cheli, la grande tartaruga donatagli dalla marchesa Casati, morta per indigestione di tuberose, che venne laminata in bronzo ed eternamente poggiata sul tavolo come monito per i commensali. Lui, uomo per nulla austero anche se ormai mangiava in solitudine, nell’amore per gli animali aveva trovato la ragione più autentica del suo presunto francescanesimo. Ma il gioco dell’eremita – che lo aveva spinto a chiamare Prioria la sua dimora e Clausura la zona riservata alle donne (dove dormivano le domestiche, ma anche “Badesse” in biancheria di seta) – ci intriga fin dall’ingresso nella casa.

Due porte ai lati della scala introducono al bivio tra le sale d’attesa: l’Oratorio dalmata per le visite gradite, la Stanza del Mascheraio (dove passò anche Mussolini) per gli ospiti indesiderati. Inizia così il gioco di opposti e paradossi che ti intriga per tutto il percorso, come la trama di un racconto simbolista. La relazione tra gli oggetti concorre a comporre la metafora dell’arte, della vita, della sapienza, dell’insensatezza e della poesia, che tutto racchiude e sublima.

 

D’Annunzio nell’Arengo del Vittoriale. Courtesy Il Vittoriale degli Italiani.

 

Difficile, e inutile, cercare di restituire in poche parole l’essenza di un percorso costruito per essere complesso, prolisso, retorico, persuasivo, perturbante e disorientante. Lento è stato il tempo della stratificazione delle cose, che per d’Annunzio sono materia espressiva infusa di anima e storie, e lento dovrebbe essere il tempo della visita. Desideri profondamente la lentezza, mentre ti pieghi all’accompagnamento di una guida, che descrive velocemente e detta il ritmo, privandoti della solitudine che tanto piacerebbe. Allora cerchi di rubare istanti per la contemplazione, cerchi di intuire le connessioni tra ciò che vedi, avanzando tra mobili, strumenti musicali, calchi michelangioleschi (Michelangelo, amatissimo, qui è “il parente”), idoli di ogni religione e reliquie di imprese militari: la fede nel coraggio, sempre, su tutto.

Il ritratto di Dante Alighieri di Adolfo De Carolis è a un passo da una mitraglia; lo studio, nel piano più alto della dimora, ha una porta bassa che impone di inchinarsi, per entrare come devoti nel tempio della creazione.

Come monaci in preda al turbamento dei sensi, ci si muove in gran parte nella penombra, necessaria per l’infermità visiva del Vate, che proprio qui curò la seconda edizione del Notturno, il memoriale della sua rasentata cecità. “La parola che scrivo nel buio, ecco, perde la sua lettera e il suo senso. È musica”. Dietro ai tendaggi e ai vetri oscuranti, tra letti e divani, la parola in dissolvenza diventa suono, abbraccia la musica.

 

Un ambiente rappresentativo della “Prioria”. Courtesy Il Vittoriale degli Italiani. Foto Marco Beck Peccoz.

 

Riverbera ancora, sui cuscini e sui tasti, il tocco delle dita di seta della pianista Luisa Baccara, presenza d’amore degli ultimi anni. Nel labirinto armonico, le stanze hanno nomi evocativi, ciascuna è un mondo. In quella del Lebbroso, il soffitto dipinto magnificamente da Guido Cadorin riempie il cielo delle immagini di mistiche femminili, divinità protettrici sopra la culla-catafalco, che il Comandante ha predisposto con grande anticipo, preparandosi a chiudere il cerchio. Accade proprio così: una sera d’inverno del 1938 Gabriele d’Annunzio si piega su sé stesso e, come il serpente uroboro, disegna l’infinito, annientato improvvisamente da un’emorragia al cervello mentre è allo scrittoio della Zambracca, la sua ultima Wunderkammer. Lì forse, potresti trovare l’ultima carezza, l’ultimo sguardo, la firma del suo testamento di pietra e mistero. Il senso vero di quella frase all’ingresso – “Io sono quel che ho donato” – che dopo ore di contemplazione ti lasci alle spalle.

 

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