Wallace Chan e l’arte del titanio, in mostra a Venezia e Shangai

Wallace Chan, Vessels of Other Worlds, Long Museum Preview, Birth Sculpture, 2025, photo credit Tian Fang Fang
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Tra Sanxiang e Hong Kong, tra la monumentalità del titanio e la preziosità della gioielleria, si sviluppa la pratica artistica di Wallace Chan. 

Una visione che trova particolare espressione in Vessels of Other Worlds, il progetto curato da James Putnam e presentato nel 2026 in due importanti appuntamenti: a Venezia, nella Cappella della Chiesa di Santa Maria della Pietà, in occasione della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (fino al 18 ottobre 2026), e al Long Museum di Shanghai (fino al 25 ottobre 2026).
È una ricerca in cui materia, movimento e immaginazione sembrano fondersi in un processo senza forma definitiva.

Ne abbiamo parlato con l’artista.


Le sue opere sono attualmente esposte a Venezia in due contesti molto diversi, la Cappella di Santa Maria della Pietà e la Scala Contarini del Bovolo. Mentre la Biennale si avvia alla chiusura, che cosa ha rappresentato questa città come contesto per il suo lavoro, e che cosa le ha permesso di esplorare che altrove forse non sarebbe stato possibile?

A Venezia gli spazi portano già con sé una memoria. La Cappella, il Bovolo, l’acqua, la luce che cambia, gli strati della storia: tutto questo entra nell’opera prima ancora che arrivi lo spettatore. Il lavoro diventa più interiore. Deve ascoltare ciò che c’è già: il silenzio, la fede, l’architettura, il tempo e le tracce delle vite che ci hanno preceduto.

Venezia mi ha permesso di esplorare in modo molto particolare il rapporto tra l’antico e il presente, tra materia e spirito. La Biennale dà visibilità, Venezia invece dà all’opera un senso del tempo più ampio.

Qui un’opera contemporanea non è mai del tutto sola. Entra in un luogo che esisteva molto prima di lei e che continuerà a esistere molto dopo la sua scomparsa. Questo cambia il mio modo di pensare la permanenza. L’opera d’arte diventa soltanto un momento all’interno di un passaggio molto più lungo.

Forse è per questo che le opere a Venezia mi sembrano quasi dei semi. Contengono qualcosa senza bisogno di rivelare tutto in una volta. Sono custodite in una storia molto più grande di loro, in attesa di essere incontrate, ricordate e forse trasformate ancora.


Vessels of Other Worlds è presentato anche al Long Museum di Shanghai, dove le sculture raggiungono dimensioni molto maggiori. Come cambia l’esperienza dell’opera passando dal contesto architettonico raccolto della Cappella della Pietà agli spazi sconfinati del museo di Shanghai?

Mi interessa trovare un’armonia nella differenza. Venezia e Shanghai hanno ritmi, storie ed energie culturali completamente diversi, e volevo che l’opera restasse abbastanza aperta da permettere a ciascun luogo di rivelarne un aspetto diverso.

A Venezia l’architettura porta già con sé secoli di significato. L’opera entra in un’atmosfera spirituale e storica preesistente.

Il Long Museum è quasi l’opposto. È vasto, aperto, industriale, diretto. Le sculture devono creare una propria gravità. Devono stabilire un proprio rapporto con l’edificio, con la luce, con la distanza e soprattutto con il corpo umano.

Questo cambia completamente l’esperienza di chi guarda. A Shanghai ci si può avvicinare alle sculture da lontano, girarci intorno, entrarci, guardare in alto, vedersi riflessi al loro interno. La propria scala diventa parte dell’opera.

Per me era molto importante. Non volevo semplicemente ingrandire un oggetto. Volevo cambiare la condizione stessa dello sguardo.

A Venezia l’opera entra in uno spazio già colmo di storia. A Shanghai è lo spettatore a entrare nel mondo dell’opera.

