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Michela Ongaretti

La lezione di Canova nel contemporaneo

“Grazie a Canova la bellezza femminile è diventata universale”. Parola di Vittorio Sgarbi. E non c’è dubbio che il critico ferrarese, presidente del Mart e della Fondazione Canova, ideatore della mostra “Canova tra Innocenza e Peccato” in corso al Museo di Rovereto, abbia colto nel segno, identificando l’ideale canoviano come l’esemplificazione massima della Bellezza: il suo mito, simbolo dell’estetica neoclassica, è rimasto immutabile nei secoli e ancora oggi appare intramontabile come icona di stile, di eleganza, di bellezza.

Amato dal pubblico, dalla gente comune, dai critici e dagli studiosi, Canova è stato però, e continua ad essere, un modello anche per gli artisti, che per secoli hanno continuato a guardare al suo modello ideale, sia per continuarlo che per contrastarlo.

Così, non è un caso se oggi, a duecento anni dalla morte del maestro, con oltre duecento opere, di cui quattordici canoviane dalla Gipsoteca di Possagno, il Mart celebri non soltanto il genio del marmo e della Bellezza universale, ma soprattutto la sua eredità tramandata agli artisti del ventesimo secolo.

 

Canova
Mustafa Sabbagh, Ferite – Senza titolo, 2017, Courtesy Traffic Gallery

 

Sono scultori e fotografi suddivisi tra quelli che potremmo ironicamente definire i “buoni” – coloro che hanno tenuto fede al modello estetico originario –, e i “cattivi” – coloro che, invece, hanno ripensato i canoni classicisti, fondendoli alla propria sensibilità e al proprio modus operandi, contaminandoli, rinnovandoli, a volte anche stravolgendoli completamente.

“Canova tra Innocenza e Peccato” fa parte di un ciclo di mostre al Mart che studia l’incontro tra antico e contemporaneo, mettendo in luce continuità e contrapposizioni con un grande artista del passato. “Dopo Raffaello, Caravaggio e Botticelli, oggi vogliamo analizzare gli influssi di Canova sul Novecento, ma lo facciamo in maniera sorprendente e innovativa”, dichiara Beatrice Avanzi, che

con Denis Isaia ha curato la mostra al Mart. “È un continuo dialogo tra i due poli indicati dal titolo: innocenza e peccato. Non ci sono solo coloro che hanno seguito quell’ideale di bellezza, ma anche coloro che, al contrario, se ne sono allontanati”.

Il vero protagonista di tutta la mostra è il corpo come luogo simbolico di quella polarità, che l’allestimento giocato sul bianco e nero rafforza. Un corpo idealizzato o estetizzato per alcuni esponenti, per altri foriero di una bellezza anti-canoviana che “contempla e contiene il suo contrario. In entrambi i casi è icona”, spiega Sgarbi.

 

Elena Mutinelli, Ali di pietra, 2014, marmo, cm 83x43x25.

 

 

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