Eleonora Savorelli: La nostra conversazione si sviluppa attorno alla dialettica tra il desiderio e la realtà, due poli apparentemente inconciliabili spesso in una relazione gerarchica tra loro (la realtà è meno preferibile del desiderio, sembra). Tuttavia, in questo contesto non vorrei considerare questi due aspetti da questa prospettiva, ma come due elementi in continuità tra di loro; credo infatti che questo punto di vista sia più in accordo con ciò che esprimono le tue fotografie. Mi sembra che la forza chiamata desiderio orienti i tuoi soggetti verso un’immagine possibile di sé in continuità con la realtà, intesa come un porto dal quale si proiettano opportunità e trasformazioni: una tensione verso il riconoscimento o la possibilità di essere visti. Tuttavia, non possiamo totalmente ignorare le frizioni che esistono tra le due: realtà e desiderio possono essere una zona di negoziazione, di duelli senza esclusioni di colpi. Il groviglio del reale non è da meno delle possibilità del desiderio: in questo garbuglio selvatico si cerca di costruirsi dei lineamenti.
Chiara, tu dove collochi la tua arte nella continuità del desiderio e della realtà?
Chiara Lombardi: Mi riconosco molto in questa lettura, soprattutto nell’idea di continuità. Non ho mai pensato al desiderio come a un altrove, a qualcosa di migliore che sta sopra la realtà e la giudica. Spinoza dice che il desiderio è l’essenza stessa dell’essere umano: è la spinta a restare e ad allargarsi dentro il mondo, non a fuggirne. Quando fotografo qualcuno mi interessa proprio questo: il momento in cui una persona, a partire da ciò che ha intorno, dagli oggetti, dai luoghi e dai corpi che abita, prova a darsi una forma.
Ariella Azoulay parla della fotografia come di un contratto civile. È un incontro che nessuno possiede davvero, né chi scatta, né chi viene ritratto, né chi guarda. È uno spazio condiviso in cui chi è fotografato rivendica il diritto di essere visto, e di essere visto a certe condizioni. Io lavoro dentro questo spazio, e lì avviene la negoziazione di cui parli: un duello tra l’immagine che si desidera e quella che la realtà concede. Non cerco di risolverlo. Mi interessa tenerlo aperto, perché l’immagine continua a chiedere qualcosa anche a chi la guarda dopo.

ES: Il desiderio è una sensazione, o un sentimento, che spinge al movimento – sia fisico che mentale. In un certo senso è un sentire che non permette la tranquillità, e ci coglie sempre in uno stato di tensione e attesa. Nonostante queste considerazioni, nelle tue foto si assiste molto spesso ad una specie di tregua, una stasi ristoratrice che rinfranca i soggetti, che si crogiolano nel momento. Come si raggiunge questo equilibrio partendo da tanto sentimento? Come lo si fotografa?
CL: Credo che la tregua di cui parli sia proprio ciò che cercavo. Ho chiesto ad alcune coppie di farmi entrare nella loro quotidianità perché mi interessava un tipo di intesa preciso: l’amore che consiste in due solitudini che si proteggono e si delimitano a vicenda. Credo sia proprio da questa quiete che nasce la forza dell’intesa fra due persone; una quiete che è riposo e non rinuncia. Ho interrotto questi gesti quotidiani con immagini che rompono il ritmo del reale ed entrano nelle pieghe dei corpi, nella saliva, nella passione. La tregua e la tensione convivono nella serie come convivono nella coppia: una contiene l’altra.
Quanto al come: non mi limito a osservare. Chiedo una collaborazione, un incontro. Ariella Azoulay, che sto leggendo molto in questo periodo, descrive la fotografia come uno spazio che nessuno possiede davvero, in cui chi viene ritratto partecipa e testimonia la propria presenza: per me questo è l’unico modo di concepire la fotografia. Le mie immagini documentano il reale, ma è un reale che le persone hanno scelto di condividere, dal momento in cui smettono di presentarsi a me e tornano a stare semplicemente l’uno accanto all’altra.