Le due esperienze sono molto diverse e nascono però dalla stessa domanda: come può un oggetto fisico diventare un passaggio verso un altro stato della percezione?


Wallace Chan, Vessels of Other Worlds, Long Museum Preview, Birth Sculpture, 2025, photo credit Tian Fang Fang
Wallace Chan, Vessels of Other Worlds, Long Museum Preview, Birth Sculpture, 2025, photo credit Tian Fang Fang

Il suo lavoro mette insieme scultura, gioielleria, artigianato, tecnologia e riferimenti spirituali e culturali. Dopo più di cinquant’anni di pratica artistica, quali sono le domande che continuano a muovere il suo lavoro, e che cosa sente di stare ancora cercando?

In realtà le domande sono rimaste molto semplici.

Chi sono? Da dove veniamo? Qual è il rapporto tra materia e spirito? Che cosa accade a una vita, a un’idea o a un’opera d’arte quando la sua forma fisica scompare? E fin dove può ancora spingersi l’immaginazione umana?

Nel corso della mia vita i materiali e le scale sono cambiati. Queste domande sono rimaste con me.

A settant’anni sono forse ancora più consapevole del tempo. La vita umana è molto breve e la creazione ci permette di entrare in una diversa misura del tempo. Un’opera può richiedere dieci anni di lavoro e magari continuare a esistere per centinaia di anni dopo la scomparsa di chi l’ha realizzata.

Sto anche vivendo un momento in cui la tecnologia cambia con una rapidità straordinaria. L’intelligenza artificiale può generare immagini, idee e possibilità a una velocità che prima non avremmo potuto immaginare. Lo trovo affascinante. Allo stesso tempo mi spinge a chiedermi con più forza: che cosa resta di unicamente umano?

Per me la mano è solo una parte della risposta. Il resto è l’intenzione, il dubbio, la resistenza, la curiosità, la memoria, l’intuizione: tutta l’esperienza vissuta che porta una persona a fare una scelta piuttosto che un’altra.

La tecnologia ci darà più possibilità. Sono però ancora gli esseri umani a dover decidere che cosa valga la pena creare.

È questo che sto ancora cercando: non soltanto che cosa può diventare l’arte ma anche che cosa significa creare da essere umano.


Il titanio è diventato uno dei materiali che definiscono la sua pratica, sia nella gioielleria sia nelle sculture monumentali. In che modo la sua esperienza di artista del gioiello ha influenzato il suo approccio alla scultura, in particolare quando tecniche e dettagli propri della gioielleria vengono trasposti su una scala così grande?

La gioielleria mi ha insegnato a guardare molto da vicino.

Quando si lavora con una pietra preziosa, una frazione di millimetro può cambiare il modo in cui la luce entra, si riflette e torna all’occhio. Un aggiustamento minimo può aprire un mondo visivo completamente diverso.

Questa sensibilità non è scomparsa quando ho iniziato a lavorare su scala monumentale.

La scultura mi permette di espandere l’esperienza nello spazio. Ciò che un tempo si teneva in mano o si indossava può diventare qualcosa intorno a cui camminare, sotto cui fermarsi o in cui entrare fisicamente. Il monumentale resta però costruito a partire dal minuscolo.

Ognuna di queste sculture è composta da migliaia di singoli elementi. Ogni giunzione, superficie, curva e riflesso contribuisce all’insieme. In questo senso la disciplina è molto vicina a quella della gioielleria. Alcuni dei miei gioielli sono altrettanto complessi, solo compressi in uno spazio fisico molto più piccolo.

Per questo nel mio lavoro artigianato e ingegneria restano inseparabili. I Vessels sono composti da oltre 5.500 componenti in titanio, insieme a migliaia di elementi di raccordo e a più di 20.000 viti. Ho scelto di non nascondere del tutto questa complessità. Voglio che chi guarda percepisca che qualcosa di monumentale è stato costruito attraverso l’accumulo di innumerevoli decisioni precise.

