Premio ArteiN | In dialogo con Davide Romanò

Davide Romanò - Courtesy l'artista
Facebook
LinkedIn
WhatsApp
In sinergia con l’esperienza editoriale di ArteiN Magazine, storica rivista culturale diretta da Marzia Spatafora e Francesco Boni, il Premio ArteiN propone ai lettori una serie di interviste dedicate ai finalisti della prima edizione.

Un dialogo approfondito che vuole raccontare, attraverso un affresco diretto e corale, le esigenze creative, i riferimenti culturali e i processi materiali che caratterizzano la ricerca artistica dei finalisti, inserendola nella complessità di una scena contemporanea in continua evoluzione. 


Qual è stato il tuo primo incontro con l’arte? Quali esperienze formative hanno inciso sul tuo percorso e quali artisti hanno influenzato il tuo sguardo?

Ricordo i banchi di scuola e il professore di educazione artistica che, battendo la squadra sulla scrivania e urlando il mio nome, mi rimproverava durante la scelta delle scuole superiori. La mia famiglia spingeva per una scuola professionale di meccanica, mentre lui mi disse: “Tu, Davide, hai le ali: devi volare. Vai a fare la scuola d’arte”. In fondo, credo che mi abbia “salvato la vita”.

Sono sempre stato molto silenzioso e schivo, e l’espressione artistica è diventata un gesto di ribellione, un modo per dire la mia, per affermare una visione. Nasco come poeta notturno e disegnatore di strada. Non ho mai pensato di essere un artista: è una parola abusata. Forse devono dirlo gli altri. Io mi sento anomalo, un meccanismo rotto, uno che cammina ai bordi della strada e osserva lo stare umano, figlio della gravità e del tempo.

I miei maestri sono i grandi della pittura, ma anche i poeti classici, i ribelli, gli scrittori, i registi, i critici. E poi le persone sincere, comuni: i gesti delicati, i fuochi d’artificio che esplodono nel cielo della vita e fanno dire a tutti “oh”, e poi il buio.

Riconosco tracce del mio segno nei grandi maestri come Pablo Picasso, Gustav Klimt, Mario Sironi, Mario Schifano, e nella poesia di Charles Bukowski, Omero, Jack Kerouac.


Come descriveresti oggi la tua ricerca artistica? Come si è evoluta nel tempo e quali sono i temi e le urgenze personali che animano la tua riflessione teorica?

La mia ricerca è figlia del mio vivere. Ascolto i tumulti della giornata: può nascere da un’immagine, da una frase, da una luce che disegna un’ombra sul pavimento, da una poesia ascoltata alla radio. È un movimento continuo dall’interno verso l’esterno e viceversa.

Cerco di spiegare, di spiegarmi, di interrogarmi su ciò che siamo. Nei miei lavori creo mondi interiori in cui lo sguardo si perde e trova nuove dimensioni: stanze che tutti abitiamo, consapevolmente o inconsciamente.

Metto il cuore nel colore. Scompongo le immagini e costruisco paesaggi onirici che scorrono sulla caducità della realtà e diventano immaginazione. Nascondo in un tratto, in un segno, una poesia incerta e umana. Parlo con l’anima all’anima.


Quale importanza concedi alla dimensione tecnica e mediale nel tuo lavoro? Puoi descrivere come realizzi le tue opere?

Applico una tela grezza su una lastra di legno che occupa l’intera parete del mio studio. Non parto mai da dimensioni precise, se non indicative. Inizio a dare forma all’idea con il colore, il carboncino e fondi materici.

Confido nel mio segno e nel mio occhio, che guida l’armonia dell’opera.

Ascolto musica, canto, mi muovo avanti e indietro. Mi fermo e ricomincio. A volte sto per uscire, ma torno indietro per aggiungere un ultimo tocco. Scrivo sull’opera, ci parlo. Poi, a un certo punto, arriva la calma: solo allora capisco che è finita.

Spesso mi sento un tramite. Questo mi dà pace: so che la soluzione arriva.


Davide Romanò, Albero di cachi, 2023 - Courtesy l'artista
Davide Romanò, Albero di cachi, 2023 – Courtesy l’artista

Qual è stato il momento più importante del tuo percorso artistico e cosa significa essere un artista oggi?

La massima soddisfazione è quando riesco a commuovere, quando chi osserva entra completamente nella “stanza del cuore” che ho creato. Quando quell’esperienza lo avvolge e la materia, il segno, la trasparenza superano la percezione visiva e diventano sentimento.

Quello è il punto più alto. La vera misura sta nella frequenza con cui riesci a creare questa connessione. Il resto — fiere, mostre, concorsi — è importante, ma serve soprattutto a sostenere il tempo necessario per sperimentare e crescere.

Essere artista oggi, per me, significa restare fedele a questa ricerca.


Quanto è importante oggi la comunicazione per un artista e come ti relazioni con il pubblico?

La comunicazione è fondamentale, ma per me non è mai costruzione artificiale: è conseguenza del lavoro.

Mi relaziono con il pubblico attraverso l’opera. Quando funziona, non servono molte parole: si crea un dialogo diretto, emotivo. Il collezionista o l’osservatore diventa parte di quella dimensione. È lì che avviene la vera comunicazione.


Cosa ti ha spinto a partecipare al Premio ArteiN e in che modo pensi questa esperienza possa incidere sul tuo percorso artistico?

Con il Premio ArteiN il mio obiettivo è trovare un supporto sempre più solido per questa ricerca e per questo viaggio. Voglio renderlo sempre più indipendente sotto ogni punto di vista.

Continuare a indagare il mio vivere, tra bello e brutto, eleganza e valore, poesia e profondità dell’animo umano.

Creare per indagare, indagare per vivere e trovarne il senso.


Davide Romanò, Voglio la luna, 2026 - Courtesy l'artista
Davide Romanò, Voglio la luna, 2026 – Courtesy l’artista

Viviamo in un’epoca terribile e bellissima: in che modo il tuo lavoro dialoga con il presente? La tua arte svolge una funzione politica o sociale?

Amo la strada, le mani sporche di grasso di mio padre che lavava ogni sera, e che io cercavo di imitare in quel gesto veloce, quasi rabbioso. Amo i vestiti piegati e profumati di mia madre, la resistenza delle persone, la tristezza, la gioia, la malinconia.

Sono figlio del dopoguerra, dell’arte del popolo per il popolo, della ribellione al tempo e alla realtà. Cerco di descriverli, modificarli, avvicinarli o allontanarli.

Il mio lavoro dialoga con il presente perché nasce da ciò che vivo. Ha una funzione sociale nella misura in cui prova a restituire umanità, profondità, verità emotiva.


Un’opera che avresti voluto realizzare tu e quali progetti hai per il futuro?

Avrei voluto avere la forza, la caparbietà e la visione di Michelangelo Buonarroti nel realizzare la Cappella Sistina: straordinaria non solo per l’opera in sé, ma per la prova di resilienza che rappresenta.

Credo che la differenza tra dire e fare stia proprio nel voler fare: senza scuse, senza remore, senza rimpianti.

Il mio futuro è già in movimento: una personale a Monza, il Como Lake Festival, dove aprirò le porte del mio studio–galleria nel centro di Como, Arte Padova 2026 e una personale ad Arte Bergamo 2027.

Posso dire che il futuro è ora.



Immagine di copertina: Davide Romanò – Courtesy l’artista


Continua a scoprire qui i contenuti di ArteiN!

Articoli correlati
Scopri i nostri autori

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.