Che cosa significa rendere visibile ciò che, pur sostenendo la nostra esistenza, continua a rimanere ai margini delle rappresentazioni economiche e sociali? È attorno a questa domanda che si sviluppa OPEN, il progetto espositivo curato da Sergio Risaliti e Stefania Rispoli negli spazi di Palazzo Buontalenti a Firenze, visitabile fino al 12 ottobre 2026. Una mostra in cui la pratica artistica si confronta con la ricerca storica e le scienze sociali per interrogare le forme del valore, del lavoro e della convivenza nel presente.
Nata dal dialogo con Measuring the Invisible Economy, la ricerca della storica Johanna Gautier-Morin, la mostra assume l’arte non come semplice strumento di traduzione di un impianto teorico, ma come campo di produzione critica capace di mettere in discussione i paradigmi attraverso cui interpretiamo il reale. Le opere di Agnieszka Polska, Berlinde De Bruyckere, Eglė Budvytytė, Elena Mazzi, Leone Contini, Riccardo Previdi e Pierre Chastel costruiscono un percorso in cui raccogliere, esaurimento, irreversibilità e mutazione diventano categorie operative per riflettere sulle conseguenze dei processi estrattivi, sulle economie della cura, sui limiti ecologici e sulle possibilità di nuove forme di coesistenza.
In questo senso, OPEN si configura come un dispositivo curatoriale transdisciplinare che intreccia ricerca, pratiche artistiche e riflessione politica, restituendo alla mostra la funzione di spazio di conoscenza e di produzione di immaginari. Lontano da ogni intento illustrativo, il progetto apre un territorio di confronto in cui emergono le tensioni che attraversano il nostro tempo: tra visibile e invisibile, progresso e sfruttamento, apertura e vulnerabilità.
Abbiamo approfondito questi aspetti in un’intervista con i curatori Sergio Risaliti e Stefania Rispoli, riflettendo sul processo che ha dato forma a OPEN, sul rapporto tra ricerca e pratica curatoriale e sul ruolo che una mostra può assumere oggi nell’attivare nuove modalità di lettura del presente.
OPEN nasce dall’incontro tra ricerca accademica e ricerca artistica. In che modo il dialogo con il lavoro di Johanna Gautier-Morin sull’ “economia invisibile” ha influenzato concretamente le scelte curatoriali e la selezione degli artisti?
Il dialogo con Johanna Gautier-Morin e con il suo testo Measuring the Invisible Economy è stato il punto di partenza e il cuore della mostra. Patrizia Nanz, presidente dell’Istituto Universitario Europeo (EUI), ci ha invitati a realizzare un progetto espositivo che nascesse dal confronto con un’alunna dell’Istituto e con la sua ricerca, sperimentando una metodologia di lavoro in cui ciascuno potesse offrire il proprio contributo da una prospettiva diversa.
Fin dall’inizio è stato chiaro che le opere non avrebbero costituito un’illustrazione visiva delle teorie di Johanna, che propongono una rilettura della storia economica contemporanea. Al contrario, avrebbero creato echi, aperto nuove prospettive e ampliato il discorso teorico, coinvolgendo in un’esperienza non solo intellettuale, ma anche fisica ed emotiva.
Abbiamo quindi costruito un vero e proprio laboratorio curatoriale che mettesse in dialogo l’EUI, Johanna, gli artisti e noi curatori. Questa attitudine al confronto ha accompagnato l’intero processo progettuale e ha trovato una traduzione concreta nella sala centrale di Palazzo Buontalenti, dove Johanna Gautier-Morin ha lavorato a stretto contatto con Elena Mazzi, una delle artiste in mostra, e con cinque giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Qui la ricerca teorica, in un certo senso, esplode nello spazio, mentre le altre opere, ciascuna all’interno del proprio microcosmo, fanno progredire e amplificano la riflessione.
La mostra ruota attorno a pratiche e forme di valore che spesso sfuggono alle misurazioni ufficiali. Quali strumenti offre l’arte contemporanea per rendere percepibile ciò che, per sua natura, tende a rimanere invisibile?
