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Paolo Sciortino

Nel microcosmo infinito delle emozioni

 

Liw Volpini vorrebbe, per un quarto d’ora, potere incontrare George Seurat e chiedergli di prestarle i suoi occhi, per guardare il mondo come lo vedeva lui.

Guardare e vedere, per la precisione, sono gesti compresi in due ambiti distinti della dotazione umana: il primo appartiene al mondo naturale, il secondo a quello, a sua volta scomponibile (quasi paradossalmente), dello spirituale e dell’artificiale.

Forse anche il grande divisionista, pointillist, come egli definiva sé stesso prima delle etichette della critica, avrebbe avuto piacere di conoscere la piccola Liw, creatura minuta che manifesta preziosa e discreta ostinazione, ferma volontà applicata alla rarefatta, precisissima rappresentazione che, probabilmente, solo l’occhio di una mosca sa riprodurre, per uno scambio di sguardi e di opinioni sulla cosiddetta realtà del mondo.

 

Liw Volpini
Liw Volpini, Riborn, 2021, gesso, smalto e Uniposca, cm. 27×15.

 

In una ideale comparazione tra i due artisti, inevitabile, si assiste all’incontro tra una profezia dell’arte contemporanea e la sua conseguenza nell’attualità. Liw Volpini realizza oggi, avendo raffinato con numerose belle prove la tecnica originale del rain painting, l’evoluzione stilistica coerente e innovativa del pointillisme, appunto.

“Liw Volpini riporta in arte i risultati della scienza e della tecnologia con l’atteggiamento orante e ieratico, meditativo e manuale di una sacerdotessa Zen”

Nella infinitesimale analisi visiva delle cellule del reale consiste la visione del tutto, tra gli spazi impercettibili di vuoto che la materia del colore non invade, l’artista lascia sospensioni interstiziali, disposte sui supporti pittorici con la regolarità di un algoritmo seminatore di pixel che paiono senza soluzione di continuità e invece costituiscono, proprio nella frammentazione microscopica degli elementi primi, la compattezza della rappresentazione.

Seurat aveva previsto in arte, ben prima che cominciasse lo scorso secolo, i frattali, le nanoscienze, i bosoni e le microtecnologie, Liw Volpini riporta in arte i risultati della scienza e della tecnologia con l’atteggiamento orante e ieratico, meditativo e manuale di una sacerdotessa Zen.

Il primo fu consacrato dalla critica del suo tempo “neoimpressionista” (per scarsità di visione e di invenzione), la seconda potrebbe essere oggi chiamata “neodivisionista” (e sempre per gli stessi motivi), preferiamo però considerare George Seurat e Liw Volpini, entrambi, contemporanei e coevi, poiché guardano e vedono nello stesso modo.

 

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Liw Volpini, Venere dei Medici, 2020, gesso, smalto e Uniposca, cm 35×15.

 

Non è strano infatti che gli organi sensoriali degli artisti percepiscano il mondo in senso sincronico quantunque essi siano separati da secolari diacronie. Non se il mondo che si trasmette all’artista è sostanzialmente lo stesso, quello compreso nell’arco teso dalla storia tra la modernità e la contemporaneità. Tale è l’ambito spazio-temporale di riferimento che include il prematuro Seurat e la compiuta Liw.

Compiuta, diciamo, perché in quest’artista è riconoscibile il tratto precipuo della comprensione totale del mondo, dall’Oriente all’Occidente. E naturalmente la sua maniera di rendere l’idea del mondo è precipua, particolare, o meglio: infinitamente particolareggiata.

 

 

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