In occasione della grande mostra per il centenario di Sara Campesan, realizzata a cura di Michela Poli e fruibile fino al 12 gennaio negli spazi di Arte Network Orler, vorrei riproporre questo mio testo del 2016.
“Sono nato, cresciuto e ho vissuto in una famiglia di esperti d’arte e di pittura. Ho incontrato e conosciuto molti artisti: da Giorgio De Chirico ad Arman, da Hermann Nitsch ad Alberto Biasi. E poi ho conosciuto Sara Campesan, pittrice di Mestre, classe 1924. Conoscere Sara è stato semplicemente, bellissimo. Perché Sara è lieve e trasparente come i suoi dischi in plexiglass sospesi a fili invisibili; eppure, anche solida e ostinata come le sue pitture materiche in gesso e colore. Sara mi concede con una semplicità schietta e cristallina di attingere alla sua memoria. E il racconto, come un diario, è prezioso e illuminante. Sara mi dice del diploma, ottenuto nel 1944 in una Venezia terrorizzata dagli orrori della guerra: “Avevo un diploma che mi permetteva di insegnare disegno, il mio sogno, ma avrei anche voluto continuare gli studi all’Accademia e diventare pittrice. Mio zio, lo scultore Alberto Viani, mi disse: “Fare il pittore è un lavoro faticoso e difficile però vale sempre la pena provare”. Quindi decide di frequentare l’Accademia di Belle Arti a Venezia con insegnanti Bruno Saetti e Gastone Breddo. E mi dice: “Con loro, i miei veri maestri sono stati i grandi artisti delle Gallerie dell’Accademia e quelli conosciuti grazie alla biblioteca di mio zio, antichi e contemporanei che scoprivo nello stesso momento, Giotto e Picasso, Nicola Pisano e Fritz Wotruba”. Si diploma nel 1948 con Saetti che le dice, lo ricorda sorridendo sincera: “Hai le qualità per diventare una vera artista, ma farai più fatica dei tuoi colleghi perché sei una donna”. E qui Sara mi dice qualcosa che non dimenticherò facilmente: “Mi sentivo libera, avevo un mestiere e iniziavo il dialogo con me stessa”. In una frase ho sentito il carattere, la personalità, l’orgoglio e la determinazione, ma anche la fragilità e la dolcezza di questa artista. Nel 1950 Sara viene premiata a Genova, da Palma Bucarelli e Giulio Carlo Argan, alle Olimpiadi della Gioventù e a Bolzano riceve un premio quale migliore pittrice italiana. Intanto ottiene un lavoro e insegna disegno in un Istituto d’Arte a Venezia, ha raggiunto l’indipendenza economica dalla famiglia. E lei dice di quel periodo: “Ho cominciato a stupirmi e persino preoccuparmi d’avere tanta fortuna!” E io, a sentire frasi così, m’innamoro. Per dieci anni Sara partecipa alla mostra collettiva della Bevilacqua la Masa, conosce molti artisti e galleristi, lavora alacremente come insegnante e come pittrice. Ma non trova alcuna galleria. Così, mi dice: “Con la ceramista Nera Gatti e le amiche pittrici Bruna Gasparini, Luigina De Grandis, Gina Roma e Liliana Cossovel fondiamo una galleria d’arte per le donne, gestita da donne. 3950 il nome, era il numero civico. Facciamo da sole, era il 1959”. Io resto sorpreso, non lo sapevo e credo pochi lo sappiano: sole donne, nel 1959 a Venezia! Questa storia andrà raccontata. Io mi impegno a farlo”.
Immagine di copertina – Sara Campesan, Sovrapposizione, 1966
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