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Alessandro Riva

Non è facile provare a immaginare, per un momento, di ritrovarsi nella New York dei primi anni Sessanta, dove una giovane artista giapponese, amica, compagna di avventure e di vita di artisti come Joseph Cornell (di cui fu a lungo amante e musa), Donald Judd (il suo primo ragazzo), di Claes Oldenburg, Andy Warhol, George Segal, Larry Rivers, John Chamberlain, oltre che di molti altri protagonisti di quella straordinaria stagione artistica, girava per la città con un vestito e un cappello decorati con grandi disegni di membri maschili, dipingeva immense tele ossessivamente piene di linee e puntini colorati creando stanze con le pareti a specchio (le celebri Infinity Mirrors Rooms) dove i puntini sembravano riflettersi all’infinito uno sull’altro, creava bizzarre sculture composte da mobili e oggetti impossibili da usare perché piene di strane protuberanze (anch’esse dalla forma fallica), e, last but not least, organizzava grandi e stravaganti happening, nelle piazze e nei parchi newyorchesi, che raccoglievano frotte di ragazzi giunti entusiasticamente da ogni parte della città, nel corso dei quali l’artista dipingeva i corpi nudi dei partecipanti con pois di cinque differenti colori, finendo per farle assomigliare a immense, folli, giocose, surreali e strabordanti orge collettive, senza distinzioni di sesso e di età.

 

Yayoi Kusama
Yayoi Kusama, Dancing Pumpkin, 2020, The NY Botanical Garden 2021. Courtesy of Ota Fine Arts, Victoria Miro e David Zwirner. Foto by Robert Benson.

 

Quell’artista era colei che oggi, a 92 anni suonati, è considerata una delle grandi e indiscusse protagoniste dell’arte contemporanea mondiale: Yayoi Kusama, artista giapponese dall’aria angelica ed eternamente fanciullesca, a dispetto dell’età e degli oltre quarant’anni trascorsi, per necessità più che per scelta, tra le mura di un ospedale psichiatrico del centro di Tokyo, che oggi il mondo dell’arte celebra con ben due grandi mostre: una al Botanical Garden di New York (vedi box nelle pagine seguenti), e una a Londra, alla Tate Modern, nella quale vengono ricostruite proprio le più belle tra le sue Infinity Mirror Rooms, basate sull’idea della ripetizione ossessiva delle stesse forme riflesse all’infinito, metafora delle ossessioni che da sempre tormentano senza sosta l’artista.

Eppure, nonostante la sofferenza, le allucinazioni e le angosce che la tormentano, tutto sembra, e in effetti è, luminoso in Yayoi Kusama. Luminose, gioiose, armoniche e festose, sono le sue grandi sculture colorate e fluorescenti; luminose le sue misteriose stanze a specchi infiniti, luminosi i suoi dipinti ossessivamente e meticolosamente pieni di linee e di punti tendenti all’infinito (lavori che, per dirla con le parole dell’artista, “hanno sempre riflettuto la grande profondità del mio cuore interiore”); luminoso il suo pensiero e il suo approccio alla vita (“Traducendo le allucinazioni e la paura delle allucinazioni in dipinti, ho cercato di curare la mia malattia… la mia arte vuole essere una sorta di guarigione per tutta l’umanità”); e luminosa, nonostante le sofferenze, le allucinazioni e il dolore provato, la sua stessa biografia.

 

Yayoi Kusama
Yayoi Kusama con Pumpkin, 2010. ©Yayoi Kusama. Courtesy of Ota Fine Arts, Victoria Miro e David Zwirner.

 

Sì: luminosa, nonostante le continue e incessanti difficoltà e i dolori, per la sua capacità di tradurre la sofferenza, la paura e l’ossessione in gioia, colore, allegria.

Nata a Matsumoto, affascinante cittadina della prefettura di Nagano, ai piedi delle Alpi giapponesi, da una famiglia benestante (i genitori erano commercianti di granaglie da più generazioni), Yayoi Kusama coltivò da sempre una grandissima sensibilità per l’arte, che fin da bambina utilizzava per sfuggire alle allucinazioni che la tormentavano incessantemente.

Ma quello che fu soprattutto drammatico, per lei, fu il rapporto estremamente conflittuale con la madre, che in più interviste l’artista descrisse come una “scaltra donna d’affari, sempre terribilmente impegnata nel suo lavoro”, autoritaria e violenta (“Odiava vedermi dipingere, così distruggeva le tele su cui stavo lavorando. Mi picchiava e mi prendeva a schiaffi, o mi chiudeva in un magazzino, senza pasti, anche per mezza giornata. Mi maltrattava così tanto che oggi verrebbe messa in prigione”).

Mentre il padre, imbelle e succube della moglie, era completamente assente dalla vita della giovane: “Era una persona di buon cuore, ma incapace di reagire e di trovare un posto in casa. Sentiva di avere perso completamente la faccia”, racconterà l’artista a un giornalista.

Fu così che la giovane Yayoi decise, appena le fu possibile, di abbandonare il Giappone per rifugiarsi in quella che indiscutibilmente stava per diventare la capitale dell’arte mondiale: New York. Ad aiutarla per prima, una donna, oltre che una grande artista: Georgia O’Keeffe. Fu Yayoi a contattarla, e l’artista americana, che allora era già molto conosciuta e ormai anziana, la aiutò a muovere i suoi primi passi nella Grande Mela, sostenendola, facendole spesso visita nel suo studio e cercando gallerie che potessero vendere i suoi lavori.

