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Valeria Tassinari

Le grandi vulve aperte di Concetto Pozzati, simmetriche e ipnotiche, sbocciano in sincronia, come fiori impudichi. Ma non c’è provocazione, non c’è pornografia in questo ultimo omaggio al femminile, in questo sguardo che affonda e accarezza.

Nella rielaborazione grafica dell’artista la forma si raffredda, diventa elegante compenetrazione di colori, segno senza carne, gigantografia di un’icona sospesa tra sacralità e istinto compositivo, decorazione e ostensione.

Come le “Rose, che le affiancano sotto i fregi dipinti dei Carracci al volgere del Cinquecento, sono segni di un desiderio del femminile decantato e a lungo ripensato.

Concetto Pozzati
Rosa nera, 1969 tempera, specchio e acrilico su tela, 175×200 cm Courtesy Archivio Concetto Pozzati

Le ultime opere di Concetto Pozzati sono un omaggio all’origine, e “Vulvare”, più che un titolo didascalico, appare l’indicazione di un’azione di peregrinazione, un tornare indietro fino ad affacciarsi alla soglia di quel senso, primo e ultimo, che sempre si cerca di dare al nostro essere qui.

L’artista amava la storia dell’arte, sapeva raccontarla, e raccontarsi. Gli sarebbe dunque certamente piaciuta questa monografica pensata da sua figlia Maura, storica e critica d’arte, presidente della fondazione a lui dedicata, l’unica curatrice – come lei stessa riconosce – che poteva spingersi così a fondo nell’idea di una mostra tanto particolare, concepita come un omaggio a tutto tondo alla figura di artista e intellettuale del padre.

L’ha pensata e impaginata tra immagini e parole, facendola dialogare con le stanze come una grande opera immersiva.

L’ha interpretata, raccogliendo un’intenzione che l’artista aveva a lungo cullato e messo a fuoco prima della sua scomparsa, pensandola però per un’altra sede. L’idea di un’esposizione dei suoi grandi formati, infatti, l’aveva avuta lui e quella mostra, pianificata e mai fatta, era rimasta uno dei suoi più impegnativi progetti incompiuti. 

Concetto Pozzati
Vulvare, 2016, acrilico e collage su tela, 175×200 cm. Courtesy Archivio Concetto Pozzati

Concetto Pozzati (Vo’, 1935 – Bologna, 2017) corporatura imponente e voce stentorea, amava la grande dimensione, che praticava soprattutto come esercizio privato, nei dittici “fuori formato” con i quali, per una consuetudine quasi rituale, concludeva ciascun ciclo tematico dei suoi lavori, scandendo così il proprio percorso creativo con “chiusure” imponenti e memorabili.

Quelle opere, che non vendeva e raramente esponeva, preferendo conservarle nel suo studio bolognese, sono le pagine di un diario visivo, intimo ma dilatato fino a diventare scenario, pratiche di un allontanamento in direzione inversa: invece di diminuire in dissolvenza, il soggetto di ogni ciclo di lavori finiva in crescendo, fino a diventare tanto ingombrante da non poter essere esplorato oltre, fino a inghiottire nelle forme, ormai definite perché già a lungo riproposte, l’intenzione dell’artefice, ormai pronto a passare ad altro.   

Così queste grandi opere, uscite tutte insieme per la prima volta per una rassegna che le allinea e le combina, secondo una particolare sensibilità nell’allestimento che trascende l’ordine cronologico per cercare sottili affinità con lo spirito del luogo, si offrono come scene di un racconto che, cucito dalle parole dell’artista che le accompagnano, porta dentro l’irrequietezza vitale di una ricerca pluridecennale, mutevole ma sempre puntuale agli appuntamenti di svolta della storia, davanti e oltre l’immagine. 

Concetto Pozzati
Concetto Pozzati XXL, Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni | Genus Bononiae, Bologna. Ph Elettra Bastoni

E allora ecco che risuona pienamente l’intelligenza di affabulatore del pittore Pozzati, che con questa “XXL” si impadronisce di tutto lo storico Palazzo Fava, gioiello architettonico e prezioso spazio espositivo, arricchito da cicli di affreschi cinque-seicenteschi che raccontano la grande tradizione della pittura bolognese.

Si impadronisce dello spazio e dell’eredità dei suoi predecessori, esercitando il suo potere di attrazione come forse non avrebbe potuto – anche se certo volentieri avrebbe osato – quando la sua era ancora una delle presenze più note e carismatiche, a Bologna e non solo. 

Artista di caratura internazionale, figlio e nipote di artisti – il padre Mario e lo zio Severo (Sepo) – attivo ininterrottamente per sette decenni, Pozzati aveva fatto studi di grafica ed esordito nel clima della pittura informale alla fine degli anni Cinquanta, passando poi alla figurazione “Pop” degli anni Sessanta e a esperienze più concettuali negli anni Settanta, fino a caratterizzarsi per il suo linguaggio peculiare e indipendente da ogni corrente, nel susseguirsi di cicli legati a una vastissima iconografia personale; 

 

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