Eleonora Savorelli: La mostra Di pietra e di cielo a cura di Sofia Schubert, presentata dalla Fondazione Elpis e visibile negli spazi della Villa fino al 14 giugno 2026, offre al pubblico le opere prodotte da te (Gabriele Ermini) e da Caterina Morigi durante il vostro periodo di residenza all’Atelier Elpis. In questa esperienza hai avuto l’opportunità di dialogare con il territorio e confrontarti con il patrimonio archeologico milanese declinandolo secondo la tua visione e pratica contemporanea. Che suggestioni hai potuto esplorare durante il periodo di residenza?
Gabriele Ermini: Fin dall’inizio io e Caterina Morigi siamo stati invitati a sviluppare una riflessione sul tema dell’archeologia, nello specifico in relazione alla città di Milano. Essendo da sempre appassionato della cultura etrusca, il mio interesse si è subito rivolto ai due luoghi più importanti della città che se ne occupano: il Museo Archeologico di Milano e la Fondazione Luigi Rovati. La principale domanda che mi sono posto è: come mai esistono due istituzioni che raccolgono il patrimonio di una civiltà che, di fatto, non ha mai vissuto in questo territorio? La risposta risiede soprattutto nel collezionismo, come quello della famiglia Rovati o dei Lerici, che hanno raccolto oggetti preziosissimi oggi visibili dietro le teche dei due musei. Una risposta forse meno ufficiale può invece rimandare al traffico illegale di reperti antichi. Un anno fa, per Una Boccata d’Arte, sono stato invitato a ideare un progetto a Oriolo Romano, in provincia di Viterbo: un luogo che in passato ha visto sia il passaggio degli etruschi sia, in tempi più recenti, quello spietato dei trafugatori di tombe. La loro presenza è ancora fortemente percepibile, ne sono rimasto profondamente colpito e, da allora, ho iniziato a utilizzare la figura del tombarolo come soggetto principale dei miei quadri. Non posso sapere se alcuni degli oggetti che ho visto nelle teche siano passati o meno dalle mani dei tombaroli, ma è probabile che in qualche casa milanese siano ancora nascosti reperti arrivati per vie traverse, riemersi dopo secoli da sotto il suolo e osservati e toccati per la prima volta dagli occhi avidi e curiosi di quei cacciatori di tesori.
Nelle opere che proponi in questa mostra – un ulteriore e coerente tassello del tuo percorso artistico – rivediamo una serie di elementi che da sempre abitano le tue tele e ceramiche: uomini arcaici intenti in qualche azione, artefatti antichi, uova sode, gigli. Cosa ci raccontano questi personaggi e “oggetti di scena” in questa nuova produzione? C’è una narrativa specifica che lega le opere esposte?
Ci sono alcuni elementi che spesso ritornano nelle mie tele. Penso alle uova, ai vasi, ai cavalli, e in generale, c’è sempre almeno una figura umana, solitamente non vestita, che occupa il centro della scena. Nello specifico, nella tela di grande formato volevo rappresentare il momento in cui un gruppo di tre tombaroli si sta arrampicando sui rami degli alberi di un bosco per nascondersi da qualcuno che li sta cercando (probabilmente delle guardie o il proprietario di quel terreno), protetti dal basso da due figure femminili quasi impercettibili, che per me rappresentano delle presenze etrusche che appunto li sorvegliano. La terracotta più grande esposta in giardino rappresenta anch’essa un tombarolo che, stremato dopo una notte di ricerche, si addormenta serenamente circondato da alcuni degli oggetti ritrovati. Le due terrecotte più piccole sono invece frammenti di oggetti poggiati su una sezione di terreno: ho provato a immaginare come potessero apparire gli elementi dei corredi funerari al loro posto, all’interno delle tombe, mentre aspettavano di essere rinvenuti. La pittura su carta rappresenta un corpo diviso in più parti. Ispirandomi agli ex-voto anatomici presenti nei musei, ho cercato di restituire la sensazione che si può provare quando ci si innamora senza essere corrisposti: come se mancassero delle parti del nostro corpo, o come se queste non fossero più ben connesse tra loro. È quella condizione in cui si è disposti a tutto pur di essere ricambiati, persino ad annullarsi e a farsi a pezzi per l’altra persona. Infine, c’è una piccola tela che fa parte di una serie di lavori dedicati alle maschere. Ci tenevo a esporla perché rappresenta una delle motivazioni che mi spingono a dipingere: la scoperta, talvolta casuale, di nuove possibilità pittoriche durante la pratica quotidiana. La maschera, infatti, è stata dipinta con una tecnica che ho immaginato e sperimentato un giorno in studio mentre stavo lavorando ad altro: ho intuito una possibilità e l’ho messa in atto, in questo caso con successo.
