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Ivan Quaroni

Il sonno della cultura genera mostre. Lo abbiamo visto con l’esplosione massiccia dell’exhibition industry in Italia a partire dagli anni Novanta, complice una legge, la famigerata 4/1993 introdotta da Alberto Ronchey, che ha aperto i cancelli nel settore dei beni culturali a imprese private per la gestione dei cosiddetti “servizi aggiuntivi” di musei e palazzi pubblici. Il risultato è stato l’affermarsi del fenomeno del cosiddetto “mostrificio”, marea montante di esibizioni blockbuster caratterizzate da un marketing aggressivo e da una sbandierata presenza di nomi di grido
(sempre gli stessi), da Leonardo a Caravaggio, da Picasso a Van Gogh, da Dalí a Andy Warhol, fino agli onnipresenti
Impressionisti, con i quali si dichiarava ogni mostra “imperdibile”.

Attrattive per un pubblico variegato di visitatori, queste esposizioni “chiavi in mano” proposte dalle società che le organizzano e ne gestiscono la bigliettazione e il merchandising, non aggiungono nulla alla conoscenza degli artisti e della storia dell’arte, ma anzi trasformano l’arte in un prodotto da consumarsi istantaneamente, senza troppa attenzione, trasferendo, così, il concetto di happy hour ai sempre più frequenti rendez vous museali che caratterizzano i capoluoghi dello stivale italico.

 

Mostrifici
Aldo Damioli, Senza titolo, olio su tela, cm 40×40.

 

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