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Chiara Canali

Giovanni Motta è un artista entusiasta e inarrestabile, con la fantasia vulcanica di un fanciullo e il pennello esperto di un maestro, pieno di energie positive per il presente e di sogni nel cassetto per il futuro. Autodidatta, dopo un’esperienza come creativo e pubblicitario, si dedica sempre più assiduamente all’arte figurativa, dipingendo con tecnica iperrealista, scene di vita estrapolate dai suoi viaggi nel mondo: Tokyo, Los Angeles, New York, Londra.

Alla carriera tradizionale nel sistema delle gallerie ha recentemente affiancato una svolta digitale con la pubblicazione delle sue opere in alcune piattaforme di Crypto Art e, nel gennaio 2021, si posiziona al primo posto al mondo nella classifica di SuperRare. Per il 2021 ha in programma tre mostre tra Bogotà, Shanghai e Bamberga. Infaticabile lavoratore, Motta iscrive la sua dimensione di artista nella dinamica temporale del singolo giorno, dalla mattina alla sera. Ogni giornata costituisce per lui l’intera esistenza e lì, in quello spazio temporale circoscritto, dà ogni volta vita a un progetto, in un incessante processo di ispirazione e creazione.

Il suo studio è organizzato come un gruppo musicale, i cui componenti si muovono all’unisono, e, come in qualsiasi band che si rispetti, Giovanni mi presenta il suo frontman: Jonny Boy.

 

giovanni motta
Giovanni Motta, Joe, 2021, acrilico su tela, cm 140×120.

Chi è Jonny Boy e come mai è diventato il protagonista indiscusso delle tue opere?
Jonny Boy è un personaggio dell’Anime della vita, è il bambino interiore, è il soggetto con il quale esploro le dinamiche dell’essere umano che, diventando grande, tende a dimenticare il suo bambino. Il tema del bambino interiore ha una grande letteratura alle spalle e per argomentarmi ho studiato Marcel Proust, che mi ha permesso di tornare in contatto con il mio passato. Inevitabilmente io sono un artista nostalgico. La nostalgia è quel desiderio di tornare al luogo dove sei stato amato. Questa mancanza di amore la ritrovo quando ritorno a quel periodo che va dall’infanzia alla pubertà, quindi dagli 8 ai 12 anni circa.
Grazie all’esercizio della meditazione riesco a tornare nel periodo della pubertà e a recuperare colori, suoni, profumi, atmosfere, sensazioni, assieme alle figure umane sfocate e agli oggetti della memoria, con gli stati emotivi a essi collegati. Una penna, una molletta, un soldatino, un accendino che per te hanno grande valore per me non ce l’hanno, e viceversa.

Nel suo saggio Il poeta e la fantasia (1908), Freud afferma che uno scrittore creativo si comporta come un bambino che giocando crea un proprio mondo: “Il bambino crea un mondo di fantasia che prende molto sul serio e inventa con grande emozione”. Quando le persone crescono, invece, cessano di giocare. Come mai, invece, tu hai intitolato la tua prossima mostra di Shangai Game over, play again?
Quando le persone crescono, e diventano adulte, dimenticano quale sia stata la loro vera fonte di felicità. Quando sei un bambino, la tua primaria esigenza è vivere l’attimo, il presente.
Il titolo della mostra si collega alla presenza del gioco (e del videogame) quale dimensione totale, che non si vorrebbe finisse mai. Anche se il gioco è finito, vuoi giocare ancora, vuoi protrarre nel tempo quella sensazione di pienezza. Il progetto di Shangai prende avvio da una scultura di Jonny Boy con pantaloncini e guantoni da pugilato, alter ego di Rocky Joe, personaggio dell’Anime giapponese.
I dipinti per questa mostra sono concepiti sempre attraverso il processo della meditazione, mediante la quale recupero informazioni legate alle dinamiche del gioco.

 

Giovanni Motta, I am the future, 2021. Still Image. NFT 1/1 Edition

 

Quali sono i tuoi riferimenti espressivi e le fonti iconografiche che hanno ispirato i tuoi lavori, anche di questa personale a Shanghai?
Un elemento fondamentale è la grande passione per il mondo di Anime e Manga: sono stato in Giappone e ho conosciuto il creatore dei Pokémon, Satoshi Tajiri. I cartoni animati costruiscono i personaggi stratificandone le caratterizzazioni e attribuiscono, in maniera subliminale, un forte valore agli ideali della vita: coraggio, amore, amicizia, avventura. Queste informazioni mi hanno portato a lavorare sulla memoria, e tramite la meditazione regressiva, ritorno a quegli anni.
Mi interessa molto lo scenario: quando creo una immagine o una storia, mi piace che il mio progetto dia l’impressione di un mondo fantastico, mi piace che ci siano altri elementi che si confrontano immediatamente con il mondo del bambino.

