La mostra personale di Chris Rocchegiani intitolata La gru in volo sarà visibile fino al 6 settembre 2026 nelle sale Betto Tesei dei Musei Civici di Palazzo Pianetti a Jesi. Curata da Simona Cardinali, rientra nel progetto triennale Dittico – Arte contemporanea in dialogo con il patrimonio culturale, che promuove la valorizzazione del patrimonio museale attraverso sei mostre ospitate proprio nelle sale espositive Betto Tesei.
Chris, mi racconteresti la gestazione di questa imponente e articolata mostra? Ci sono aspetti specifici della tua pratica o della tua esperienza come artista che sono stati particolarmente rilevanti nel processo creativo che ti ha portato alla realizzazione di questa mostra?
Chris Rocchegiani: Raramente avviene di essere invitati a partecipare a un progetto come Dittico, con un buon margine di preavviso. Questo aspetto, che può sembrare apparentemente solo organizzativo, è stato in realtà determinante per la buona riuscita della mostra. Il pensiero intorno ad essa, come tutta la successiva produzione delle opere, ha potuto così maturare e approcciare direzioni diverse, avendo tempo per il confronto e per la sperimentazione. Di uguale importanza è stata anche la piena fiducia ricevuta da tutta l’Istituzione dei Musei Civici e dell’Amministrazione Comunale, che si è sempre mostrata aperta ad accogliere ogni mio contenuto e ha condiviso tutte le fasi di realizzazione della mostra. È con questa apertura che viene inteso e stimolato il dialogo con il patrimonio culturale della città, avendo la possibilità di considerare anche approcci innovativi e non lineari. Su questa base s’innesca la mia pratica pittorica che, alimentata da un costante studio e dalla ricerca, non si struttura intorno ad un progetto definito come un a priori, ma viene costantemente ridiscussa, prendendo le fattezze di un percorso espositivo chiaro, grazie ad un processo di disvelamento.
Ora vorrei soffermarmi sul tuo legame con Lorenzo Lotto – quasi un “nume” in questo contesto, una figura fondamentale che si intreccia con tutta la struttura della mostra: la sua è una presenza che ti ha sempre accompagnata nel tuo percorso artistico oppure è emersa durante il cammino che ti ha condotto verso questa mostra? Durante la preparazione, fisica e mentale, di La gru in volo che possibili punti in comune hai trovato tra il suo percorso di vita e ciò che cerchi in quanto artista?
Abitando a pochi passi dalla Pinacoteca, i capolavori di Lorenzo Lotto hanno da sempre nutrito il mio bagaglio visivo e cresciuto in me un senso di appartenenza, come quello che si prova di fronte a dei beni di famiglia e forse per una sorta di appropriazione indebita, le sue opere sono diventate anche parte della mia storia. La magia è iniziata quando ad ogni passaggio della sua biografia che scoprivo e ad ogni nuova lettura sulla sua incredibile e modernissima visione, i punti di ancoraggio tra il Lotto e la mia vita umana e artistica si sono fatti sempre più saldi, rendendo fortissimo il desiderio di raccontare tutto questo in una mostra. Non riesco a distinguere in maniera netta gli aspetti umani e quelli artistici, sia nella mia vita che in quella del Lotto. Come il Libro delle spese diverse, con le sue semplici annotazioni di natura economica, mi parla della quotidiana battaglia interiore del Lotto, così anche una sua raffigurazione sacra come la Deposizione o la Vergine Maria con Gesù in grembo, riesce a traghettare l’animo di me che la contemplo in una traiettoria senza tempo, dall’umano al divino. È proprio questo l’aspetto che più mi lega al Lotto, questo ardente desiderio di stare nella materia della pittura e proprio attraverso di essa trasformare e trasformarsi.

La gru in volo si compone di quattro sale che corrispondono ad altrettante aree tematiche – che hanno anche il pregio di mettere in luce la vicenda umana di Lotto. Cosa ti ha guidato alla loro definizione? Che significato hanno per te?
La gru, come animale simbolico, è l’uccello che attraversa e connette due dimensioni: quella umana e quella divina, quella del fare e quella della contemplazione. Lorenzo Lotto, che la sceglie come suo simbolo, ci mostra come questi due aspetti non siano polarità opposte, ma una esperibile attraverso l’altra e viceversa. Quello che la gru delinea è quindi un viaggio, un percorso, e le quattro stanze sono state pensate proprio per raccontarlo. Ognuna di loro ha un titolo, un tema: 1. La cecità di chi ha il volto nella luce; 2. L’angelo ermeneuta; 3. Errabondo; 4. Il gesto piccolo.
Normalmente si pensa alla trascendenza come conclusione di un processo per il quale la fusione con il divino rappresenta il fine ultimo, ma non è così per me, perché ogni giorno si può fare esperienza di questo viaggio dall’umano al divino, attraversando questi quattro temi. Pensare la trascendenza nel suo ordine logico è anche una modalità di raffreddamento e distanza, come fosse qualcosa che non ci riguarda nel qui ed ora ma solo in un futuro idealizzato ed è contrario all’insegnamento della gru. Ogni giorno abbiamo la possibilità di immergerci nella luce, di vedere e varcare la soglia grazie all’angelo che la rende manifesta, di sentirci attraversare forme e materia, abitare i corpi, pur non appartenendo pienamente a nessuno di loro, così come stare nei gesti piccoli della vita umana per rivelarne la grandezza.
