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Fulvio Abbate

Stefano Di Stasio è un classico. Lo è in ogni dettaglio, riquadro, solco, punto esatto della sua pittura notturna, di più, pronta ad “annottarsi”, come direbbe un suo collega, Alberto Burri, che ha frequentato altre terre espressive. Intendiamoci – classici – lo si può essere anche da viventi – esattamente classici – da contemporanei; lo si può essere perfino in corso d’opera.

Non occorre indossare abiti d’epoca come Raffaello, Caravaggio, Rosso Fiorentino, o piuttosto, osservando l’età meno formale dei Moderni, Paul Cézanne, Francis Bacon, Andy Warhol.

Stefano Di Stasio può addirittura rivendicare un vantaggio su chi lo ha preceduto, ossia i classici storicizzati le cui monografie, rivestite in marocchino, dimorano sulle scansie di cristallo nei salotti rivestiti di bianco macramè.

 

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Stefano Di Stasio, Viaggio, 2019, olio su tela, cm 80×60.

 

Se infatti per i Primitivi (così come li definiva Roberto Longhi) e perfino per i maestri successivi, giunti invece al tempo dell’elettrificazione della Terra, era d’obbligo interrogarsi sul significato iconologico d’ogni opera, magari muovendo dai “segni” essenziali di ciascuna figura restituita sulla tela, nel caso suo occorre unicamente prendere atto visivo d’ogni Figura che egli sceglie di mostrare, fissare, inchiodare, come in una crocifissione, sul paesaggio d’ogni suo quadro. Esattamente come accade con le rivelazioni assolute.

Altrettanto inessenziale, irrilevante, non necessario, sempre nel suo caso, rintracciare i rimandi figurali che gli sono propri: se insomma l’Angelo, l’Ospite, l’Utilitaria i cui fari illuminano la notte della pittura stessa siano giunti direttamente dalla sua memoria iconica, dunque, culturale, narrativa, o piuttosto non rispondono ai transiti precedenti della storia trascorsa dell’arte.

 

Stefano Di Stasio
Stefano Di Stasio, Lo splendore dell’insensato, 2018, olio su tela.

 

Ogni singolo “quadro” di Stefano Di Stasio, poeticamente ragionando, richiede, pretende, impone al suo spettatore puro e semplice abbandono, cioè d’essere accolto come fosse la visitazione gratuita, in forma di “preghiera” sussurrata, rivolta a un angelo, un caseggiato, un monte, un impianto idrico, un anabbagliante, un tramonto ulteriori.

In questo senso, fuori d’ogni equivoco formale, occorre aggiungere che Di Stasio è estraneo a ogni necessità citazionistica; egli trascende, insomma, perfino la tradizione manieristica, anche quella successiva ai Manieristi stessi; nessuno potrà mai assimilarlo quindi a un Pontormo o un Monsù Desiderio. O, per assurdo, a Giovanbattista Conti, prodigioso misconosciuto compilatore di crudeli e perturbanti scene da aula destinata al catechismo.

La pittura di Stefano Di Stasio vive oltre canoni, si incarna semmai nello sguardo secolarizzato del suo autore, ogni opera rispecchia così il proprio aldilà, ed è giusto che resti inattingibile, ovvero miracolistica.

A conferma di questa nostra percezione della sua mano magistrale occorre adesso segnalare ogni possibile falsa definizione che si potrebbe attribuirgli, ancor di più qualora dovesse sembrare invece un rimando pertinente: teatro, composizione, esercizio, metafisica, surreale, inconscio, rêverie, apoteosi, giudizio universale, melanconia, cupio dissolvi, rivelazione, mitologia, notte, atmosfera, supplizio, ascensione, apocalissi, architettura, tumulto, stasi, soglia, limite, salmi…

La pittura di Stefano Di Stasio va compresa subito oltre la sua immediata apparenza visibile, vive dunque nell’altrove, indica ciò che ha luogo fuori lo spazio, il confine, il perimetro della tela che ce la consegna. Anche quando, come noi stessi abbiamo inizialmente affermato, sembri restituire la scena ininterrotta di una notte stellata.

 

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Stefano Di Stasio, Volgi lo sguardo, 2021, olio su tela, cm. 100×120. I

 

 

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