A questo punto non posso non chiederti delucidazioni su un aspetto tanto evidente quanto affascinante: l’origine e la motivazione del blu che utilizzi. C’è una ragione particolare dietro questa scelta o è più una questione di intuito? In questa scelta (o evoluzione naturale?) hai tenuto in considerazione la natura dei tuoi soggetti? In altre parole, c’è un legame particolare con i contenuti delle tue opere e il colore blu?
Utilizzo quasi esclusivamente il blu, nello specifico il blu oltremare, da almeno tre anni. Fino ad allora lavoravo con una palette molto ampia, fatta soprattutto di colori accesi e saturi, mentre le immagini nascevano da stimoli estremamente diversi. Ripensando a quel periodo, per me era importante che non emergesse alcuna narrazione definita; cercavo anzi di rendere le immagini il più possibile indecifrabili, persino a me stesso. Erano immagini forse accattivanti ma anche complesse, a tratti persino respingenti, concepite per lasciare l’interpretazione aperta e profondamente personale. A un certo punto mi sono reso conto che il colore stava diventando un ostacolo. La ricerca che stavo portando avanti mi spingeva a progettare in modo sempre più rigido il dipinto prima ancora che arrivasse sulla tela, irrigidendo un processo che fino ad allora avevo vissuto come più libero. Per questo ho deciso di realizzare una serie di tre grandi tele monocrome. Ho scelto il blu oltremare, un pigmento che conoscevo bene e verso cui sentivo già una particolare affinità. Mi interessava soprattutto la sua instabilità percettiva: è un colore che cambia profondamente in base al modo in cui viene trattato. Per esempio, quando stendo una campitura con l’aerografo, il blu appare brillante e quasi artificiale, vicino alla luminosità di uno schermo digitale. Con il pennello, invece, si scalda, vira leggermente verso il rosso e acquista una presenza diversa, più opaca e materica. Lo stesso accade intervenendo con il bianco o modificandone l’opacità: il colore attraversa tonalità differenti, oscillando tra registri freddi e altri più caldi, vicini al violetto. Fin dal primo quadro blu ho avvertito un nuovo margine di libertà. Ho ritrovato la possibilità di inventare e lasciare emergere soluzioni inattese, che forse avevo smesso di vedere perché mi ero chiuso in schemi troppo rigidi, compreso il modo stesso di pensare il colore. Dopo le tre tele iniziali ho deciso di proseguire lungo questa direzione, che continuo ancora oggi a esplorare. Anche il mio rapporto con l’immagine è cambiato. Proprio in quel periodo il mondo etrusco è entrato nel mio linguaggio visivo. L’incontro tra questi due elementi, il blu e l’immaginario etrusco, mi ha portato verso immagini sempre più legate tanto all’esperienza personale quanto a una dimensione immaginata, alimentata soprattutto da oggetti, reperti e letture legati a quella cultura. Questo passaggio ha reso il mio rapporto con i soggetti che dipingo più diretto e intimo e, credo, forse anche più accessibile a chi guarda.

I media che utilizzi principalmente – protagonisti della tua produzione esposta in mostra – sono la pittura e la ceramica: la prima ti accompagna sin dall’inizio, mentre l’interesse per la ceramica è sorto più tardi, in che modo sei stato attratto da questa tecnica? Inoltre, come integri questi due medium nella tua pratica artistica?
Mi sono sempre chiesto perché molti pittori, a un certo punto del loro percorso, si siano messi a fare ceramica. Anche io, pur non conoscendola affatto, ne sono sempre stato molto curioso, ma fino a un anno fa non avevo mai avuto occasione di toccarla. Grazie a Una Boccata d’Arte ho avuto l’opportunità di realizzare una serie di vasi e piccole sculture, affiancato da un ottimo torniante romano. Fin da subito ho avuto la percezione di aver sempre avuto a che fare con la creta, c’è qualcosa di insito nel modellare quel tipo di materia che penso sia viscerale, oltre che antichissimo. Ho notato immediatamente quanto, per certi aspetti, lavorarla sia più leggero e istintivo rispetto alla pittura, che continua invece a impormi quotidianamente sforzi e sfide: stimolanti e necessari, certo, ma spesso anche faticosi. Con la creta il processo mi appare più immediato: una volta iniziato, è più facile intuire la direzione del lavoro e lasciarsi guidare dalla materia stessa. In questa residenza ho deciso di lavorare con la terracotta perché, essendo stato chiamato a uscire dal mio studio, ho sentito la necessità di mettere per un po’ in pausa la pittura e riprendere in mano questa pratica, a cui spero di poter dare sempre più spazio. Per il momento credo esistano diverse connessioni tra le pitture e le ceramiche che ho realizzato, ma mi piace pensarle come lavori paralleli. Sto iniziando anche a immaginare che potrebbe essere interessante usare la creta per creare modellini da tradurre poi in pittura su tela. Chissà.