Quanto ai colori, come mai utilizzi tinte così accese e fluo, che appaiono quasi come correzione di una realtà insoddisfacente?
Mi rifaccio alle grafiche psichedeliche dei videogames, alle plastiche dei giocattoli e alle tinte pastello degli Anime giapponesi.
Non è sufficiente l’azzurro, il rosa e il rosso: al colore associo altre informazioni in modo da rendere la mia cartella colori un contenitore di informazioni non solo visive ma anche emotive, cariche di altre energie: rosso bic, verde comacchio, beige spina, grigio pinolo. Ciano e magenta sono i colori amati, i colori che serpeggiano nelle Anime giapponesi, da cui parto per la stesura delle tonalità dei cieli e dei tessuti.
Tutti questi colori mi permettono di intensificare il collegamento con gli stati emotivi della mia infanzia.
Oltre alla pittura ad acrilico, utilizzo un processo tecnico fondamentale, quello dell’aerografo, tramite cui riesco a rendere sfocati gli oggetti, perché il ricordo a essi legato è sfocato. La memoria vera è solo emotiva e per questo è sfocata.

 

Giovanni Motta, Open, 2020, nylon stratificato, acrilico, dipinto a mano, cm 38 x 18,5 x: 28,5.

 

Quindi Jonny Boy è un personaggio autoreferenziale, che ti rappresenta e nel quale proietti la tua identificazione…
Si, assolutamente. Io mi riconosco pienamente in Jonny Boy: egli compie delle azioni così semplici e normali che ciascuno di noi ha la possibilità di confrontarsi con la sua esperienza di bambino.
La difficoltà più grande è stata infondergli un’espressione che permettesse all’osservatore di identificarsi a sua volta e di vivere la propria espressione interiore: ho eliminato i connotati facciali più espliciti – occhi, bocca – e li ho sostituiti con fori per permettere allo spettatore di immedesimarsi con tre tipologie di espressioni: la paura che ha  un’accezione negativa, la meraviglia, che ha un’accezione positiva, e lo stupore che è un’espressione intermedia.

Come si configura il tuo rapporto con la tecnologia?
Sono sempre stato molto affascinato dalle nuove tecnologie: a inizio degli anni Duemila ho iniziato a sperimentare con programmi di animazione digitale e nel 2009 ho acquistato una stampante 3D (quando allora era solo un elemento a uso industriale).
Quando è finita la composizione, arrivo a produrre sia opere digitali che fisiche.
Di conseguenza quando è arrivata la Crypto Art, mi sono trovato materiale digitale e in 3D pronto a essere convertito in NFT.
Per le sculture il processo è un po’ diverso e più complesso: all’inizio creavo personaggi con la creta, poi, col tempo, visto che utilizzavo già programmi 3D, ho cominciato a utilizzare uno scalpello digitale e a creare i miei personaggi direttamente al computer.
Quando ho dato tutte le caratterizzazioni a Jonny, faccio stampe dei prototipi, per vedere che il soggetto funzioni in tutte le angolazioni. E, successivamente, nasce una edizione limitata, oppure, per le sculture più grandi, utilizzo la vetroresina e il bronzo.
Questa contaminazione tra i due mondi sta diventando parte di me e vorrei che fosse sempre più così anche in futuro: un piede nel fisico e uno nel virtuale. Vorrei essere considerato come l’artista che gestisce l’unione di questi due mondi.

In epoca di crisi del sistema tradizionale dell’arte e di avvento dei nuovi media digitali e delle nuove piattaforme di Crypto Art, secondo te quale sarà il destino della pittura?
A chi mi viene chiesto che fine farà la pittura e il dipingere, rispondo sempre con un quesito: se un ragazzo all’inizio dell’Accademia deve scegliere tra pennello e penna ottica, sicuramente sceglierà la penna ottica. Quindi tutti i futuri protagonisti del mondo dell’arte saranno nativi digitali. È uno tsunami che travolgerà tutto e tutti, e a quel punto la
pittura sarà considerata vintage (non classica).

 

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