 

Ascension of Polka Dots on the Treets, 2002/2021. The NY Botanical Garden 2021. Collection of the artist. ©Yayoi Kusama. Foto by Robert Benson.

 

E fu proprio a New York che Yayoi Kusama conobbe il successo. Fu un successo che faceva discutere, per il carattere provocatorio e naturalmente sopra le righe del suo lavoro, che cercava di sublimare le sue ossessioni e le sue paure – prima fra tutte, la paura della sessualità: nascono così le sue opere più provocatorie di quegli anni, la moda di abiti bizzarri, assurdi, semitrasparenti o ricoperti da disegni con allusioni sessuali; i “Body Festival”, nei quali decine di ragazzi ballavano nudi mentre lei ne dipingeva i corpi a pallini colorati; il suo stesso farsi fotografare senza vestiti in mezzo ai suoi lavori, ma anche, a dispetto di una lettura superficiale del lavoro, la continua e incessante ricerca di una fortissima spiritualità, nel tentativo di connettersi alle energie dell’universo: “Con un solo pois, non si può ottenere nulla”, scriveva in quegli anni l’artista.

“Nell’universo ci sono il sole, la luna, la terra e centinaia di milioni di stelle. Tutti noi viviamo nell’insondabile mistero e nell’infinità dell’universo. Perseguire la filosofia dell’universo attraverso l’arte mi ha portato a quella che chiamo ripetizione stereotipata”. La sua non era, infatti, solo una riflessione estetica o puramente teorica: era un bisogno quasi fisico, vitale, di trovare soluzioni alla propria angoscia, alle ossessioni che le impedivano di vivere una vita normale, come tutti gli altri.

Basti pensare che, quando era in Giappone, Yayoi Kusama usciva sotto la pioggia per praticare lo Zen, indossando solo una T-shirt: meditava nel fango per ore sotto un forte acquazzone, tornava a casa quando usciva il sole e si versava acqua ghiacciata sulla testa: e solo allora poteva cominciare a lavorare alle sue straordinarie creazioni. “Non potevo lavorare altrimenti”, dichiarerà con la semplicità che la contraddistingue, molti anni dopo.

Nasce così anche quel senso di fastidio nell’essere stata spesso fraintesa da molti altri artisti, che, come ebbe a dire lei stessa in più occasioni, si trovavano spesso a realizzare “grossolane imitazioni” del suo lavoro – prive, cioè, della carica di assoluta necessità da cui nasceva la sua ricerca, che si traduceva in opere che acuivano, sublimandolo, il senso di angoscia che la attanagliava.

Fin da subito, infatti, furono proprio gli altri artisti, suoi amici e compagni di strada, a guardare con ammirazione, quando non addirittura con un po’ di invidia, al suo straordinario approccio formale; e spesso, come notò lei stessa ma come rimarcarono anche molti critici, a imitarne i motivi o le soluzioni formali.

Gli aneddoti curiosi, nella sua incredibile biografia artistica, si sprecano: da Andy Warhol che, prima di iniziare la sua serie “Flowers”, visita la sua mostra e ne rimane colpito (e probabilmente influenzato: quello di Warhol era, tagliò corto una volta Yayoi Kusama con la sua consueta e lucida spietatezza, “un business all’ingrosso delle imitazioni”); a Donald Judd, padre del minimalismo americano, che Yayoi conobbe povero e giovanissimo, col quale ebbe una travolgente storia d’amore, e che aiutò nel trovare la sua strada, ispirandogli molti dei suoi primi lavori (“In un certo senso, metà del suo lavoro di quel tempo era opera mia”); a Oldenburg, le cui prime sculture morbide furono ispirate proprio ai lavori di Yayoi Kusama (“Quando andai all’opening della sua mostra personale tenuta alla Green Gallery nel 1962, sua moglie mi condusse di fronte a una sua scultura e disse: ‘Yayoi, mi dispiace che abbiamo preso la tua idea!’… in effetti rimasi a dir poco sorpresa nel vedere l’opera di Oldenburg quasi identica alla mia scultura”). “Lui e gli altri artisti maschi”, si limitò a dire in seguito l’artista, “stavano semplicemente imitando la mia malattia”.

 

Yayoi Kusama, Hymn of Life, Tulips, 2007. The NY Botanical Garden 2021. ©Yayoi Kusama. Collection of the City of Beverly Hills.

 

Ancora oggi, nonostante il mondo intero la veneri come una popstar, Yayoi Kusama continua a vivere appartata, a Tokyo, riverita come un’eterna bambina prodigio, all’interno del Seiwa Hospital, l’ospedale psichiatrico che l’ha accolta fin dagli anni Settanta per curare le ossessioni che la tormentano fin da quando era bambina; e ogni giorno, a dispetto degli acciacchi e dell’età, questa meravigliosa, eccentrica, visionaria creatura che ha attraversato l’esistenza con il dolore e la sofferenza di una tragica predestinazione e la leggerezza e la magia di un essere fuori dal comune, continua, instancabile e determinata, malgrado si trovi ormai da tempo costretta su una sedia a rotelle (anch’essa decorata a pallini colorati, ça va sans dire), a recarsi nello studio ricavato, a due passi dall’ospedale, in un piccolo complesso di tre piani di una tranquilla e ordinata stradina secondaria del quartiere di Shinjuku, per continuare a creare, a dipingere, a immaginare le sue immense, gioiose e strabordanti installazioni, in cui le persone possono entrare e perdersi con la vista e con la mente, in cerca di una porzione d’infinito e di un goccio di felicità terrena.

 

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