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Marco Tonelli

“Eccentrico” è dir poco, “complicato” sarebbe riduttivo, “complesso” ci porterebbe già più vicini alla verità. Il problema è però che di verità è difficile parlare nel caso di Maurizio Cannavacciuolo, dal momento che la sua pittura sovrappone e intreccia frammenti di vita, rebus, icone mediatiche, culture orientali, pattern geometrici rendendo il concetto stesso di interpretazione e verità vano, chimerico, illusorio.

 

“La pittura di Maurizio Cannavacciuolo sa nascondersi alla vista pur rimanendo perfettamente in vista”

 

Se non fossimo forse fuori tempo massimo ormai (ma Cannavacciuolo, nato nel 1954, negli anni ’70 era al tempo giusto) potremmo definirlo uno dei pochi e veri pittori postmoderni italiani, che senza appartenere a gruppi citazionisti, transavanguardisti o scuole artistiche di “quartieri” nostrani, ha realmente abolito i codici per eccesso di codici, facendo del linguaggio, della parola, del segno il significato stesso dell’opera.

 

Maurizio Cannavacciuolo
Maurizio Cannavacciuolo, A Lecture on Martian History, 2016 stampa digitale su vinile – Anne H. Fitzpatrick Facade, Isabella Steward Gardner Museum, Boston, 06/2016 – 01/2017, Courtesy the artist

 

Nonostante le mostre personali presso la Gallerie di Lucio Amelio, Sperone-Westwater, Sprovieri, Cardi, Noero, Kaufman e varie altre in musei di tutto il mondo, qualche curatore lo definisce ancora “nascosto”: ma come scriveva Plotino “la bellezza è negli occhi di chi guarda” e il problema qui sembra l’accecamento del critico più che la latenza del pittore. La questione è che la pittura di Maurizio Cannavacciuolo sa nascondersi alla vista rimanendo perfettamente in vista, addirittura utilizzando pattern ottici che lo sguardo lo dovrebbero ancor più surriscaldare ed eccitare, stimolare e aguzzare, per così dire.

Figure mimetizzate su sfondi fitti di segni e disegni, parole e numeri da unire come in un gioco della settimana enigmistica o da leggere e decifrare, citazioni dal mondo della strada o della cultura esoterica, formano un mosaico di contaminazioni e di provocazioni, a sfondo sessuale, sociale, privato, secondo un vero e proprio programma cabalistico in salsa globalizzazione. Maurizio Cannavacciuolo dipinge così senza dipingere, disegna senza disegnare, mostra e nega nello stesso quadro qualsiasi identità e possibilità di centrare un bersaglio, rendendo l’interpretazione un gioco divertente e frustrante, infantile e filosofico, e nel far ciò delineando un ritratto perfetto dei nostri tempi, dove il concetto di complessità è diventata una delle chiavi di letture più interessanti per leggere il Reale.

 

 

Potremmo definirlo un pittore che ha saputo rendere il dramma denunciato da Jean Baudrillard (il sociologo degli anni ’80) per cui lo scambio simbolico ha preso il sopravvento rendendo il significato un puro gioco di significanti intercambiabili e il Reale un guscio vuoto senza più possibilità di ricondurre il segno a un codice di simboli e quindi di senso.

Da qui viene la postmodernità di Maurizio Cannavacciuolo, a cui l’artista ha impresso il marchio indelebile del suo volto, del suo corpo ridotto a una silhouette o a una figurina asessuata e perversa, raddoppiata e decentrata, proprio perché il concetto di senso e verità non sembra più trovare casa nel mondo dei simulacri ipercontemporanei. Eppure l’opera di Cannavacciuolo, per quanto voglia mistificare o mascherare la presenza di un significato, uno qualsiasi, ci riporta comunque a una struttura narrativa, a un amore per la fabulazione, per i dettagli nascosti, per un lavoro ermeneutico che, più che riappropriarsi nostalgicamente di un contenuto, rispecchia la sua problematizzazione e la sua impossibilità in epoca contemporanea.

 

Maurizio Cannavacciuolo, Amore interrazziale, 2000, olio su tela / oil on canvas, Courtesy l’artista / the artist

 

Pittore metafisico e relativistico allo stesso tempo e nello stesso modo, ermetico e dissoluto, Maurizio Canavacciuolo nel suo riempimento totale del quadro riconfigura, in modo semantico e non iconografico, la perversione della dépense di Bataille, un eccesso di immagini e significati nel suo caso, di eros e di miti dei nostri tempi, di autoritratti e di puzzle, di blandizie dello sguardo e di offese del buon gusto, che forse hanno dei precedenti in Gilbert & George, se non altro per l’accostamento asintattico di elementi presi dal vissuto biografico come fosse vissuto da altri.

La sua pittura è sempre altro da sé e sempre in pieno possesso del sé, è contraddizione e armonia, è caos progettato con uno scrupolo ossessivo, ansioso, quasi automortificante e masochista. Proprio perché Maurizio Cannavacciuolo nasce come pittore da un contesto estraneo alla pittura (afferma spesso, quasi con noncuranza, di non saper disegnare), non accademico e improvvisato, la sua alterità congenita ci porta dentro la Realtà del dipingere come fosse un oggetto virtuale, mai dato a priori, falso per definizione, artificiale, non accessibile, una scatola di montaggio senza istruzioni.

 

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