Ho sempre creduto che l’arte contemporanea fosse veramente tale quando riusciva a rispondere ai suoi scopi, tra i quali quello di fotografare il suo tempo, gli eventi che lo hanno contraddistinto, le vicende che hanno avuto la forza di incidere sul costume e sui pensieri della società.
Goya dipinge La Fucilazione del 3 maggio nel 1814 e con una enorme tela racconta, prendendo in un certo senso posizione, la strage di sei anni prima della quale si macchiarono le truppe napoleoniche durante la guerra di occupazione spagnola.
Picasso dipinge Guernica nel 1937 e con una tela di rara potenza descrive un dramma, quello del bombardamento dell’omonima cittadina basca.
Grosz paga con l’etichetta di artista degenerato, costretto a diventare cittadino americano, le tante tele e i tanti disegni realizzati tra il 1924 ed il 1933, con i quali racconterà la degenerazione della società tedesca – non priva di responsabilità da parte dei vincitori della I Guerra Mondiale – che portò un popolo intero ad abbracciare una ideologia devastante, quella Nazista.
Nel 1971, alla Galleria Barozzi di Venezia, Fabio Mauri presenta per la prima volta Ebrea, la performance più efficace di cui io abbia memoria in relazione all’Olocausto.
In tempi molto più recenti Federico Clapis ha ricevuto critiche molto severe, di natura puramente ideologica a mio avviso, per aver realizzato la sua installazione Welcome (?) con la quale ha cercato di farsi narratore, narratore artistico ma pur sempre narratore, di uno dei più grandi drammi del nostro tempo che si chiama: immigrazione.
Se è vero come è vero che l’arte è essenzialmente comunicazione, non posso non riflettere su quello che percepisco come un silenzio sin troppo discreto da parte dell’arte stessa relativamente ai numerosi, controversi e scottanti temi degli anni che stiamo attraversando. Mentre leggete questo testo, dovete sapere che, nel mondo, sono in corso cinquantasei diversi conflitti, per quanto noi sentiamo parlare di solo due di questi. Dovete sapere che si stanno ripresentando le condizioni geopolitiche post belliche della Seconda Guerra Mondiale che, come conseguenza, hanno portato alla cinquantennale contrapposizione tra oriente e occidente. Non è un segreto che se la disputa cino-americana, che avvolge l’isola di Taiwan, dovesse aggravarsi, potrebbe diventare il preambolo di qualcosa a cui un nome non vogliamo dare, già e solo per la paura di pronunciarlo. In tutto questo, un pianeta sempre più surriscaldato da una emergenza climatica senza precedenti, alla quale apparentemente nessuno vuole porre rimedio, vive la più massiccia crisi migratoria nella storia di sempre. Insomma, come dire, qualcosina sta accadendo?
Dentro a questo schema sembra però che l’arte rimanga concentrata su un aspetto dal quale non riesce, o forse non può più, prescindere: il mercato come unico centro di attrazione gravitazionale. Ben inteso, io di mercato delle arti ci vivo! Quindi mi guarderò bene dal criticare gratuitamente un sistema che oggi rappresenta concretamente una forma di investimento funzionale e collaudata. Mi limiterò a fare quello che faccio faccio sempre, armato del mio inguaribile ottimismo: sollevare la questione speranzoso che “i produttori d’arte” ricomincino a parlarmi del mio tempo.
Immagine di copertina – Francisco Goya, La fucilazione del 3 Maggio 1808, 1814, Museo del Prado, Madrid
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