In sinergia con l’esperienza editoriale di ArteiN Magazine, storica rivista culturale diretta da Marzia Spatafora e Francesco Boni, il Premio ArteiN propone ai lettori una serie di interviste dedicate ai finalisti della prima edizione.
Un dialogo approfondito che vuole raccontare, attraverso un affresco diretto e corale, le esigenze creative, i riferimenti culturali e i processi materiali che caratterizzano la ricerca artistica dei finalisti, inserendola nella complessità di una scena contemporanea in continua evoluzione.
Qual è stato il tuo primo incontro con l’arte? Quali esperienze formative hanno inciso sul tuo percorso e quali artisti hanno influenzato il tuo sguardo?
Il mio primo, vero incontro con l’arte è avvenuto durante gli anni del liceo scientifico, quando ho scoperto le opere di Van Gogh e le poesie decadenti di Pascoli. Sono stati due riferimenti fondamentali: da un lato la forza trattenuta nelle pennellate, dall’altro il peso del non detto, quel silenzio che nelle poesie sembra aprire spazi più ampi delle parole stesse.
Da quel momento ho progressivamente abbandonato un percorso più scientifico per avvicinarmi alla ricerca artistica. Negli anni successivi mi sono interessato alla materia pittorica attraverso artisti come Wols, che mi ha colpito per la sua intensità fragile, e Kandinskij, per la lucidità e la profondità del suo linguaggio.
Il mio primo periodo è stato fortemente legato all’espressionismo astratto: una fase istintiva, in cui il bisogno di esprimermi precedeva la capacità di farlo con precisione. Solo successivamente, grazie agli studi in Accademia (prima a Brera e poi a Santa Giulia) ho iniziato a strutturare il mio linguaggio, imparando a conoscere la materia e a utilizzarla in modo più consapevole come strumento per dare forma al pensiero.
Come descriveresti oggi la tua ricerca artistica? Come si è evoluta nel tempo e quali sono i temi e le urgenze personali che animano la tua riflessione teorica?
Oggi la mia ricerca si muove attorno al tema della consapevolezza: mi interessa tradurre il pensiero in forma e, allo stesso tempo, aprire uno spazio in cui l’osservatore possa interrogarsi sulla caducità dell’esistenza e sul suo valore intrinseco.
Il progetto Retrofuture nasce proprio da questa tensione: immaginare una sorta di archeologia del futuro osservata dal passato. Mi affascina l’idea di guardare ciò che per noi è evidente attraverso lo sguardo di chi non potrà mai conoscerci davvero, come se le nostre tracce dovessero essere interpretate senza contesto. In questo scarto si apre una possibilità di comprensione diversa, più essenziale, che riporta a una domanda semplice ma importante: cosa resta di noi?
Questa riflessione nasce anche da una percezione molto concreta del presente. Vedo spesso una forma di inconsapevolezza diffusa, un procedere continuo che lascia poco spazio a una elaborazione personale. Senza giudizio, ma con una certa urgenza, il mio lavoro prova a inserirsi in questo ritmo come una pausa o come un piccolo attrito: un invito a fermarsi e a riconsiderare il senso di ciò che siamo.
Quale importanza concedi alla dimensione tecnica e mediale nel tuo lavoro? Puoi descrivere come realizzi le tue opere?
La dimensione tecnica per me è tutt’altro che secondaria, è parte integrante del pensiero. Il modo in cui un’opera prende forma non è solo un passaggio esecutivo, ma coincide con la costruzione del suo significato.
Il processo, soprattutto nelle sculture, è essenziale ma strutturato: inizio da una fase progettuale fatta di rendering e schizzi, che mi permette di immaginare l’esito finale e definire le relazioni tra forma e concetto. Da lì passo all’oggetto, che diventa il vero protagonista del lavoro.
Intervengo su di esso attraverso quello che potrei definire un processo di decadimento: lo smonto, ne altero le parti, le consumo e le rimodello fino a far emergere l’impressione di qualcosa che ha attraversato il tempo, come se fosse stato dimenticato e poi ritrovato. Non si tratta tanto di distruzione, quanto di una trasformazione che ne sposta il significato.
A questo punto il bianco diventa un elemento centrale. Uniforma, sospende e in qualche modo sacralizza l’oggetto, trasformandolo da semplice resto a possibile reliquia. Infine, l’opera viene accolta nel suo supporto, spesso il marmo, che lavoro manualmente per instaurare un dialogo preciso tra le parti.

Qual è stato il momento più importante del tuo percorso artistico e cosa significa essere un artista oggi?
Un momento decisivo del mio percorso è stato partecipare, nel 2025, alla fiera ExpoArte Montichiari, allo stand di Veridieci. È stata un’esperienza molto diversa rispetto ai contesti a cui ero abituato: non solo esposizione, ma confronto diretto con un sistema più ampio, fatto di sguardi, dialoghi e dinamiche che fino a quel momento avevo solo intuito.
