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Disturbare il campo: interferences e politiche dello spazio temporaneo alla Biennale Internazionale Donna

Biennale Internazionale Donna V, installation Views, Credits Alice Zorzin, Volcano Visual Studio
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Il problema dei programmi pubblici nelle biennali è noto: tendono a proliferare attorno alla mostra senza mai toccarla davvero. Convegni, visite guidate, laboratori didattici — tutto si svolge in parallelo, in una zona di sicurezza che lascia intatta la logica espositiva principale. La quinta edizione della Biennale Internazionale Donna fa una scelta diversa, e il nome che dà al suo public programme lo dice esplicitamente: interferences. Non un calendario di eventi, ma una serie di attivazioni concepite per entrare nel campo curatoriale e modificarlo dall’interno.

La distinzione non è retorica. Un’interferenza, nel senso fisico del termine, è ciò che accade quando due segnali si sovrappongono: il risultato non è la somma delle due frequenze ma qualcosa di terzo, imprevisto. Applicato a una mostra, questo significa che le attivazioni di interferences non illustrano il tema curatoriale né lo completano: lo attraversano da angolazioni diverse, introducendo spostamenti di scala e di prospettiva che la mostra da sola non potrebbe produrre. Alcune di queste attivazioni contraddicono apertamente certe premesse espositive. È una scelta deliberata.

L’elemento più radicale del programma è probabilmente A Library for the Time Being, la biblioteca effimera ideata da Riccardo Rizzetto che occupa uno spazio all’interno della mostra, per tutta la sua durata. Definirla una biblioteca è già parzialmente fuorviante: lo spazio non è concepito per conservare, catalogare o rendere accessibile un corpus di conoscenze. È, piuttosto, un’infrastruttura temporanea di incontro — un luogo in cui il sapere viene messo in circolazione sapendo che si trasformerà, si disperderà, forse si perderà.

La postura teorica che sottende questo progetto ha implicazioni precise. Una biblioteca che si rifiuta di essere archivio è una biblioteca che rinuncia al potere di decidere cosa vale la pena conservare. In questo gesto di rinuncia si apre però una domanda più urgente: chi conserva, per chi, in quale forma? Le politiche della trasmissione del sapere — chi parla, chi viene citato, quali genealogie vengono riconosciute e quali no — sono al cuore di ogni progetto che si interroghi sulle strutture del potere culturale. A Library for the Time Being non risolve questa domanda: la tiene aperta, la espone alla discussione, la mette sotto pressione attraverso workshop, incontri e installazioni che abitano lo spazio per tutta la durata della Biennale.

Tra le attivazioni di interferences, BID the Screen porta nella Sala Luzzati del Magazzino 26 due sessioni di proiezioni cinematografiche che lavorano sull’immagine in movimento come strumento di indagine, non di documentazione. La prima sessione, il 19 aprile, raggruppa tre opere attorno al tema Lagoon / Ice / Data: We Marry You, O Sea di Sonia Levy, Moving Ice di Susan Schuppli e Brute Force di Felix Lenz e Ganaël Dumreicher. La seconda, il 25 aprile, affronta Optics / Communication con Sunstone di Filipa César e Louis Henderson e Letters from the Blue di Nick Calori e Nicola Sersale.


Biennale Internazionale Donna V, installation Views, Credits Alice Zorzin, Volcano Visual Studio

Non si tratta di un programma cinematografico nel senso tradizionale, e la scelta di inserirlo all’interno di interferences piuttosto che come sezione autonoma della Biennale è significativa. Questi lavori non illustrano il tema curatoriale: lo interrogano da una distanza critica, attraverso linguaggi che hanno la propria logica interna. Levy, Schuppli, César e Henderson sono artisti che usano il cinema per costruire argomenti sulla natura dell’evidenza visiva — su cosa significa vedere, registrare, trasmettere. Inserire i loro lavori come interferenze all’interno di una mostra che si interroga sulla nominazione e la rappresentazione è una scelta che amplifica entrambi i poli senza ridurli l’uno all’altro.

Architetture del Postporre, il walkshop di Communal Matters con Linea d’Ombra e l’artista Francesca Centonze, si è svolto il 29 marzo a partire da Piazza Unità d’Italia. La forma del walkshop – ibrido tra camminata, workshop e riflessione collettiva – porta la Biennale fuori dallo spazio espositivo e nella città, usando il corpo in movimento come strumento di pensiero. Il titolo introduce un concetto che merita attenzione: il postporre non come fallimento o procrastinazione, ma come postura critica. Un modo di abitare il presente che resiste alla logica dell’urgenza permanente, che si concede il tempo di osservare prima di agire.

Tra i display temporanei, Stories as Forms – la presentazione dei vasi di Malles Design Mediterraneo, visibile dal 3 al 12 aprile – porta all’interno del Magazzino 26 una pratica artigianale che interroga le categorie di oggetto, forma e narrazione. A chiudere il programma, TRACEFORM (1–3 maggio) presenta i risultati del workshop curato da Riccardo Rizzetto con Sarah Staton per il MA Sculpture 2026 del Royal College of Art: un lavoro che costruisce un ponte diretto tra la Biennale e la formazione artistica internazionale, portando nella mostra le ricerche di giovani scultori che hanno lavorato all’interno del suo quadro concettuale.

Il 2 maggio, il finissage della Biennale si trasforma in una presentazione di Intersections Research Art Residency: un gesto conclusivo coerente con la logica dell’intero programma. interferences non chiude un percorso; apre verso quello che viene dopo. In un panorama espositivo che tende a monumentalizzare la propria presenza, la BID V lavora consapevolmente sulla propria temporaneità: non come limite da superare, ma come condizione da abitare con precisione.



Biennale Internazionale Donna V
A cura di Riccardo Rizzetto
28 marzo 2026 – 02 maggio 2026
Magazzino 26 – Porto Vecchio, Trieste

www.bidartbiennale.com
@biennale_internazionale_donna


Immagine di copertina: Biennale Internazionale Donna V, installation Views, Credits Alice Zorzin, Volcano Visual Studio


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