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Essere unico; Rodolfo

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Rodolfo non fu un semplice ed eccezionale insegnante, non fu solamente l’uomo che mi portò in Tesi. Fu per me molto di più di ciò che la sua posizione esercitò su noi – ai tempi – giovani e affamati allievi.

Fu la fine dello scorso millennio. La città Milano; l’Accademia: Brera. L’Istituto di Scenografia, l’aula 53. Fu la Brera di Patrizia Runfola, di Andrea Fiorillo, di Emilio Tadini e Guido Ballo, di Andrea del Guercio e Roberto Sanesi. Di Tullio Pendoli e Rodolfo appunto. La sua figura artistica, e soprattutto umana, accompagnò gli anni dei miei studi e della mia crescita, il più delle volte celandomi la sua posizione di straordinario protagonista dell’Arte italiana del secondo Novecento; capace di attraversare molteplici fasi stilistiche con coerenza, originalità e tormentata personalità. Rodolfo apparve come uomo severo, rigoroso e asciutto nel dialogo e nell’insegnamento. Quasi incusse timore. In aula la sua presenza fu imponente; i suoi silenzi, a tratti, assordanti. Non cercò di insegnare, cercò al contrario di seminare in noi il dubbio. Inseguì, accarezzandolo e modellandolo, il nostro precoce e incerto spirito critico. Quello spirito non per forza votato all’Arte e alla Creatività, ma il più delle volte declinato sul tracciato concreto dell’esistenza. Non capivamo. Non capivo. Non potevamo farlo. Non avevamo esperienze e passato vissuto per sintonizzarci su quelle alte frequenze. Fu frequentandolo da vicino, nella routinaria quotidianità, che si lasciò intravedere sotto quell’apparente rigida corazza. Fu soprattutto la sua assenza a renderlo così vivo e, infine, trasparente in me.

Rodolfo nacque surrealista, combattendo come molti della sua generazione una battaglia impari e violenta. Cercò di liberarsi da quei fantasmi e da quelle costrizioni che avevano attanagliato e soffocato la Creatività e la pittura dell’immediato dopoguerra. Frequentò il Liceo di Brera prima, e la Facoltà di Architettura al Politecnico poi, ponendo le solide basi di quel dualismo che lo accompagnò in ogni sua stagione di ricerca. Fin dai suoi esordi, Rodolfo accarezzò il fare e l’essere, “contemporaneo rinascimentale” interprete di un “fare concreto” perfettamente innestato sul pensiero e sulla visione umanistica dell’Uomo. Nessuna pittura senza pensiero. Nessun pensiero senza pittura. Mi parlò, con acuta e sensibile riservatezza, di alcuni eventi che caratterizzarono la sua evoluzione. Tappe imprescindibili per il biografo di sé stesso, come Rodolfo seppe essere. Non Milano, ma Verona. Primi anni Settanta. Iononrappresentonullaiodipingo. Esposizione che lo accompagnò alle soglie di Palazzo Grassi a Venezia. Era il 1974, primo tassello aureo e bizantineggiante di una più complessa e articolata campitura. Rodolfo aveva poco più di quarant’anni, ma era già pienamente quel Rodolfo, dove la superficie pittorica diviene un campo di indagine percettiva, dove la luce e il colore si fondono in un’unica, mai doma, esperienza visiva immersiva. Ci furono molte altre tappe rilevanti per la sua carriera di artista, ma soprattutto quelle di uomo. L’amicizia con Toti Scialoja e Giulio Carlo Argan, con Roberto Sanesi e Guido Ballo. Il profondo e continuo rapporto di stima reciproca con Carlo Invernizzi. Ancora Caramel, Accame, Caroli. Filiberto Menna, che più di altri percepì quel suo imperscrutabile dualismo. Vidi per l’ultima volta Rodolfo nella sua Milano, all’Annunciata.

Era il 2001. Ricordo, mi salutò da lontano. Ho quell’immagine ancora oggi impressa nella mia memoria. Rodolfo scomparve nel giugno del 2002, lasciando in eredità, a me e tanti altri che come me ebbero il piacere di conoscerlo e crescere accanto a lui, il dubbio. Quella sua caleidoscopica molteplicità di infinitesimali cromie, diligentemente organizzate e musicate tra forme e sagome. Colore e forma. Quel dubbio, dicotomico dualismo del nostro essere che Rodolfo coniugò artisticamente con il vestito del Minimalismo. La sua lezione fu molto più profonda. Non capivamo. Non capivo. Non potevamo farlo. Oggi sono e, forse, siamo più vicini alla comprensione. Il dubbio non esiste. Il dualismo non esiste. Molte delle risposte emersero dai suoi scritti oltre che dalle sue opere. Oggi esiste esclusivamente un essere appieno consapevole di sé nella libera e personale condivisione della propria interiorità, equilibrando forma e colore, razionalità e desiderio. Senza protagonismi; senza dualismi. Le sagome, le forme, le composizioni cromatiche. Dimensioni di assoluta completezza che ora vedo in me, sentieri personali di un’identità comune che oggi, in pochi, si ostinano ancora a definire Creatività; Arte. Non ti chiamerò Aricò, continuo e continuerò a chiamarti Rodolfo, solo Rodolfo. Essere unico.


Immagine di copertina: Mappa di Milano, 1832


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