Achille Bonito Oliva, arguto e ironico, con lucidità descrittiva introduce chi lo ascolta nel mondo dell’arte senza filtri e falsi pregiudizi. La sua analisi precisa non lascia spazio a dubbi e interpretazioni.
Stranieri Ovunque è il tema scelto da Adriano Pedrosa, curatore della 60. Biennale di Venezia. Tema un po’ filosofico, un po’ poetico, forse un po’ provocatorio?
Essere Stranieri è la condizione indispensabile per l’artista. Quando l’artista parte da una condizione di estraneità e di isolamento crea un’alternativa. L’importante per l’artista è essere uno straniero in patria, cioè avere un isolamento felice e costruttivo per riconoscersi in un territorio personale sempre con bisogno di rinnovamento.
Ritengo che il tema non sia provocatorio, io stesso ho scritto delle cose in questa direzione e la considero una condizione fertile.
È più vera l’affermazione: ovunque tu vada ci sono stranieri e immigrati? O, piuttosto: ovunque tu vada sei sempre uno straniero?
Mi ritrovo di più nella seconda affermazione perché si parte dalla condizione di estraneità che nel tempo si trasforma in avvicinamento e integrazione.
Nei primi anni Ottanta lei lanciò con grande successo internazionale la Transavanguardia, i contenuti concettuali ritiene che siano ancora significativi nella contemporaneità?
Assolutamente sì in quanto la Transavanguardia è una condizione di libertà contro ogni schematismo e ogni ideologia.
Ma cos’è, in effetti, la Transavanguardia?
Sono cinque artisti che hanno creato uno spazio personale iconografico senza una scuola di riferimento e, soprattutto, che ogni volta ti sorprendono.
Anche la Triarte con Angeli, Festa e Schifano è una sua creatura?
Quando sono arrivato a Roma erano già artisti conosciuti, con loro ho avuto subito un bel dialogo. Con Schifano ho avuto un grande rapporto personale e familiare. Tre artisti diversi ma bravi tutti e tre, Schifano era particolarmente veloce e immediato.

La sua Biennale del ‘93 ha fatto epoca e se ne parla ancora; crede che negli anni ce ne sia stata un’altra che abbia avuto lo stesso spessore culturale? Quale ha apprezzato di più?
Sono consapevole che la mia Biennale sia diventata un modello a livello espositivo, multidisciplinare e trasversale. Francamente credo che le altre siano state Biennali rispettabili ma scolastiche, prevedibili.
Ce n’è una che le è piaciuta particolarmente?
Fortunatamente no. Io voglio bene alla Biennale di Venezia, che mi ha dato tanto, per cui mi aspetto sempre qualcosa. Pedrosa è una persona preparata, aperta, penso che darà un carattere personale a questa edizione.
Pensa che oggi la figura del curatore d’arte sia cambiata?
Il ruolo del curatore si è moltiplicato ed è diventato sempre meno creativo, ma io non sono un Curatore, sono un Guaritore. Curare non vuol dire organizzare ma si deve partire da un’idea personale capace di permettere ai critici di assumere un ruolo protagonista. Io sono contro la critica servile, sono per un’interlocuzione: l’artista crea, il critico riprende.
Oggi, alla luce dei cambiamenti che ci sono stati, come dovrebbe essere concepita la Biennale di Venezia per essere attuale?
Non glielo posso dire sennò poi mi copiano [ride]. La mia speranza è una Biennale aperta a un ruolo sempre più internazionale, non territoriale.
Del mercato e del sistema dell’arte cosa ne pensa?
Penso che sia un mercato in fermento: le fiere sono affollate di visitatori, di acquirenti e il fatto che tutto un ambiente crede nell’opera è positivo. Come ho teorizzato negli anni Settanta: l’artista crea, il critico riflette, il gallerista espone, il collezionista tesaurizza e il pubblico contempla.
C’è una differenza tra pittore e artista?
Pittore è uno che fa un mestiere, anche rispettabile, l’artista è quello che fugge a ogni conoscenza preventiva e ogni volta attraverso l’inciampo arriva al risultato finale. Quella dell’artista è una condizione superiore.
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