Lucia Cimini è giornalista, storica, divulgatrice e opinionista di temi culturali; scrive sul Corriere della Sera e partecipa su Rai 3 al programma Passato e Presente. Per la prima volta scrive un libro – Finché tutto splende. Il romanzo delle sorelle Necchi – pubblicato da Rizzoli. Attraverso la vita delle sorelle Necchi, Lucia Cimini ripercorre le vicende di un secolo di storia milanese e italiana, in un perfetto equilibrio tra realtà e fantasia.
Lucia, nonostante la sua giovane età, il suo è un curriculum colto e ricco. Passa con disinvoltura dai giornali alla TV. Ci racconta un po’ di lei?
Come indole ho bisogno di fare, nonostante la mia malinconia sono un’entusiasta e sento il bisogno di creare nuovi progetti. Dopo la Laurea in Storia a Milano, mi sono specializzata in Storia Moderna ma ho capito subito che l’ambito universitario non era la mia strada. Ho frequentato un Master di Management della Cultura e dopo il mio primo stage in Solferino, Casa Editrice del Corriere della Sera, ho iniziato a occuparmi di Public History e di divulgazione. Dopodiché sono stata chiamata da Paolo Mieli su Rai 3 per Passato e Presente.
Cosa l’ha spinta a scrivere un romanzo?
Ho sempre voluto scrivere un romanzo. Villa Necchi mi ha sempre affascinato, è la Downton Abbey italiana, ogni volta che viene qualcuno a trovarmi a Milano lo porto a visitarla.
È molto interessante la ricostruzione storica della Milano degli anni Venti/Trenta, immagino abbia avuto delle fonti eccellenti.
Mi sono documentata molto. Ho lavorato per sei mesi con l’ufficio di valorizzazione Beni FAI, che mi ha fornito foto, informazioni e documenti. La Crociera è realmente esistita, per esempio. Ho incontrato i personaggi che hanno conosciuto le Gigine: il presidente Magnifico del FAI e la principessa Maria Gabriella di Savoia, che mi ha ricevuta nella sua dimora di Ginevra. L’incontro con la Principessa è stato da film, sono stata ricevuta in un ambiente fiabesco ma ho avuto un’accoglienza semplice e calorosa. Il fatto che racconto nel libro, che la Principessa ha incontrato, tramite Angelo Campiglio, Lucio Fontana e che amasse i suoi Tagli, è un fatto vero, ribadito da lei stessa nella nostra conversazione.
Ci descrive le sorelle Necchi, le Gigine? lei si sente più Nedda o Gigina?
Nessuna delle due, perché voglio molto bene alle sorelle Necchi ma non mi piacciono le “vite dei santi”. Nedda a volte è antipatica, presuntuosa, viziata. Forse quella che mi rispecchia di più è Lea. Le due sorelle Necchi, le Gigine, come venivano chiamate, erano molto unite, anche se completamente diverse, hanno vissuto tutta la vita insieme sino all’ultimo respiro.
Nedda era la sorella col carattere predominante, una donna privilegiata, sicuramente, ma ha speso il suo privilegio nell’arte e nella cultura senza porsi preconcetti di genere. Era una donna all’avanguardia che senza volerlo è stata una vera pioniera del femminismo. Gigina aveva un carattere diverso, più orientato verso gli altri, desiderosa di avere una famiglia e dei figli, che purtroppo non sono mai arrivati. E per questo amava circondarsi dei bambini degli amici, soprattutto invitandoli nella bella piscina del giardino della villa, dove ho creato delle immagini familiari e di allegria.
La scena più struggente?
C’è una scena che mi emoziona sempre: Angelo asciuga, dopo un bagno in piscina, i bambini di Lea. Lo fa con grande tenerezza e malinconia, cosa che colpisce lo sguardo attento di Gigina che si rende conto, in quel momento, della sofferenza di quel marito privato della gioia di avere dei figli, il marito che tace per non appesantire il suo dolore, ma che sicuramente ha sofferto come lei per la mancanza di un sorriso di un bimbo tutto suo. Stranamente, nella vita si pensa sempre alla sofferenza delle mamme e di rado a quella dei papà.
I suoi personaggi sono realmente esistiti. È di fantasia quello di Lea, figura interessante che trasuda fascino. A chi si è ispirata?
La vicenda di Lea è vagamente ispirata alla famiglia Jarach, che è realmente esistita. Le vicende tragiche che racconto nel romanzo sono purtroppo accadute. Il personaggio mi serviva per romanzare la storia, per dare un senso romantico ai momenti più difficili legati alla guerra, all’occupazione della villa, e poi alla fuga. Lea mi somiglia perché io aspiro alla sua leggerezza d’animo, ma in realtà mi sento anche vicina alla sua parte più drammatica. Quando Lea è travolta dai fatti relativi alla guerra e alla morte del marito cambia completamente: la leggerezza l’abbandona per fare spazio all’abisso della frustrazione e della disperazione, che la porterà ad allontanarsi da tutti e che non le farà trovare più uno spazio per sé stessa al mondo.
Oggi la proprietà della villa è del FAI, come è successo?
Intorno agli anni Novanta le sorelle Necchi, di comune accordo, non avendo eredi diretti, decidono di lasciare la villa al FAI in eredità. In particolare, Gigina raccomanda a Giulia Maria Crespi, fondatrice del FAI, di trattarla come se fosse casa sua. Così è stato.
Ma chi è il protagonista del romanzo: le Gigine? La villa?
Il vero protagonista è il Tempo. Lo scorrere del tempo ha un potere su di me inquietante, da quando ero piccola è un elemento che mi ha sempre fatto riflettere: il tempo che cancella quello che è stato, che a volte sospende, altre afferma; il tempo non scorre in linea retta, non passa e basta. A volte resta incagliato negli oggetti, in certe luci del mattino che sembrano identiche a quelle di anni prima.
E il giardino?
Il giardino è la sliding doors delle Necchi, che da Pavia si trasferiscono a Milano, a due passi da Corso Venezia, il cuore pulsante della città. Il giardino della villa è il palcoscenico delle storie che girano intorno alla dimora, accogliendo tutti quei personaggi che hanno fatto grande Milano: Portaluppi, Fontana, Veronesi, la Crespi, Maria Gabriella di Savoia. Il giardino, parte di terreno di Palazzo Cicogna, ha una valenza simbolica perché permette alle Gigine di esaudire la loro ambizione, di conquistarsi uno spazio nell’aristocrazia. La prima casa delle sorelle è stata un appartamento in affitto a Palazzo Crespi, in Corso Venezia. Appena arrivate a Milano le Necchi venivano considerate delle parvenue. Tentavano di inserirsi nell’alta società: sfarzo, lusso, uno stuolo di servitù con maggiordomo e guardarobiera. Insomma, avevano raggiunto un certo status. Le Necchi, nel tempo, con la loro cultura e il loro savoir-faire, sono diventate un punto di riferimento per la Milano che contava.
Ha in programma di scrivere altri libri?
La scrittura è una malattia che non ti lascia più. In realtà sto scrivendo il prossimo libro, sarà ambientato a Parigi, potete trovare un indizio nel capitolo di Pavolini, il generale che occupò la villa durante la guerra.
Immagine di copertina: Lucia Cimini, Finché tutto splende. Il romanzo delle sorelle Necchi, Rizzoli, 2025 – Courtesy Lucia Cimini, ph. Francesca Napoletano
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