Esterrefatti e immobili davanti alle immagini digitali delle catastrofi, circondati da emergenze umanitarie e ambientali, da conflitti incendiari, da fluttuanti derive politiche e sociali, viviamo in un’era che probabilmente sarà ricordata come la più assuefatta all’estetica del tragico di tutta la storia umana. La “normalizzazione del disastro” – fenomeno che tra i primi l’urbanista, filosofo e sociologo francese Paul Virilio (1932-2018) aveva indicato come una delle condizioni caratterizzanti della cultura contemporanea (sua l’idea di ‘museum of accidents‘) – ci accompagna quotidianamente come un’inquieta certezza. Superata l’eccezionalità, ormai ci aspettiamo di assumere ogni giorno la dose omeopatica autosomministrata di immagini di dolore e macerie – di attentati, incidenti, naufragi, immensi fronti di fuoco, devastazioni idrogeologiche, terremoti, morti infantili – che ci renderà immuni. Senza volerlo, ma con metodo, vediamo e ci aspettiamo qualcosa di forte che sempre meno ci sconvolge e mai ci travolge, una sorta di Sublime romantico decantato, che attrae lo sguardo e consuma l’emotività, lasciandoci attoniti e anaffettivi o, forse, emotivamente devastati ma facilmente distraibili. Superata l’estetica delle macerie, tema al quale la Tate Britain già nel 2014 ha dedicato la memorabile collettiva Ruin Lust (4 marzo – 18 maggio), siamo alla contemplazione della catastrofe come atto di quotidiano addestramento all’indifferenza.
Oppure non è ancora del tutto vero? Se lo è chiesto lo staff curatoriale di Collezione Maramotti, presentando il suo ultimo progetto espositivo di rilettura del patrimonio permanente (la raccolta e l’archivio) in uno sfidante progetto dal titolo Attraverso i diluvi.
In questa ampia collettiva, che mette in scena una selezione di opere della collezione (in parte mai esposte fino a ora) integrandole con mirati prestiti internazionali, situazioni emblematiche di diverse epoche storiche interrogano con incalzante discrezione il visitatore che, addentrandosi nella grande sede espositiva di Reggio Emilia, si ritrova in viaggio tra evocazioni sottilmente distopiche e visioni apocalittiche, tra distruttive relazioni uomo-natura, guerre e malattie, mentre nel cucire il percorso si rincorrono gli interrogativi: “Può un evento catastrofico configurarsi come forma di conoscenza o come punto di accesso a un nuovo scenario? Quali immaginari individuali e collettivi la catastrofe può attivare nella sua accezione di ‘rovesciamento’ e ‘rivolgimento’, quali visioni per attraversare il mondo?”. Oltre cinquanta opere dal XII sec. a.C. al 2024 introducono concezioni radicalmente differenti – dall’Antico Egitto a Giulia Andreani, da Athanasius Kircher a Käthe Kollwitz, da Goya a Kiefer – disponendone in una linea asincrona dall’andamento circolare per esplorare episodi e soggetti emblematici. Imponente come un affresco, ma analitico come un’illustrazione, è il dipinto che apre e chiude il percorso: l’originale e cinica interpretazione dell’uscita dall’Arca di Oltre il Diluvio (1864), una tela di Filippo Palizzi, dove nella festosa agitazione dello sbarco dei sopravvissuti, tra animali di ogni altra specie, non vi è traccia di uomo; nemmeno di Noè che, in fondo, quella volta non si era nemmeno comportato così male.
Immagine di copertina – Agostino Arrivabene, Le Vedette I, 2000, Collezione Maramotti, Reggio Emilia, © Agostino Arrivabene, Courtesy Collezione Maramotti, Ph. Carlo Vannini
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