Come ti sei avvicinato alla fotografia ?
Mio padre possedeva una Leica R verde militare che non condivideva volentieri, una Rolleiflex SL 35 con tre focali Zeiss, un 35 mm, un 50 mm, entrambi f 1,4, e un 135 mm f 4 che mi era permesso utilizzare fin dal primo anno di scuola media in totale libertà, ma già prima una camera Polaroid mi dava emozioni con la magia dell’immagine immediata che affiora in qualche minuto. Mi divertivo a sperimentare doppie esposizioni sullo stesso scatto per sovrapporre immagini di oggetti a persone. Avrei scoperto solo dopo molti anni David Hockney con i suoi collage fatti con le polaroid e fu un’epifania per me.
Ci furono anni in cui ero attratto dall’aspetto tecnico e da un linguaggio ingenuo, un’ estetica scopiazzata e basata su facili emozioni. Lavoravo in camera oscura, sviluppando e stampando, e uno dei miei primi incarichi fu documentare i cantieri di restauro con immagini stampate, all’epoca rigorosamente su carta barritata, destinate alla soprintendenza dei beni culturali.
Attratto dalle copertine glamour, acquistavo riviste di fotografia più per le copertine sexy che per i contenuti autoriali. Qualcosa si è sedimentato in me come una contaminazione, alimentando la passione per l’immagine. Guy Bourdin, Florence Henri, Alfred Stieglitz, Lewis Carroll hanno fatto breccia in modo inconsapevole nella mia corteccia frontale. Ritroverò dopo anni questo substrato acquisito per percepirne il significato più profondo.
Qual è il tuo percorso di studi ?
Dopo il diploma superiore, ho frequentato lo IED mentre ero assistente nello studio fotografico di Milano di Sandro Sciacca, da cui ho imparato moltissimo e non solo sulla fotografia. Se da un lato accedere a un corso triennale di fotografia è stato formativo, dall’altro fare l’assistente ha completato la mia formazione professionale come la scuola non può più arrivare a fare.
Hai dei maestri o degli autori che hanno ispirato il tuo lavoro in ambito fotografico e artistico ?
È inevitabile avere dei riferimenti, come è inevitabile che nell’arco del tempo questi riferimenti mutino.
Ho sempre sofferto di una certa forma hoarding disorder, innamorandomi del lavoro sia di grandi maestri sia di autori minori, ma mano mano che cresceva la mia identità, ho imparato a selezionare quello che sento più affine al mio modo di vedere, distillando alla fine una selezione di riferimento senza mai però smettere di osservare il più possibile.
Da giovane erano i soliti grandi nomi a darmi ispirazione, soprattutto tra la fine degli anni Ottanta e Novanta. Nel tempo la mia ammirazione è andata ad autori come Paolo Roversi, Robert Maxwell, Billy & Hells, Alistar Taylor Young, Sharon Rupp, Sally Mann, Minor White, André Kertész, Flore, Julia Margaret Cameron e molti altri.
Come ti relazioni con le differenze tecniche nel realizzare degli scatti con la macchina fotografica digitale o analogica?
In fotografia è difficile prescindere dalla tecnica, ma è negativa quando diventa prevalente sul linguaggio o sul contesto fotografico. Non importa con che tecnica, o metodo, o supporto ci si voglia esprimere se si cerca un linguaggio autentico. Personalmente, ringrazio di vivere in un epoca digitale per le potenzialità espressive e tecniche che ci dà l’ambito digitale. In ambito professionale utilizzo solo la filiera digitale.
Per la mia ricerca personale, oltre alla tecnica digitale, prediligo lavorare in grande formato con la tecnica del wet plate, o in ambrotipo negativo, o in tecnica mista: scatto digitale, elaborazione e creazione di negativo digitale per una stampa analogica su sali d’argento o platino palladio.

Quando hai sentito la necessità di approcciarti all’antica tecnica del wet plate ?
Con il mio studio ho sempre lavorato in pellicola, per scopi commerciali e per le potenzialità sono passato al digitale. Operativamente è stato un cambiamento radicale, soprattutto da un punto di vista delle possibilità creative ed economiche. Passando molte ore al computer, sentivo la necessità di tornare a qualcosa di fisico. Ho avuto modo di vedere il lavoro di Ian Ruhter e ne sono stato folgorato. Appena ho avuto modo, sono andato negli Stati Uniti e per una decina di giorni ho frequentato un workshop su questa tecnica nelle Catskill, a nord di New York.
Ci racconti qualcosa in più riguardo questa affascinante tecnica antica ?
Lo scatto con la tecnica con l’ambrotipo consiste in un procedimento fotografico che storicamente si pone tra il dagherrotipo e la lastra secca intorno al 1860.
Consiste nel realizzare in modo immediato immagini riprese attraverso, prevalentemente, camere di grande formato su un supporto di alluminio verniciato o vetro trasparente, preparando le stesse in modo che supportino i sali di argento sensibile alla luce su uno strato di soluzioni al collodio e produrre, dalla ripresa allo sviluppo, immagini entro il tempo in cui la lastra stessa deve restare umida, pena la non riuscita del trattamento.
La metodica dello scatto al collodio assume un significato profondamente diverso nella nostra epoca digitale. Superficialmente, è affascinante il metodo in sé, che produce immagini esteticamente con una forte caratterizzazione tipica e riconoscibile.
Il processo è accattivante ma resta una tecnica sterile se non si coglie l’effetto psicologico che comporta questo metodo di ripresa sia per la parte del fotografo sia per il soggetto, nel caso soprattutto una persona ritratta. Interessante è sfruttare quello che io chiamo la liturgia dello scatto, che attraverso la laboriosità, i tempi e i preparativi a cui oggi non siamo più abituati, raggiunge un atteggiamento creativo e psicologico alternativo e profondo .
Il tentativo al di là della tecnica in sé è sfruttare, attraverso la filiera di questo processo, lo strappo temporale a cui non siamo più abituati, immersi come siamo nel mondo contemporaneo, per ottenere immagini che raggiungono un grado di autenticità alternativo.
Cosa ricerchi dai soggetti che ritrai attraverso il Collodio Umido ?
Il tentativo è quello di creare un rapporto tra soggetto fotografo e media tecnico che induca fotografo e soggetto a un atteggiamento intimo di autenticità e, quando è possibile, una sorta di indagine introspettiva, un rimando all’ipotetico passato contemporaneo, la caratterizzazione estetica che rimanda alla memoria di foto passate con soggetti attuali.
Cosa vuoi trasmettere attraverso la tua fotografia?
Il senso dell’inevitabile oblio nell’ingenuo tentativo di bloccarne un istante.
Immagine di copertina – Courtesy l’artista
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