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Ivan Quaroni

E’ un’estate apocalittica, quella del 2021, che sancisce il definitivo ingresso nell’era della catastrofe climatica.
Mentre in Italia si continua a discutere della variante Delta del Covid19 e di Greenpass, nel mondo si moltiplicano i segni del collasso ambientale del pianeta.

In Canada il caldo record che ha sfiorato i 50 gradi ha ridotto in cenere parte della Columbia Britannica causando oltre 700 vittime. Incendi simili a quelli provocati dalla heat dome, la “cupola di calore” che ha devastato la cittadina canadese di Lytton si sono verificati in territorio statunitense, dove sono andati in fumo ettari di terra nell’Arizona martoriata dal cosiddetto Tiger Fire.

Intanto, mentre a Las Vegas le temperature hanno toccato quota 47,2 gradi, l’Europa continentale è alle prese con un fenomeno alluvionale di proporzioni storiche che ha inondato le regioni renane della Nord Westfalia e del Palatinato causando un centinaio di vittime e oltre un migliaio di dispersi. Le imprevedibili alluvioni che hanno colpito anche le zone confinanti del Belgio e del Lussemburgo, hanno spinto il Ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, a dichiarare che “nessuno ormai può dubitare che questa catastrofe sia legata alla crisi climatica”.

 

clima
Smirna Kulenovic, Pure Blood, 2019. Performance and Public Space Installation.

 

A denunciare da anni le inevitabili apocalissi (non solo ambientali) che ci aspettano sono pensatori come il controverso Nick Land, ex direttore della CCRU, l’Unità di Ricerca di Cultura Cibernetica dell’Università di Warwick, il compianto scrittore e attivista Mark Fisher, il sociologo Alex Williams e l’economista Nick Srnicek (entrambi autori del Manifesto Accelerazionista), e il filosofo-ecologista Tymothy Morton, inventore della teoria degli Iperoggetti. Tutti individuano la causa delle imminenti calamità planetarie nelle storture del sistema capitalistico avanzato.

“La causa della catastrofe ecologica”, scrive Mark Fisher in Realismo Capitalista (Nero, 2018), “è una struttura impersonale che, nonostante sia capace di produrre effetti di tutti i tipi, non è un soggetto capace di esercitare responsabilità”. Per affrontare Iperoggetti come il global warming servirebbe un soggetto collettivo e transpolitico che purtroppo non esiste ancora.

Tuttavia, un segnale incoraggiante arriva da un’iniziativa giunta alla sua quinta edizione, il programma di residenza artistica di Vimercate. Sì, esatto!, non una delle tante capitali che ospitano le Conferenze sul clima, ma una cittadina brianzola che invita, con la supervisione della curatrice Maria Paola Zedda, una serie di artisti provenienti dai quattro angoli del mondo – dall’Indonesia agli Stat Uniti, dalla Cina all’Europa – a confrontarsi con le indubitabili conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il titolo di quest’anno è, infatti, “Dialoghi con la catastrofe. Riflessioni, pratiche e visioni per la rinascita”, un tema in cui è facile rintracciare la tessitura distopica di scrittori come Franco “Bifo” Berardi o Mark O’Connel, rispettivamente autori di Futurabilità (Nero, 2018) e Appunti da un’apocalisse (Il Saggiatore, 2021), opere che prefigurano scenari futuri poco rassicuranti.

Attraverso performance, installazioni, audio-testimonianze ed eventi partecipativi gli artisti di V_AIR (questo il nome della residenza) affrontano problemi connessi alla reinvenzione del futuro, alla possibilità di tornare a ipotizzare la direzione del mondo che verrà.

Non è, infatti, più possibile affidarsi a quella che Williams e Srnicek chiamano Folks Politics, la tattica abituale della vecchia sinistra: “marciare, innalzare cartelli, creare zone franche temporanee”. Bisogna, invece, ricominciare a costruire il futuro perché la sua assenza è il principale sintomo di regressione del tardo capitalismo. Serve il brivido del future shock, l’eccitamento inaspettato, il potenziale dirompente e immaginifico che solo gli artisti sanno produrre.

 

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