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60. BIENNALE. Alla scoperta degli artisti che accoglie Venezia

Foreigners Everywhere, 2005, courtesy of Claire Fontaine and Galerie Neu, Berlin, Ph. Studio Claire Fontaine
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“In occasione della Biennale Arte 2024 si parlerà di artisti che sono essi stessi stranieri, immigrati, espatriati, diasporici, émigrés, esiliati e rifugiati, in particolare di coloro che si sono spostati tra il Sud e il Nord del mondo”.

Con queste parole Adriano Pedrosa delinea il panorama di operatori estetici che prendono parte alla 60. Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere. Divise fra Padiglione Centrale e Arsenale, le opere offerte al pubblico all’interno della mostra ideata dal curatore della Biennale, in questa occasione più che mai internazionale, sono organizzate secondo due grandi aree tematiche: Nucleo Contemporaneo e Nucleo Storico.

La galassia contemporanea esplode il termine ‘straniero’ in tutte le sue accezione comprendendo artisti queer, artisti outsider, folk, indigeni, portando l’attenzione sulla soggettività dell’esule, mostrando come ognuno può essere straniero anche nel suo paese, nel suo corpo o nella sua mente. Gli “stranieri” sono ovunque, ed è impossibile non confrontarsi con questa tematica quotidiana.

Alle opere “storiche” è invece affidato il compito di raccontare le esperienze estetiche del XX secolo e i modernismi sviluppatesi in America Latina, Africa, Asia e mondo arabo, proponendo degli attenti tagli tematici che si concretizzano in sale dedicate ai Ritratti, alle Astrazioni e alla diaspora artistica italiana nel mondo lungo il corso del secolo breve.

Il grande progetto arcipelago si completa attraverso trenta eventi collaterali “ufficiali” e novanta partecipazioni nazionali che ospitano per la prima volta Repubblica del Benin, Etiopia, Repubblica Democratica di Timor Leste e Repubblica Unita della Tanzania; mentre Nicaragua, Repubblica di Panama e Senegal propongono per la  prima volta un proprio padiglione.

Yinka Shonibare, Refugee Austronaut II, 2016, Courtesy the Artist and James Cohan Gallery, New York / Ph. Stephen White & Co. / © Yinka Shonibare CBE
Yinka Shonibare, Refugee Austronaut II, 2016, Courtesy the Artist and James Cohan Gallery, New York / Ph. Stephen White & Co. / © Yinka Shonibare CBE

La narrazione di questa grande macchina scenica della cultura contemporanea, sviluppata attraverso una selezione di artisti che ben rappresentano il cuore tematico della 60. Biennale, parte necessariamente dal collettivo Claire Fontaine, fondato a Parigi ma con sede nell’italianissima Palermo. Da una loro celebre serie di lavori è tratto il titolo della Biennale, opere realizzate tramite sculture al neon che formano la scritta “Stranieri ovunque” in diverse lingue. Muovendoci all’interno del “Nucleo storico” possiamo evidenziare la presenza di Etel Adnan, artista e scrittrice nata a Beirut, che dagli anni Sessanta realizza un’intima serie di opere su carta piegate a fisarmonica che fondono ricerca sulla pittura astratta a calligrafie dalle forme arabeggianti. Pisano è invece Gianni Bertini, autore che può essere considerato fra i più acuti teorici della sua epoca, artista che dopo esordi figurativi si affianca al movimento M.A.C., per divenire poi importante autore nel campo della pittura digitale.

Mohammed Chebaa è scrittore e co-fondatore della Scuola di Casablanca, fondante esperienza artistica e didattica che ha aperto il Marocco verso un dialogo profondo con la cultura visiva moderna, senza rinunciare alle tradizioni locali. Inji Efflatoun, imprescindibile voce per le tematiche femminili nella sua nazione, nasce negli anni Venti al Cairo in una famiglia aristocratica e francofona; oggi è ampiamente riconosciuta come una delle più importanti pioniere dell’arte moderna egiziana. Samia Halaby può essere considerata fra le più importanti pioniere dell’arte astratta. Sfollata dalla Palestina nel 1948, ha sviluppato una coerente ricerca – ricca di scritti su arte, pedagogia ed estetica – che l’ha condotta fino alla Computer art. Nata a Savona nel 1909, Nenne Sanguineti Poggi propone una visione privilegiata dell’Africa a noi più vicina; racconta il mondo eritreo e quello etiope sfuggendo da visioni colonialiste, narrando, grazie a una conoscenza diretta, due galassie strettamente legate al di là delle vicende belliche. 