Ognuno di questi temi ha una corrispondenza biografica, con me e con il Lotto, ma la citazione di questi aspetti, laddove vengono esplicitati, non vuole esaurire il discorso, piuttosto ancorarlo alla concretezza del vissuto per diminuire ancora più le distanze con i visitatori. Un esempio è la cecità, o meglio la semi-cecità, che è una condizione provata dal Lotto in tarda età e la sua pittura di quegli anni ci svela come il non vedere degli occhi possa aprire ad una possibilità ancora maggiore di accordo con la luce. Nella semi oscurità stavano anche gli occhi di mia nonna, ed è con gli occhi chiusi che accedo alle visioni interiori.
La tua pratica indaga un certo tipo di liminalità – spazio fragile ma profondamente fertile. Questo tema è veicolato nel tuo immaginario artistico dall’immagine della deposizione di Cristo, una vera e propria soglia in quanto si osserva nello stesso momento la realtà del mondo terreno e l’idea del mondo al di là. Un esempio di questo episodio biblico che ti sta particolarmente a cuore è quello dipinto da Jacopo Carucci, meglio conosciuto come Pontormo: spesso dettagli o atmosfere del quadro si nascondono nelle tue tele. Perché tra tutte le numerose deposizioni dipinte questa è la versione che più ti colpisce? Nell’ambito di La gru in volo, è invece la deposizione del Lotto, conservata proprio nella Pinacoteca di Palazzo Pianetti, che ti ha accompagnata. Cosa di questa immagine drammatica e sospesa troviamo nel corpus di opere esposte in mostra?
La deposizione del Pontormo è stata per me a tutti gli effetti un’epifania. Ricordo ancora la prima volta che mi sono trovata di fronte a quel capolavoro, in ogni suo dettaglio, e quella forza si rinnova ogni volta che torno a vederla. La deposizione del Pontormo, più di altre, si distacca dagli aspetti narrativi dei personaggi rappresentati e mostra tutto lo sconquasso emotivo ed interiore dell’uomo che partecipa allo svelamento della soglia. A partire da quella, ogni deposizione ha per me un significato speciale riassumendo in sé la poetica di tutta la mia ricerca pittorica. Tra le opere esposte quella che rimanda in maniera più diretta alla deposizione è Sconquasso di rondini e cadute. La palette cromatica non “umana” dei corpi rappresentati è figlia di quella del Pontormo, in cui i tessuti e l’incarnato si confondono perdendo l’aspetto naturale ed intensificando quello emotivo. Le rondini tagliano il piano della rappresentazione facendo franare lo spazio là dove dovrebbe essere un appoggio o sospendendo e aprendosi al cielo là dove la tensione preme lungo la verticale. Siamo nella soglia, ognuno a suo modo prende parte a questa possibilità di apertura e di sfondamento dell’esperienza umana.
![Chris Rocchegiani, Tentativo vano [strofinaccio 1, 2 e 3], 2026, installation view, Sale Betto Tesei dei Musei Civici di Palazzo Pianetti, 2026 Foto © Fabrizio Carotti, Courtesy dell’artista](https://www.artein.it/wp-content/uploads/2026/09/Chris-Rocchegiani-Tentativo-vano-strofinaccio-1-2-e-3-2026-installation-view-Sale-Betto-Tesei-dei-Musei-Civici-di-Palazzo-Pianetti-2026-Foto-©-Fabrizio-Carotti-Courtesy-dellartista-1024x683.jpg)
Lupi e rondini – ricordi concreti dell’abbraccio del paesaggio marchigiano e insieme jesino – sono presenze ricorrenti nelle tue opere: puoi dirmi il loro significato, ed eventualmente come questo si è evoluto nel tempo? Questi animali esprimono un messaggio specifico ne La gru in volo?
Come giustamente hai scritto sono entrambi animali specifici, reali, che appartengono al mio vissuto marchigiano, profondamente legati a me. Abitano le mie opere da sempre e come tutti i soggetti della mia pittura, attraversano stadi di maggiore o minore definizione, di riconoscibilità. Per cui il lupo può divenire più simile ad un cane o una pecora o una semplice macchia e la rondine, una gru, o un cigno o un rapace. Ciò che rimane invariato è la qualità che portano nel dipinto: quella terrestre e selvatica del lupo, di ancoraggio alla terra; quella aerea e verticale dell’uccello. Sono quasi sempre compresenti, perché di fatto sono le tensioni dentro cui si manifesta il mio stare nella vita. Proprio per questo, ne La gru in volo, interpretano il mio modo di compiere questo viaggio, questa traiettoria di incontro dell’umano con il divino.
La gru in volo è un’esperienza che raccoglie i due lati dell’essere umano: da una parte c’è la vita attiva e concreta, l’umanità nelle sue semplici declinazioni – ce lo ricordano bene gli strofinacci, che in questa mostra diventano opere vere e proprie. Dall’altro lato dello spettro c’è la tensione verso l’alto, verso gli aspetti contemplativi dell’esistenza. I due poli sono uniti dal movimento, che non si arrende alla fissità ma spinge ad una ricerca sia esteriore che interiore. Che cosa auguri ai visitatori di questa mostra di portarsi con sé?
Auguro di concedersi la possibilità di venire “toccati” dall’invisibile, di rimanere aperti di fronte al mistero perché non è qualcosa di distante e mostruoso, ma ci appartiene tanto quanto questi corpi e la materia attraverso cui agiamo. La soglia è una condizione, non è un fine vita e la deposizione è un abbandono all’immensità della vita.
Chris Rocchegiani
La gru in volo
A cura di Simona Cardinali
27 giugno 2026 – 06 settembre 2026
Sale Betto Tesei dei Musei Civici di Palazzo Pianetti, Jesi
www.palazzopianetti.it
@palazzopianetti
Immagine di copertina: Chris Rocchegiani, La gru in volo, installation view, Sale Betto Tesei dei Musei Civici di Palazzo Pianetti, 2026 Foto © Fabrizio Carotti, Courtesy dell’artista
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