Per sua natura l’arte procede attraverso metafore, analogie e contrapposizioni rispetto a ciò che consideriamo reale e al sistema di valori attraverso cui misuriamo le nostre vite: economici, affettivi, culturali, politici, sociali, ideologici (e l’elenco potrebbe continuare).
L’arte lavora con il visibile ma, paradossalmente, riesce quasi sempre a rivelare ciò che si nasconde dietro la superficie, invitandoci a guardare e a percepire il mondo con occhi diversi, secondo paradigmi di pensiero alternativi.

I quattro concetti che strutturano il percorso espositivo – raccogliere, esaurimento, irreversibilità e mutazione – sembrano descrivere non solo fenomeni economici, ma anche condizioni esistenziali e ambientali. Come si intrecciano queste diverse dimensioni all’interno della mostra?
Gleaning, Irreversibility, Exhaustion e Mutation sono, prima di tutto, concetti che sintetizzano le riflessioni, raccolte in Measuring the Invisible Economy. Si tratta quindi di astrazioni che ritornano spesso, sovrapponendosi, nella lettura di tutte le opere, proprio con l’intento di ampliare continuamente la riflessione e le possibilità interpretative che emergono nel momento in cui il visitatore si confronta fisicamente con esse.
Ad esempio, Sorgente di Leone Contini nasce dalle macerie del restauro di Palazzo Buontalenti: da ciò che resta prende forma un giardino, uno spazio in cui rovina e rigenerazione convivono. L’opera ci invita a ripensare che cosa consideriamo produttivo e a cosa attribuiamo valore.
L’idea irreversibilità emerge invece con forza nel lavoro di Elena Mazzi, dedicato alla nuova Via Polare della Seta, che riflette sulle conseguenze ambientali, politiche e sociali di trasformazioni ormai difficilmente reversibili.
Songs from the Compost di Eglé Budvytyté ci conduce invece verso il tema della mutazione, mostrando come i nostri corpi siano permeabili all’ambiente e costantemente in trasformazione. Il compost diventa la metafora di un ciclo in cui disgregazione e rigenerazione coincidono, suggerendo una visione del mondo fondata sull’interdipendenza tra esseri umani, natura e altre forme di vita. In un’epoca segnata dalla diffusione delle microplastiche e dall’inquinamento ambientale, la mutazione non riguarda soltanto la biologia o la genetica, ma investe anche il gesto, il comportamento e le forme stesse della nostra presenza nel mondo.
OPEN si presenta come un “dispositivo curatoriale sperimentale e transdisciplinare”. Quali sono state le principali sfide nel mettere in relazione linguaggi e metodologie così differenti, provenienti dal mondo delle scienze sociali e da quello dell’arte contemporanea?
L’arte contemporanea si nutre da sempre del dialogo con linguaggi e discipline che tradizionalmente non appartengono alla sfera dell’estetica o della storia dell’arte. Per questo è stato naturale, anche dal punto di vista curatoriale, costruire il progetto secondo un approccio aperto e poroso, capace di accogliere prospettive differenti.
Come curatori ci siamo mossi soprattutto come facilitatori e interlocutori, creando le condizioni affinché potessero nascere incontri e connessioni tra artisti e l’Istituto, con tutte le persone e le competenze che ne costituiscono la ricchezza. Gli artisti hanno accolto il progetto con grande entusiasmo, perché le loro ricerche trovano in questo contesto un terreno particolarmente fertile.
L’Istituto rappresenta un’eccellenza proprio per la sua capacità di far dialogare saperi diversi. Palazzo Buontalenti, con la sua storia, ha fatto il resto. Nato come luogo dedicato alla ricerca e alla sperimentazione artistica e scientifica, legato alle collezioni medicee, conserva ancora oggi la memoria di uno spazio in cui conoscenza e immaginazione non sono mai separate.
Nel testo curatoriale emerge una tensione costante tra speranza e inquietudine: tra fiducia nella tecnologia e timore del suo predominio, tra possibilità di adattamento e processi irreversibili. In che modo gli artisti invitano il pubblico a confrontarsi con queste contraddizioni?
Le opere in mostra sono disposte in modo da alternare luci e ombre, riflettendo quello stato emotivo che tutti sperimentiamo nei tempi turbolenti in cui viviamo. C’è qualcosa di profondamente familiare nell’inquietudine che attraversa il percorso espositivo.
