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Valeria Tassinari

Rintanato in golena, la terra del fiume se la teneva anche in bocca, lavorandola lentamente con la lingua, per togliere le impurità e renderla più malleabile. Antonio Leccabue non aveva certo ritegno a mostrarsi sporco di fango, tanto chi gliel’avrebbe mai baciata una bocca così – spaccata, storta, i denti cariati e la lingua piegata in un dialetto che non cancellava l’accento straniero?

L’argilla gli piaceva molto, perché schiacciandola con le dita ne tirava fuori i migliori compagni della sua solitudine: animali, figurette, forse una bambolina a forma di ragazza, nuda come una ninfa dai fianchi larghi. La chiamano “Tivér”, quel tipo di terra è così famigliare da avere un nome proprio nella Bassa reggiana, dove è usata per rinforzare gli argini, ma intona anche il colore e l’odore delle case.

 

Ligabue
Antonio Ligabue, Autoritratto con sciarpa rossa, 1958, olio su faesite, 75×59. Courtesy Fondazione Archivio Antonio Ligabue, Parma.

 

A Gualtieri – il borgo sul confine tra Emilia e Lombardia dove Ligabue ha trascorso la maggior parte della vita – la golena è molto larga, e disegna un paesaggio morbido, che a tratti sembra una superficie lunare, a tratti un frammento di boscaglia medioevale. Si distingue in golena chiusa e golena aperta: la prima, tra due argini, è coltivata e un tempo era abitata dai contadini e dai “sabiaroli”, che lavoravano alla cava d’argilla; la seconda, quella che si appoggia al fiume, è una striscia ininterrotta di pioppeti e di macchia autoctona intricata, un’oasi per gli animali selvatici.

Una terra esiliata, inclusa tra il Po e l’argine maestro, ma protesa lungo la riva, che scorre verso una distanza incommensurabile. Ligabue ci arriva nel 1919, e un secolo dopo è ancora così, la descrive bene Marco Belpoliti esplorando la Pianura Padana (Pianura, Einaudi, 2021). Oltre l’argine, a due chilometri dalla piazza del paese, il fiume è un orizzonte inquieto, esonda e si ritrae: è un margine insicuro per un emarginato instabile e randagio, come quel ragazzo disadattato, scacciato lì dalla Svizzera a vivere di carità e miseria, con la sola compagnia di uno specchio per ritrarre la propria faccia.

In golena Antonio ci vive e ci torna nei momenti peggiori, nascosto in un capanno, lontano dagli scherni; in golena prova a lavorare, nonostante la sua costituzione fragile e rachitica, scarriolando terra sull’Isola degli Internati, una protuberanza grigia dentro il fiume, dove qualche reduce dalle prigioni di Germania capisce la sua lingua madre.

 

Antonio Ligabue. Courtsy Fondazione Archivio Antonio Ligabue, Parma.

 

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