In sinergia con l’esperienza editoriale di ArteiN Magazine, storica rivista culturale diretta da Marzia Spatafora e Francesco Boni, il Premio ArteiN propone ai lettori una serie di interviste dedicate ai finalisti della prima edizione.
Un dialogo approfondito che vuole raccontare, attraverso un affresco diretto e corale, le esigenze creative, i riferimenti culturali e i processi materiali che caratterizzano la ricerca artistica dei finalisti, inserendola nella complessità di una scena contemporanea in continua evoluzione.
Qual è stato il tuo primo incontro con l’arte? Quali esperienze formative hanno inciso sul tuo percorso e quali artisti hanno influenzato il tuo sguardo?
Penso che il mio primo incontro con l’arte sia avvenuto in maniera inconsapevole, alle scuole elementari e alle medie. Il bambino cerca di conoscere il mondo che lo circonda attraverso il disegno, sin dalla tenera età. Mi è sempre piaciuto disegnare.
Le esperienze formative più importanti per me, specialmente agli inizi, sono state l’incontro, e le conseguenti lezioni private, con l’artista biellese Ambrogio Ramella e, successivamente, il corso di studi intrapreso all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Due esperienze decisive per il mio percorso iniziale, da un punto di vista tecnico, caratteriale, ma anche di apertura mentale, dato che venivo da una formazione presso un istituto tecnico e non da un liceo artistico.
Per quel che riguarda il periodo più recente, il percorso di formazione intrapreso con il gallerista Alessandro Poma negli ultimi 6 mesi mi ha aiutato molto a mettere meglio a fuoco il mio stile, il posizionamento del mio brand e la mia presenza sul mercato.
Gli artisti che maggiormente stanno influenzando il mio sguardo e la mia arte sono Chaïm Soutine, Giorgio Morandi e Willem de Kooning.
Come descriveresti oggi la tua ricerca artistica? Come si è evoluta nel tempo e quali sono i temi e le urgenze personali che animano la tua riflessione teorica?
La descriverei come consapevole, centrata e rigorosa. La mia pratica pittorica è cambiata molto nel corso degli ultimi otto anni, sono passato da una figurazione realista, puntuale e precisa, a un’astrazione quasi kandinskiana, fino a giungere a una pittura neoespressionista nell’ultimo periodo.
La mia ricerca attuale vuole portare alla luce quegli aspetti dell’esistenza che sono reconditi, radicati e profondi. Il presente ci attraversa, ci sfugge, ci inquieta, ci cambia. La vita è in continuo movimento, in continua oscillazione, spesso fuori dal nostro controllo.
Con la serie Distorsioni cerco di intercettare queste vibrazioni e oscillazioni, restituendo un’immagine distorta, serpentinata, quasi collassante, che mette in scena tutte queste componenti della nostra vita e della contemporaneità: dai mutamenti del corpo dovuti a invecchiamento e malattie a quelli emotivi e degli stati d’animo, dalle manipolazioni della verità da parte dei regimi a quelle dei mass media, dalle modificazioni percettive a quelle della memoria, dalle frequenze nelle onde sonore e radio a quelle presenti nei colori, dalle vibrazioni a livello molecolare a quelle atomiche, dalle deformazioni del cosmo causate dalla forza di gravità a quelle dello spazio-tempo causate dai buchi neri.
La distorsione è ovunque. Tutto è distorsione.
Quale importanza concedi alla dimensione tecnica e mediale nel tuo lavoro? Puoi descrivere come realizzi le tue opere?
La dimensione tecnica per un artista è importante, così come il medium usato, ma deve essere il mezzo al servizio di ciò che si vuole veicolare, in relazione alle proprie attitudini. Se il medium con cui si realizza un’opera, o la tecnica, è l’unica cosa che abbiamo, il tutto risulta debole.