La tua pittura è esplicitamente figurativa, ma questa figurazione non sempre permette di capire ciò che sta avvenendo nella tela, anzi, le immagini che rappresenti spesso sono enigmatiche, si ha quasi l’impressione di essere davanti ad un affresco antico – greco, o etrusco: le scene sono visibili, uomini e oggetti sono ben leggibili, ma, effettivamente, di cosa ci parlano? Dunque ti domando: che cosa i tuoi soggetti e le scene che dipingi ci vogliono dire? Sono dei simboli, o delle idee? Cosa ci possono suggerire?
Sto da sempre lontano dai simbolismi. Sono più legato al mio intuito e alla mia immaginazione. I miei soggetti, in particolare gli ultimi, a volte penso che siano molto silenziosi, assorti ma allo stesso tempo distratti… Pochi di loro sanno di essere osservati, e se lo sapessero non credo gli farebbe piacere… Per me non è mai scontato parlarci, anzi, per rispetto della loro riservatezza e anche dell’indeterminatezza e della spontaneità con cui nascono, non voglio disturbarli troppo addossandogli ruoli che probabilmente non li rappresentano. Per far ciò, come sempre, cerco di stare lontano da certe logiche illustrative, per questo quando lavoro sono molto attento a come dipingo, non cosa.
Durante la preparazione della mostra Di pietra e di cielo hai riflettuto sulla attrazione profonda, a volte travolgente, che una serie di figure – dagli archeologi ai tombaroli – provano nei confronti dei reperti antichi, e come questi oggetti emanino un’aura speciale che irrimediabilmente incanta. Da dove arriva la tua fascinazione per l’antico? Riesci a ricordare un momento di inizio? O si tratta di un interesse che è cresciuto gradualmente?
Camminando in quei boschi, dove affiorano tombe scoperchiate da chissà chi, ricordo con nitidezza come a un certo punto avessi iniziato a percepire di stare sviluppando anch’io una sorta di sensibilità da rabdomante. Mi sembrava di avvertire sotto i piedi la presenza di corredi ancora inviolati e di poter, in qualche modo, trovare qualcosa. È un’attrazione singolare, intensa ma difficile da spiegare, soprattutto perché non avevo né i mezzi né le conoscenze per sperare davvero di imbattermi in una tomba intatta. Eppure quel richiamo l’ho sentito. Nei racconti del Mago, uno dei più celebri tombaroli di Tarquinia della seconda metà del secolo scorso, emerge con forza l’importanza di un dialogo quasi metafisico con gli antenati etruschi. Con una visione profondamente scaramantica, era secondo il loro volere che gli veniva concesso di trovare l’ingresso di una tomba oppure, attraverso segni e messaggi da interpretare, di essere avvisato dei possibili pericoli, come la presenza delle guardie che quella notte lo stavano cercando. Allo stesso tempo, l’adrenalina e la dipendenza che certi di loro sviluppavano nel ripetere l’esperienza estatica di entrare in una tomba per rivivere la meraviglia di trovare gli oggetti al suo interno, portava alcuni di loro a sentire vividamente il richiamo di questi oggetti preziosissimi. Per me la passione per il mondo etrusco nasce dopo una visita al museo di Villa Giulia a Roma. Ne sono rimasto folgorato: credo di aver scattato più di trecento fotografie in meno di due ore, costruendo un archivio di immagini a cui ancora oggi continuo ad attingere. Da allora ho iniziato a leggere, cercare e raccogliere quanti più racconti, immagini e informazioni possibili su questa civiltà, che progressivamente ha iniziato ad abitare le mie tele. Poco dopo ho scoperto che qualcosa di simile era accaduto anche a molti artisti del secolo scorso, rimasti a loro volta affascinati dagli etruschi fino a integrarli nel proprio linguaggio. Un po’ come i tombaroli che immaginano di dialogare con i loro antenati, mi piace pensare che anche il mio avvicinamento al mondo etrusco risponda a una forma di chiamata
Gabriele Ermini e Caterina Morigi
Di pietra e di cielo
a cura di Sofia Schubert
15 maggio 2026 – 14 giugno 2026
Fondazione Elpis | Villa – Via Orti 25, Milano
www.fondazioneelpis.org
@fondazioneelpis
Immagine di copertina: Gabriele Ermini e Caterina Morigi, Di pietra e di cielo, exibition view, Fondazione Elpis, Milano. Ph. Marco Dabbicco Altopiano Studio
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