ES: Il desiderio può prendere derive negative, che possono far perdere e allontanare dal concreto. Hai mai interpretato il desiderio come “fuga” nelle tue fotografie? Ti sei mai imbattuta in storie simili nel tuo percorso?
CL: Credo che il desiderio possa diventare fuga, sì: quando smette di partire dalla realtà e comincia a sostituirla. Mi ci sono imbattuta, non tanto da fotografa quanto da essere umano. Credo che ci cadiamo tutti, anche per il mondo iper sociale in cui viviamo, che ogni giorno ci restituisce immagini distorte della vita degli altri. Quando inizi a paragonarti perdi un po’ te stessa: desideri quello che desiderano gli altri e pensi che quel desiderio sia tuo. Lacan diceva che il desiderio è sempre desiderio dell’Altro. Oggi questo è diventato quasi letterale, perché l’Altro ci arriva sotto forma di immagini. Forse è anche per questo che in questo lavoro ho cercato il contrario. Le coppie che ho fotografato non mettono in scena la propria vita per qualcuno: la abitano. Le immagini più intime non le ho scattate io: sono autoritratti, nati proprio da ciò che si sottrae allo sguardo, anche al mio.

ES: Le tue fotografie mostrano corpi ritratti nella loro più aggraziata animalità: sono primordiali e veri. Di questi corpi spesso vediamo solo dei dettagli, a volte i particolari dei soggetti che ritrai si confondono, diventano forme, quasi delle geometrie pulsanti e vive. In queste rappresentazioni tra il concreto e l’astratto, sono sempre stata colpita da come il corpo sia sempre stato “solo corpo” dando spazio a tutta la sua importanza intrinseca. Un corpo è prezioso in quanto è un organismo che sente, vive e sperimentare la propria esistenza senza dover necessariamente diventare simbolo o portatore di un messaggio. Il corpo dunque è la nostra forma più concreta di conoscenza, il nostro accesso più spontaneo verso la realtà: cosa ti ha spinto alla scelta del corpo come mezzo per interrogarti sulle persone e sulle loro storie?
CL: La tua lettura è giusta per una parte del mio percorso. Questo lavoro, così come gli ultimi a cui sto lavorando, nasce quasi in opposizione. Per anni ho cercato di astrarre il corpo in modo ossessivo alla ricerca del dettaglio, della forma: isolavo il corpo da tutto ciò che lo circondava, come se per vederlo davvero dovessi toglierlo dal mondo. Qui ho voluto fare il contrario: ritrarlo per intero, nello spazio, dentro luoghi pieni di complessità, di rumore visivo.
Decostruire il mio modo di fotografare non è stato facile, ma era necessario, perché negli anni è cambiato il modo in cui intendo la fotografia. Prima era soprattutto un gesto di controllo sulla forma. Oggi è un incontro. Un corpo senza il suo spazio, senza gli oggetti, la luce, il disordine di una casa, mi sembra oggi un corpo a cui manca qualcosa.
Resto convinta che il corpo non debba farsi simbolo. Ma ho capito che non è mai “solo”: è sempre situato, per usare un’espressione di Donna Haraway, dentro una rete di relazioni, di luoghi, di altri corpi. Ed è proprio in quel groviglio che due persone costruiscono la loro intesa. Fotografarle lì significa accettare che la realtà entri nell’immagine con tutto il suo caos, e lasciare che siano loro, e non il mio sguardo, a darle forma.

ES: Un’ultima domanda: quando un soggetto si espone davanti alla tua macchina fotografica, che cosa ti sta affidando? I suoi desideri o la sua realtà?
CL: Non credo di poterli separare. Nessuno mostra solo ciò che è o solo ciò che vorrebbe essere. Si mostra il punto in cui le due cose si toccano.
Credo però che la cosa più preziosa che mi viene affidata sia un’altra: la propria vulnerabilità. Il mio compito è restituire quella fiducia senza tradirla, cioè senza piegare le persone al mio sguardo, e lasciare che nell’immagine restino entrambe le cose: quello che sono e quello che desiderano, con tutto l’attrito che c’è in mezzo.
Si ringraziano: Clara e Enrico, Meriam e Paolo, Irene e Samuele, Elena e Tommaso
www.chiaralombardi.art
@xchiaralombardix
Immagine di copertina: Chiara Lombardi, Close enough, 2026 – Courtesy l’artista
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