Nessuna delle opere cerca di risolvere l’assurdità del presente; ciascuna, piuttosto, pone domande e ci costringe, in un certo senso, a sostare dentro le nostre riflessioni, senza offrirci risposte immediate.
L’impatto con i cavalli di Berlinde De Bruyckere, collocati nella sala che fino a pochi anni fa ospitava gli archivi del Tribunale, è particolarmente intenso. É un incontro inquietante, disturbante e al tempo stesso irresistibile, che ci pone di fronte alla sofferenza, alla vulnerabilità, alla mancanza e al vuoto.
Le immagini psichedeliche del video di Agnieszka Polska ci conducono invece all’interno di un racconto surreale che, almeno inizialmente, appare sorprendentemente verosimile. La storia immagina un’antica armonia tra l’essere umano e la natura, un tempo in cui le donne occupavano un ruolo centrale nella procreazione, nella trasmissione del sapere e nella lungimiranza della specie. Ben presto, però, questa costruzione narrativa rivela la propria natura fittizia. È proprio in questo slittamento che risiede la forza dell’opera: invitare a riflettere sul potere delle narrazioni con cui interpretiamo il mondo, sulla loro capacità di orientare il nostro immaginario e, al tempo stesso, sulle potenzialità ancora inesplorate del pensiero, dell’immaginazione e di modi alternativi di concepire il rapporto tra esseri umani, tecnologia e natura.

Il titolo OPEN richiama sia l’apertura dell’Istituto Universitario Europeo alla città sia una riflessione più ampia sull’idea stessa di apertura. Quale esperienza vorrete che il visitatore portasse con sé una volta attraversato questo spazio di dialogo tra arte, ricerca e società?
OPEN dichiara innanzitutto l’apertura dell’Istituto Universitario Europeo alla città in occasione del suo cinquantesimo anniversario, inaugurano un nuovo spazio di incontro e di produzione del sapere. Palazzo Buontalenti è da sempre un luogo dedicato alla ricerca, all’arte e alla scienza, avendo ospitato anche progetti audaci come laboratori per le arti e le manifatture voluti nel Cinquecento da Francesco I de’ Medici, nei quali si praticava anche l’alchimia.
Con questa apertura, da un lato si rende omaggio a quella tradizione; dall’altro si conferma la natura dell’EUI come luogo di eccellenza nella ricerca e di immaginazione sociale, politica, economica e culturale.
Il titolo è anche un riferimento alla grande installazione luminosa di Riccardo Previdi collocata nel giardino del Palazzo. La parola OPEN, al pari di molte astrazioni che strutturano la nostra percezione del mondo, condensa condizioni complesse in una forma apparentemente trasparente. La sua leggibilità, tuttavia, è instabile: il significato si ridefinisce continuamente nel rapporto con lo spazio e con il contesto, rivelando l’ambiguità e i limiti insiti in ogni processo di semplificazione.
Collocata all’ingresso del Palazzo e della mostra come segno di apertura verso la città, l’opera agisce al tempo stesso come invito e come soglia. Segnala un’apertura, ma ne problematizza le condizioni. In questo gesto si riflette una delle tensioni centrali dell’esposizione: ciò che appare accessibile e condiviso è spesso strutturato da confini meno evidenti, che continuano a operare secondo logiche profondamente selettive e contraddittorie.
In un mondo globalizzato fondato sulla circolazione continua di merci, informazioni e persone, cosa significa davvero essere “aperti”? Chi è incluso in questa promessa e a quali condizioni? Quali forme di mobilità sono rese possibili e quali, invece, restano escluse o invisibili? Come accade per molti indicatori economici, anche qui ciò che appare immediatamente evidente è in realtà regolato da una logica selettiva che distribuisce accesso e valore in modo diseguale.
OPEN
a cura di Sergio Risaliti e Stefania Rispoli
8 maggio 2026 – 12 ottobre 2026
Palazzo Buontalenti, Firenze
www.eui.eu
@europeanuniversityinstitute
Immagine di copertina: OPEN Installation View, Palazzo Buontalenti, 2026 Courtesy of the European University Institute. Photo credit Elisa Norcini
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