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LA SOGLIA DELL’ORO. “El Greco” e la pittura tra Creta e Venezia

L’ORO DIPINTO. El Greco e la pittura tra Creta e Veneziaph irene fanizza-4 (1)
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È sempre bello lasciarsi sorprendere e affascinare, così come mi è successo personalmente di fronte alla mostra in scena a Venezia, nell’appartamento del Doge a Palazzo Ducale.

Senza dubbio un evento culturale di notevole rilievo, perché offre una rara e approfondita panoramica sull’interazione tra la tradizione pittorica bizantina e quella veneziana, portandoci indietro nel tempo tra il XVI e il XVII secolo. 

Mi è apparso subito evidente il desiderio dei curatori di restituire alla produzione post-bizantina cretese uno statuto autonomo, quindi una dignità storica, svincolandola dalla retorica conservativa che l’ha spesso subordinata a quella che viene definita la “modernità” occidentale. Tutto è subito chiaro nel progetto curatoriale, sobrio nella sua concezione e allo stesso tempo volutamente rigoroso nell’apparato scientifico: l’intento dichiarato è quello di valorizzare il periodo formativo di Domínikos Theotokópoulos, “El Greco”, evidenziando il nodo culturale e iconografico che lega la scuola cretese alla superba scuola veneziana del Cinquecento.

L’allestimento si sviluppa in una sequenza tematica, pensata su misura per evitare uno statico determinismo cronologico. Intelligentemente, l’oro è proposto come cifra dominante non soltanto in senso materiale, ma soprattutto simbolico. Così attraversa l’intera narrazione, come elemento di continuità: dalle icone di Angelos Akotantos e Andreas Ritzos, fino alle composizioni pre-rinascimentali di Bellini e Vivarini. Si prende il ruolo di sfondo epifanico dell’icona, assolutamente immobile e fuori dal tempo, fino a diventare poi veicolo cangiante e prospettico nella pittura lagunare. Ed è proprio in questo passaggio che si inserisce la genialità di un artista unico, che inevitabilmente diventa mito: “El Greco”. 

Le opere presenti in mostra non sono numerosissime, ma scelte con cura e attenzione per dimostrare una continuità che – forse – è meno evidente di quanto la si voglia far apparire. La genialità di un “Grande”, però, riesce perfettamente a emergere con la forza purissima e inarrestabile del talento: la “Fuga in Egitto”, che dal Prado appare a Venezia, è il precoce esempio di quanto il soggiorno lagunare sia stato definitivo per liberare il pensiero superiore del Maestro dalla tradizione formativa. Il dipinto mette immediatamente in crisi tutte le categorie storiografiche tradizionali: non è del tutto veneziano, ma non rispetta alcuna delle imposizioni creative della pittura cretese. L’opera si muove in una zona inesplorata, che costituisce la vera cifra stilistica dell’artista. “El Greco” più che assimilare trasforma; l’icona non viene dimenticata e la prospettiva non viene accolta, ma deformata. La sua pittura è frutto di una sintassi inevitabilmente instabile, davvero nuova perché appena creata, che raccoglie in sé ascetismo e teatralità, ieraticità e pathos. 

In questo senso la mostra riesce a restituire con efficacia la viva tensione che anima tutta la sua opera, soprattutto quando rinuncia alla tentazione di “spiegare troppo”. Se proprio volessimo trovare un limite al percorso espositivo, infatti, lo indicherei nell’eventuale sovradeterminazione del nesso tra Creta e Venezia come snodo necessario, quasi determinante, nella maturazione spagnola del pittore. “El Greco” che vediamo esposto, però, non è mai (e mai dovrebbe essere) un artista “in transito”; è piuttosto l’evidenziazione di un punto di attrito tra linguaggi inconciliabili per loro natura, il sintomo di una discontinuità mai pienamente risolta. Certo, l’incontro con le opere di Tiziano, Bassano e Tintoretto non può essere stato privo d’ispirazione per la sua crescita, ma lo splendido “San Pietro” del periodo spagnolo in mostra è creazione geniale e totalmente autonoma. Illuminante, così come l’inatteso e coinvolgente spazio nelle ultime due sale: lì dove sta l’installazione interattiva, basata su una rete neurale. 

L’intelligenza artificiale scansiona e immagazzina le opere, offrendo la preziosa possibilità di re-interpretare tutta l’iconografia con un solo tocco della mano. Il ricorso alla tecnologia immersiva (“Imago Physis”), costituisce una parentesi brillante e misurata, in grado di amplificare l’esperienza senza cedere alla retorica della musealizzazione interattiva. Molto interessante anche la sezione dedicata alla produzione “collettiva” delle botteghe cretesi, che tanto dovrebbe e potrebbe insegnare a molti contemporanei, e che evidenzia una volta e per tutte la singolarità del percorso di “El Greco”. 

L’oro dipinto si rivela dunque più che una consueta mostra monografica, come un laboratorio critico sulla soglia culturale e teologica. “El Greco” non è raccontato nel ruolo di ponte tra due mondi, ma in quanto incarnazione di una frattura: un’icona in movimento, che continua a sfidare le “categorie” statiche nella storia dell’Arte.


Immagine di copertina:  L’ORO DIPINTO. El Greco e la pittura tra Creta e Venezia  Venezia, Palazzo Ducale, Appartamento del Doge, Venezia, 2025 – Courtesy MUVE, ph. Irene Fanizza


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