I miei lavori sono, per lo più, realizzati a olio su tela. Adoro le proprietà e le possibilità che mi offre questo tipo di pittura. Parto da una preparazione molto magra, a base di colore a olio stemperato nell’acquaragia, che accoglie in seguito il disegno tracciato a pastello. Successivamente intervengo con grasse pennellate cariche di colore, spesso puro, mescolato e impastato direttamente sulla tela. Da anni non utilizzo più le velature per conservare la freschezza e la forza espressiva delle pennellate materiche.

Qual è stato il momento più importante del tuo percorso artistico e cosa significa essere un artista oggi?
La svolta vera e propria nella mia pittura è avvenuta tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019. Due perdite importanti mi hanno mandato in pezzi emotivamente. Da quel momento ho iniziato una deriva artistica che, attraverso l’astrazione, ha portato a decostruirmi per poi ricostruirmi attraverso una pittura figurativa espressionista. Questa fase del mio percorso è stata decisiva per definire l’artista che sono oggi.
Essere artista oggi significa, come in passato, essere figlio e interprete del proprio tempo, avere una propria visione del mondo e volerla comunicare in modo forte, coerente, fino a costituire un valore aggiunto per la vita delle persone.
Quanto è importante oggi la comunicazione per un artista e come ti relazioni con il pubblico?
La comunicazione e l’esposizione al pubblico sono fondamentali; saper dipingere bene non è più sufficiente. Serve avere una struttura interna da trasmettere al proprio lavoro, posizionamento e riuscire a comunicare tutto questo al pubblico. Domande quali: “Cosa faccio?”, “Perché lo faccio?”, “Cosa voglio che arrivi alle persone?”, “In che modo posso farmi comprendere al meglio?”, sono determinanti per far capire il proprio lavoro alla gente.
Con il pubblico cerco di mantenere una comunicazione assertiva, chiara e lucida, il più possibile coerente con i miei archetipi junghiani, sia in presenza sia sui social.
Cosa ti ha spinto a partecipare al Premio ArteiN e in che modo pensi questa esperienza possa incidere sul tuo percorso artistico?
Mi ha spinto il desiderio di ampliare la mia visibilità, di essere conosciuto da un pubblico più ampio, competente, interessato e la voglia di confrontarmi con altri artisti.
Penso che questa esperienza possa introdurmi all’interno di un mercato ampio e selezionato, in modo serio e professionale.

Viviamo in un’epoca terribile e bellissima: in che modo il tuo lavoro dialoga con il presente? La tua arte svolge una funzione politica o sociale?
Il mio lavoro, attraverso la distorsione, cerca principalmente di intercettare tutte le inquietudini umane quali il timore del cambiamento, il senso di impotenza dinnanzi al fluire della vita, il fallimento, l’estrinsecazione della follia che ci abita, la paura del dolore e della morte.
La mia arte svolge anche una funzione politica, in particolare la serie I volti della guerra mette in scena le atrocità dei conflitti bellici passati, presenti e futuri, talvolta fungendo da ‘J’accuse’ nei confronti di personaggi o eventi rilevanti della storia, ma senza avere l’illusione di cambiare il mondo, piuttosto con la volontà di raccontare come l’essere umano possa essere tanto feroce, spietato, aberrante e terrificante.
Un’opera che avresti voluto realizzare tu e quali progetti hai per il futuro?
Difficile sceglierne soltanto una. Tra le opere che avrei voluto realizzare, oggi vi rientrano senz’altro: Woman I di Willem De Kooning, uno dei ‘Plurimi’ di Emilio Vedova, Le Bœuf écorché di Chaïm Soutine e una delle celebri scarnificazioni di Nicola Samorì, come Paolo eremita.
Per quel che riguarda i progetti per il futuro, nel lungo periodo miro a diventare la miglior versione di me stesso, ad arrivare più in alto possibile, a vivere di pittura, a rendere più approfondita e rigorosa la mia ricerca. Nel breve periodo, vorrei trovare una galleria d’arte.
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Immagine di copertina: Davide Prevosto, ph. Stefano Lanza
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