Conclude questa nostra breve escursione nel secolo breve, Fanny Sanín, prolifica artista nata a Bogotà, in Colombia, che attraverso una vivace ricerca dedicata quasi esclusivamente all’astrazione geometrica racconta l’evoluzione di una precisa volontà espressiva, sviluppatasi attraverso cinque decenni.

Nour Jaouda, Everything touches everything else – detail, 2023, Courtesy of the Artist / © Nour Jaouda
Nour Jaouda, Everything touches everything else – detail, 2023, Courtesy of the Artist / © Nour Jaouda

Affrontate le vicende storiche, la Biennale entra nel vivo attraverso una galassia variegata di operatori estetici della nostra contemporaneità, inseriti dal curatore Pedrosa nel “Nucleo Contemporaneo”.

In rigoroso ordine cronologico di nascita, fra i molti artisti che sono presenti a Venezia, diamo il via a questo volo partendo da Claudia Andujar, fotografa di fama internazionale e attivista che attraverso la sua opera ha poeticamente portato all’attenzione internazionale la tragedia del popolo Yanomami, colpito dalla deforestazione. Di circa trent’anni più giovane è Yinka Shonibare, fra i più celebri artisti inglesi; il suo universo di simboli e trame vivamente colorate mette in crisi vetusti concetti di identità culturale e nazionale indagando, in particolare, i rapporti fra Europa e Africa nel mondo globalizzato in cui viviamo.

Anche Liz Collins è nata negli anni Sessanta, artista multimediale con sede a New York, esplode un universo di colori utilizzando principalmente fibre tessili che entrano in dialogo con un ampio universo mediale, in una produzione estetica che si muove ibrida tra arte e design.

Spostandoci in avanti di un decennio, incontriamo Dean Sameshima, sfuggente artista californiano nato nel 1971. All’interno della sua poetica le tematiche di genere esplodono in un universo di immagini concesse e negate, simbolo delle contraddizioni della nostra epoca.

La potenza delle immagini di Karimah Ashadu, artista nigeriana di origine britannica, ci conduce verso gli operatori estetici nati negli anni Ottanta. Le sue opere narrano il contesto sociale e culturale dell’Africa occidentale, focalizzandosi sulle pratiche di lavoro e sull’autodeterminazione degli uomini.

Foreigners Everywhere, 2005, courtesy of Claire Fontaine and Galerie Neu, Berlin, Ph. Studio Claire Fontaine
Foreigners Everywhere, 2005, courtesy of Claire Fontaine and Galerie Neu, Berlin, Ph. Studio Claire Fontaine

La cultura araba è raccontata da Dana Awartani, operatrice estetica palestinese che utilizza differenti media fondendoli in una pratica delicata e calma che reinterpreta i paradigmi visivi mediorientali e islamici per trattare le più urgenti tematiche contemporanee.

Concludiamo questa cartografia della Biennale con due artisti nati rispettivamente a Hong Kong e al Cairo, all’inizio e alla fine degli  anni Novanta. Isaac Chong Wai mostra il lato intimo ed empatico della sua generazione attraverso performance, video, installazione, fotografie e disegni che indagano il contesto contemporaneo evidenziando interazioni umane e intime specificità, disegnando un percorso ibrido fra sé e collettività. Nour Jaouda, attraverso il titolo di una sua recente mostra londinese, ci regala la massima finale che diviene frase simbolo delle più recenti generazioni di artisti: Where, if not faraway, is my place?

@labiennale


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