Il mio nome è Dalia Jacobs e sono un’artista multimediale di Khalil, in Palestina. Sono onorata di condividere le mie esperienze di artista palestinese in esilio che naviga nel paesaggio e nei suoi effetti sulle nostre geografie, sulle nostre vite e nella nostra immaginazione.
In qualità di artista sfollata, conosco bene le sfide affrontate dai creativi palestinesi che vivono sotto l’occupazione e, nel tempo, sono arrivata a comprendere l’esperienza dell’esilio palestinese sia come artista, sia come essere umano.
La lotta per creare liberamente all’interno dell’occupazione, sia interna sia esterna, è una lotta costante. Ed è proprio la necessità in quelle condizioni socio-politiche e di ordine globale che ci spinge alla creazione.
Eppure, per essere palestinese cresciuti nel nostro Paese, le nostre creazioni artistiche portano sfumature di dolore e rabbia. Esiste un bilancio tremendo nella nostra mente, sulle nostre emozioni e su tutta la nostra comunità, essendo costantemente costretti a uno stato di resistenza. Se non ci è concesso alcun riposo, se siamo costretti a essere brutalizzati solo su un palcoscenico pubblico, allora a cosa si riduce il nostro lavoro? Creiamo per spingere contro la disumanizzazione, per rivendicare le nostre voci e le nostre vite. Fissiamo un paletto nel terreno e chiediamo al mondo di ricordare che siamo qui, che siamo vivi.

Sono palestinese, e in questo senso comprendo me stessa. Mi sono impegnata nel mio lavoro e nel mio mestiere, e continuo a farlo, non solo per fare luce e celebrare i nostri mezzi di sostentamento, ma anche per portare un messaggio di speranza alla comunità globale, e solidarietà attraverso la cultura e il dialogo. Nella liberazione, a ciascuno di noi viene assegnato un compito, specificato in base ai nostri talenti. Così concepisco il mio ruolo per la dignità: fondato sulla mia arte.
Cultural Fusion è il mio attuale progetto in corso d’opera, che invita gli spettatori a impegnarsi e a testimoniare lo scambio culturale come un modo per comprendere il nostro impegno globale gli uni verso gli altri. Faccio eco all’appello che ci dobbiamo tutti gli uni gli altri, e il primo posto per iniziare a capire la nostra umanità condivisa è attraverso l’esperienza. Qui, tendo la mano, questa è la mia patria. Questo è il paesaggio che mi ha plasmato e il modo in cui navigo nel mondo che mi circonda. Cultural Fusion esplora le complessità dell’identità e della resilienza in un mondo frammentato attraverso la fotografia. Le prime quattro immagini della serie sono disponibili sul mio sito web daliajacobs.com

I Only Exist è un’altra serie parallela a Cultural Fusions. Si tratta di una raccolta di autoritratti che si addentrano nelle complessità emotive dello spostamento, osservando l’esilio e l’amore per la vita, il desiderio di casa. Esploro la perdita e il ritorno nei loro stati dialettici attraverso le comunità costruite in esilio.
Sono anche attivamente coinvolta nella curatela di mostre audiovisive con una fondazione d’arte nel Nord Africa, in Tunisia, dove amplifico le voci emarginate e promuovo il dialogo globale.
Il mio lavoro non è solo un riflesso di un’esperienza personale basata unicamente sul mio mondo interiore, ma una testimonianza dello spirito duraturo della creatività di fronte all’occupazione e all’esilio. Spero, attraverso il mio lavoro, di mostrare l’intimità della resistenza nelle sue dimensioni.
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