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Ivan Quaroni

Il sonno della cultura genera mostre. Lo abbiamo visto con l’esplosione massiccia dell’exhibition industry in Italia a partire dagli anni Novanta, complice una legge, la famigerata 4/1993 introdotta da Alberto Ronchey, che ha aperto i cancelli nel settore dei beni culturali a imprese private per la gestione dei cosiddetti “servizi aggiuntivi” di musei e palazzi pubblici. Il risultato è stato l’affermarsi del fenomeno del cosiddetto “mostrificio”, marea montante di esibizioni blockbuster caratterizzate da un marketing aggressivo e da una sbandierata presenza di nomi di grido
(sempre gli stessi), da Leonardo a Caravaggio, da Picasso a Van Gogh, da Dalí a Andy Warhol, fino agli onnipresenti
Impressionisti, con i quali si dichiarava ogni mostra “imperdibile”.

Attrattive per un pubblico variegato di visitatori, queste esposizioni “chiavi in mano” proposte dalle società che le organizzano e ne gestiscono la bigliettazione e il merchandising, non aggiungono nulla alla conoscenza degli artisti e della storia dell’arte, ma anzi trasformano l’arte in un prodotto da consumarsi istantaneamente, senza troppa attenzione, trasferendo, così, il concetto di happy hour ai sempre più frequenti rendez vous museali che caratterizzano i capoluoghi dello stivale italico.

 

Mostrifici
Aldo Damioli, Senza titolo, olio su tela, cm 40×40.

 

Ad arrestare il fenomeno delle mostre luna park è stato il Coronavirus, che ha messo in ginocchio un modello culturale che ha puntato tutto sull’imperativo delle presenze e degli incassi, trascurando la funzione culturale ed educativa dei beni artistici a favore di una mercificazione dell’arte che passa attraverso il meccanismo perverso delle loan-fees, i prestiti a pagamento di opere d’arte che mettono a rischio il patrimonio di molti musei e pinacoteche, costretti, loro malgrado, ad affittare pezzi delle proprie collezioni per continuare a sopravvivere.
Perché, è bene ricordarlo, le esposizioni d’arte sono diventate un business nel momento in cui le amministrazioni pubbliche, piegate dalla crisi economica e con budget sempre più risicati, hanno totalmente abdicato alle loro funzioni di enti-promotori cedendo alle società private non solo i “servizi aggiuntivi”, ma l’intero pacchetto-mostre (inclusi la programmazione, la scelta dei criteri critici e dei curatori cui vengono affidati prodotti sovente preconfezionati).
Una delle conseguenze del Covid 19 è stata la profonda revisione dei modelli di fruizione. Non più code chilometriche agli ingressi dei musei e sale affollate, ma obbligo di prenotazione e numero contingentato di visitatori, distanze di sicurezza e percorsi obbligati e, in buona sostanza, un netto calo delle presenze e degli incassi che nei prossimi mesi renderanno commercialmente meno appetibili gli investimenti nel comparto-mostre.
Sembra una catastrofe e invece è un’opportunità per ripensare un modello culturale ormai giunto al capolinea.
Magari ripartendo proprio dalla funzione educativa del bene artistico, che è un patrimonio culturale pubblico e non – come aveva già prefigurato Lyotard nel suo celebre La condition postmoderne. Rapport sur le savoir – una merce, equiparabile a qualsiasi altro bene di consumo. Bisogna ripartire dalle amministrazioni pubbliche e soprattutto dai musei, quelli grandi e quelli piccoli, perché ritornino ad essere non solo luoghi di produzione di mostre, centri di ricerca, di restauro e conservazione, ma laboratori di idee e di esperienze capaci di restituire ad ogni territorio non solo la ricchezza della propria eredità storica, ma anche il senso dell’identità presente e futura della collettività cui quei beni inalienabili appartengono.

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