Nicolò Tomaini. L’artista profeta che gioca con la verità

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L’arte di Nicolò Tomaini è concettualmente Pop, e giocosamente concettuale. 

Il lavoro di questo giovane artista, assai variato, dalle multiformi ispirazioni e sorprendenti soluzioni, è il risultato di un incrocio ibrido ma fecondo, di origini complesse, con radici profonde nelle tradizioni contemporanee della ricerca artistica, sospinte da intuizioni vertiginose verso il futuro che si compie nel presente. E gli esiti attuali sono già ammirevoli, per invenzione tecnica e nei contenuti espressivi.

Tomaini, già ben noto negli ambienti dell’arte, più negli ambiti di quella cosiddetta colta, piuttosto che nei contesti Pop, è diventato (ecco la sorpresa) un fenomeno mediatico – dunque, arditamente, provocatoriamente Pop – nel febbraio scorso, quando nella piazza del mercato di Erba, a pochi passi dalla strage di diciotto anni fa, e in fatale contemporaneità con la notizia della revisione giudiziaria del processo a carico di Rosa Bazzi e Olindo Romano (ecco l’intuizione), comparvero i due, replicati plasticamente dall’artista in una felice posa artistica – non tanto nella comunicazione del gesto, quanto nell’intenzione Pop, ancora una volta – che cita Marina Abramović. Rosa e Olindo, all’alba del ribaltamento leguleio che oggi tende a giudicarli innocenti, non più colpevoli degli efferati delitti di Erba, come tutta l’opinione pubblica era stata abituata a ritenerli per tanti anni, si fronteggiano, in una resa scultorea assai realistica, come amanti sadomaso protesi all’infinito nel gioco pericoloso dell’alleanza fatale tra vittima e carnefice: lui tende verso il proprio cuore l’arco che potrebbe scoccare la freccia incoccata da lei.

È un gioco di amore e morte, drammaticamente concettuale e performativo, e allo stesso tempo esplosivamente Pop. Probabilmente perché è, soprattutto, il “gioco della verità”, quello che apparve all’alba sulla scena di Erba, come un’epifania (con una certa coincidenza temporale nel calendario liturgico, in effetti).

“Non pensavo di suscitare tanto clamore”, dichiarò Tomaini all’indomani della profezia rivelata, e forse senza nemmeno sapere, appunto, che fosse profeta. Ma è questa la natura dell’artista: egli è un portatore sano – ovvero ignaro e in salute – di verità tanto ignote e scabrose che lo ammalerebbero davvero, se ne fosse consapevole. Tant’è: l’artista immagina, prevede, intuisce e predica, o meglio: predice, suo malgrado.

La grande illusione, 2023 scultura in gesso, silicone, ferro, legno e smalti industriali cm 70 x 200
La grande illusione, 2023 scultura in gesso, silicone, ferro, legno e smalti industriali cm 70 x 200 – Courtesy l’artista

Tomaini lavora sul concetto artistico della verità mutevole, degli infiniti ripensamenti e delle false convinzioni che, senza vergogne né remore, si tramutano in persuasioni opposte, nel breve, vorticoso frullato di un giro di like e di post. Quella volta, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto e affondato. Senza strategie, senza piani o ricerche, senza valutazione di rischi e vantaggi. Solo per pura, genuina e convinta intuizione. Ecco l’artista. Ecco chi vede, sente e agisce prima e per conto di tutti noi.

Va tenuto conto senz’altro, in questa specola di ragionamento, che il Tomaini non è uso alla pratica dell’installazione urban stile guerrilla, insomma: non è la street art la sua maniera. A maggior ragione quel bisogno espressivo, portato in piazza in una notte e offerto a tutte le genti fin dal mattino, sentito come provocazione, ironia, meditazione leggera e immediata, colpo d’arte giocoso insomma, benché studiato e elaborato nei mesi precedenti, è da ritenere esemplarmente significativo di un dono, quello della rivelazione spontanea.

Tomaini, altrimenti, si comporta da visionario da studio e da galleria, da catalogo e da trattamento critico vecchia maniera. Pur sempre, tuttavia, lavorando con leggerezza sugli argomenti gravi che suscita il nostro tempo: l’alienazione comunicativa, la dittatura sull’opinione, la volatilità del messaggio, la falsificazione dei piani di comprensione, la versatilità della verità, conformata alle altalene del gusto, degli orientamenti di pensiero, l’assenza, pertanto, del pensiero.

Stitching & Unstitching_ corpo e tecnologia nelle opere di Franko B e Nicolò Tomaini, Villa Brandolini D’Adda, Pieve di Soligo, 2024 – Courtesy Nicolò Tomaini
Stitching & Unstitching. Corpo e tecnologia nelle opere di Franko B e Nicolò Tomaini, Villa Brandolini D’Adda, Pieve di Soligo, 2024 – Courtesy Nicolò Tomaini

È nel confronto continuo e reiterato con il passato dell’arte, quella domestica, a uso e consumo della piccola borghesia, lontana ancora secoli dalla frenesia attuale del selfie, è con i ritratti a olio dell’Ottocento e di prima ancora, che Tomaini si misura, recuperando tele e cornici e intervenendo, senza pietà verrebbe da commentare, e invece è pietoso il riguardo attuale che l’artista dona a quei manufatti d’arte, recuperandoli nel senso pieno del termine, ovvero restituendo loro attualità e momento storico. Altrimenti, sarebbero tutti dimenticati, quei signori e quelle dame, quei cavalieri al merito e quelle cocottes, tutti quei de cuius che Tomaini rinviene e risveglia. Quasi un demiurgo, quasi un fattore di miracoli, che ridà la vita, così come la vita è oggi, a fantasmi vaganti e dimenticati. 

Così, oggi, quegli ectoplasmi, testimoni non più credibili su tele polverose, dalla fissità omogenea di un tempo e di uno spazio meno contratti del presente spazio-tempo, si ripresentano segmentati, frattalizzati, pixelizzati, deformati da frammenti istantanei e irregolari di caricamento immagine, o addirittura bipartiti in un mezzo campo nero che reca il simbolo rotante a punti dell’attesa digitale.

È il gioco delle tante verità che si alternano nelle credenze e nei vissuti dell’umanità, quel gioco a cui invita Tomaini. Giocando con il tempo e lo spazio dell’arte. 


@nicolotomaini

Immagine di copertina: Nicolò Tamaini, © Alberto Moroni, 2022, Courtesy l’artista


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