In quell’occasione ho compreso quanto sia importante conoscere il mondo dell’arte anche attraverso questi spazi, dove il lavoro esce dallo studio e si misura con un contesto reale e complesso. Il supporto di Veridieci è stato fondamentale: mi ha permesso di orientarmi, di leggere meglio ciò che stava accadendo intorno a me, di iniziare a intravedere un percorso possibile.
Da lì ho iniziato a considerare con maggiore consapevolezza non solo ciò che faccio, ma anche il modo in cui il lavoro si colloca e si relaziona con il pubblico. In questo senso, essere artista significa anche imparare a muoversi tra questi livelli, mantenendo coerenza ma restando aperti al confronto.
Quanto è importante oggi la comunicazione per un artista e come ti relazioni con il pubblico?
Come diceva un mio professore in Accademia, un’opera esiste davvero solo nel momento in cui qualcuno la guarda e prova a comprenderla. È un’idea che mi ha sempre accompagnato: senza relazione, il lavoro resta incompleto.
Nel mio caso, una parte importante di questo approccio alla comunicazione è nata grazie al lavoro con Veridieci, che mi ha affiancato anche sul piano dei social. Con loro ho iniziato a comprendere quanto siano centrali aspetti come la trasparenza e una comunicazione diretta ed efficace, capace di restituire il senso del lavoro senza sovrastrutture.
Ancora oggi questo confronto continua, ed è diventato parte integrante del mio modo di relazionarmi con il pubblico. Non si tratta solo di presenza, ma di costruire nel tempo uno scambio autentico, che possa accompagnare e sostenere l’evoluzione del mio percorso.
Cosa ti ha spinto a partecipare al Premio ArteiN e in che modo pensi questa esperienza possa incidere sul tuo percorso artistico?
Credo che il prestigio del Premio ArteiN parli già da sé. Quando ho visto l’annuncio, ho sentito subito il desiderio di partecipare: ho preparato il materiale con grande attenzione, spinto più dalla convinzione che dal calcolo.
Essere arrivato tra i dieci finalisti rappresenta per me un passaggio molto significativo, qualcosa che accolgo con grande gratitudine. È un riconoscimento che sento importante, non solo per il risultato ma per il confronto implicito con una realtà che stimo.
Al di là dell’esito finale, questa esperienza ha già inciso sul mio percorso: mi ha dato modo di osservare il mio lavoro con maggiore lucidità e di inserirlo in un contesto più ampio. Se dovesse arrivare anche la vittoria, sarebbe naturalmente un momento molto importante, ma ciò che porto con me già ora è un senso di responsabilità e una rinnovata spinta a proseguire con maggiore consapevolezza.

Viviamo in un’epoca terribile e bellissima: in che modo il tuo lavoro dialoga con il presente? La tua arte svolge una funzione politica o sociale?
Credo che gran parte di ciò che accade nel mondo ci raggiunga sempre attraverso dei filtri: ogni esperienza, dalla più luminosa alla più complessa, viene inevitabilmente interpretata in base alla nostra sensibilità e al nostro vissuto.
Il mio lavoro si inserisce in questo scarto. Non cerca tanto di aggiungere ulteriori livelli, quanto di offrire un momento di sospensione. Un punto in cui lo sguardo possa rallentare e provare a riorientarsi. In questo senso mi riconosco molto in un’idea cara a Schopenhauer: la possibilità, anche solo temporanea, di trascendere il flusso della realtà quotidiana per avvicinarsi a qualcosa di più essenziale.
Riflettere su ciò che siamo e su ciò che lasciamo non è, per me, un esercizio astratto. È un tentativo di tornare al senso delle azioni, interrogarne le motivazioni più profonde. Se questo processo riesce anche in minima parte ad aprire uno spazio di consapevolezza, allora può forse avvicinare a una forma di empatia più ampia e meno individuale.
Non parlerei quindi di una funzione politica in senso diretto, ma di una tensione che inevitabilmente tocca il sociale: un invito silenzioso a guardarsi e, di conseguenza, a guardare gli altri in modo diverso.
Un’opera che avresti voluto realizzare tu e quali progetti hai per il futuro?
Un’opera che sento particolarmente vicina è The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst. Mi colpisce per la distanza che mette in evidenza tra ciò che osserviamo e ciò che possiamo davvero comprendere: rende tangibile qualcosa che, per sua natura, resta inaccessibile. È una presenza che impone uno sguardo, ma allo stesso tempo lo lascia sospeso, senza possibilità di risoluzione.
Per il futuro, il mio intento è continuare ad approfondire questa ricerca con coerenza, lasciandomi però attraversare da nuovi contesti e prospettive. Sento il bisogno di espandere il mio sguardo senza perderne il centro. Nel tempo, mi piacerebbe affiancare a questo percorso anche una dimensione di insegnamento, come forma di restituzione: non per trasmettere risposte, ma per condividere domande e strumenti con chi verrà dopo.
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Immagine di copertina: Stefano Carulli – Courtesy l’artista
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