Ho passato gran parte della mia vita a muovermi tra il microscopico e il monumentale. Per me non sono opposti. Il grande è fatto del piccolo, e nel piccolo può già esserci un intero universo.

Che lavori con una pietra preziosa o con una scultura di dieci metri, continuo a pormi la stessa domanda: come può la materia portare con sé qualcosa di più grande della sua forma fisica?


Wallace Chan, Vessels of Other Worlds, Long Museum Preview, Birth Sculpture, 2025, photo credit Zhong Han
Wallace Chan, Vessels of Other Worlds, Long Museum Preview, Birth Sculpture, 2025, photo credit Zhong Han

Le sue opere riuniscono spesso elementi della cultura cinese, della mitologia, della spiritualità e della storia dell’arte occidentale. Quanto è importante per lei preservare la memoria delle tradizioni e dei saperi che l’hanno formato, e quanto è importante trasformarli per creare qualcosa di nuovo?

Culture diverse hanno sviluppato modi diversi di affrontare molte delle stesse domande fondamentali: chi sono? Perché nasciamo? Come affrontiamo la sofferenza? Come comprendiamo la morte? Come può un essere umano trasformarsi?

La filosofia buddhista, l’iconografia cristiana e le tradizioni artistiche occidentali provengono da storie molto diverse. Nei loro strati più profondi toccano però spesso questioni che appartengono a tutti gli esseri umani: la compassione, l’impermanenza, la redenzione, la trasformazione, la luce, la mortalità e le dimensioni invisibili dell’esistenza.

Non mi interessa usare la tradizione come decorazione né trasformare questi riferimenti in affermazioni religiose fisse. Per me sono linguaggi diversi attraverso i quali gli esseri umani hanno cercato di avvicinarsi a ciò che non si lascia spiegare facilmente.

Questo dialogo tra culture mi insegna l’umiltà. Nessuna tradizione da sola può contenere la totalità dell’esperienza umana. Ognuna offre un modo diverso di vedere.

L’arte può permettere a questi modi di vedere di incontrarsi senza costringerli a diventare uguali.

E la memoria stessa non è statica. Ogni generazione riceve qualcosa dal passato e deve anche incontrarlo di nuovo a partire dal presente.

Per me è qui che entra l’invenzione.

Non mi sono mai proposto di diventare un inventore. Ho inventato perché l’opera richiedeva qualcosa che ancora non esisteva: un nuovo strumento, un nuovo taglio, un nuovo modo di lavorare la pietra, la luce o la materia.

In questo senso l’innovazione è uno dei modi in cui un’idea resta viva, senza rifiutare la tradizione.


Con Mythos e Vessels of Other Worlds a segnare una fase così ambiziosa della sua pratica, che cosa vorrebbe esplorare adesso? Ci sono nuovi materiali, tecniche, scale o idee che sta già sviluppando per i prossimi progetti?

In questa fase della mia vita sono sempre più consapevole che il mio tempo è finito. Questo non mi fa desiderare di creare di meno. Mi spinge ad andare oltre.

Voglio usare il tempo che mi resta per esplorare fino in fondo il potenziale della mia esistenza e dell’esistenza dei materiali con cui lavoro.

Se l’opera potrà sopravvivermi, continuare a cambiare di significato e parlare a qualcuno che non incontrerò mai, allora forse la creazione sarà entrata in un tempo più grande del mio.


Wallace Chan
Vessels of Other Worlds
a cura di James Putnam
8 maggio 2026 – 18 ottobre 2026 | Cappella della Chiesa di Santa Maria della Pietà, Venezia
18 luglio 2026 – 25 ottobre 2026 | Long Museum, Shanghai


www.thelongmuseum.org
@thelongmuseum


Immagine di copertina: Wallace Chan, Vessels of Other Worlds, Long Museum Preview, Birth Sculpture, 2025, photo credit Tian Fang Fang


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