Il Romanzo segreto del colore, nostalgia di tinte perdute

Chrysanthemums by a Stream, c. 1715–30 or after. Possibly by Ogata Kōrin (Japanese, 1658–1716).The Cleveland Museum of Art, Gift of the Hanna Fund, 1958
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Non ci pensiamo mai, ma vi è una storia sottile, quasi sussurrata, che corre parallela a quella maestosa dell’arte: è la storia del colore.

Un’epopea fatta di polveri preziose, di alchimia, di profumi e intuizioni geniali. Se potessimo percorrere a ritroso i secoli, ci accorgeremmo che il viaggio dal Rinascimento ai giorni nostri non fu solo un succedersi di stili, di movimenti, di botteghe, di artisti, ma una progressiva e talvolta malinconica trasformazione dei pigmenti stessi, da tesori rari sino a mere e globalizzate merci comuni.

Il lusso e la leggenda (Rinascimento e oltre…)

Immaginiamo le Gilde del Rinascimento, dove l’accessibilità a certe tinte era un segno di opulenza e importanza. Il Blu Oltremare, ottenuto dai lapislazzuli macinati e importati da terre lontane (oggi l’attuale Afghanistan), erano così costosi che venivano spesso riservati al manto della Santissima Vergine Maria. Giorgio Vasari, nelle sue Vite, non si limitò a narrare la biografia degli artisti, ma tramandò anche il loro rapporto con questa materia prima, una relazione fatta di parsimonia, rispetto e sapienza tecnica. Ogni sfumatura vantava un aneddoto; quasi un sacrificio. Il Rosso di Cadmio e il Giallo Cromo, introdotti con la chimica moderna, sostituirono pigmenti pericolosi come il Giallo d’Orpimento (solfuro d’arsenico) o il Verde Rame (acetato di rame).

Vi era un tempo in cui “il colore” non era un semplice tubetto da spremere, ma una reliquia da custodire, e questa rarità infondeva un’aura sacrale nell’opera finita. Impossibile non provare oggi una punta di nostalgia per quell’impegno quasi mistico, per quella fatica che rendeva ogni pennellata un evento assoluto ed altissimo.

Tra scienza e sentimento (Ottocento e Novecento…)

Il XIX secolo, con l’avvento della sintesi chimica, ruppe gli antichi incantesimi. I colori divennero più stabili, più brillanti e, soprattutto, economicamente più accessibili. Questo non spense la passione per la “mestica”, anzi, la liberò. I pittori impressionisti, per esempio, poterono portare i loro cavalletti all’aperto, non più vincolati alla lenta preparazione dei pigmenti in studio, inseguendo così le fugaci variazioni della luce e modellando la nascita della pittura “en plein air”.

Ma è nel XX secolo che la storia si fa intimo racconto. Il colore non è più solo sostanza, ma essenza spirituale, quasi un’identità. Consideriamo Yves Klein; un artista che, con un gesto di pura poetica, brevettò una tonalità: l’International Klein Blue (IKB), un blu oltremare saturo e opaco, che per lui rappresenta la libertà e l’infinito. Il suo colore fu la sua firma, la sua filosofia. In questa scelta radicale si manifestò definitivamente il desiderio di tornare alla purezza, di isolare la sensazione dal racconto.

Questa verticalizzazione per la singola tinta si riflesse anche negli studi teorici. Pensiamo al novecentista Augusto Garau, che con le sue riflessioni (e le sue opere “immateriali”) sul colore e il vuoto, raccolse l’eredità di chi cercò di decifrare il significato intrinseco delle tinte, dalla cromoterapia al simbolismo, dal Bauhaus alla OP Art.

L’eco nel linguaggio comune

Oggi, l’eredità cromatica e tonale di questi secoli non è solo relegata nei musei, ma radicata nel nostro linguaggio comune. Quanti termini tecnici del passato sono ora divenuti espressioni quotidiane? Non parliamo forse di un’opera come un “quadro Tiziano” per evocarne i rossi sontuosi? O di un “blu Giotto” per il suo cielo spirituale? La storia del colore è entrata così in profondità nella nostra cultura che le sue sfumature sono diventate aggettivi universali, senza che si debba necessariamente conoscere l’origine del pigmento medesimo.

Ecco il vero punto di rottura: un tempo il colore era un vincolo fisico, un costo, ma ancor più un segreto. Oggi è una libertà estetica, una scelta immediata, ma forse, anche un po’ meno magica e meno al servizio di una sintesi definitivamente (ma non irreversibilmente) votata al puro concettualismo.

Sì, forse proviamo una sottile nostalgia per i tempi in cui il lapislazzuli doveva viaggiare mesi e mesi per tingere il manto di una figura Sacra. Quel viaggio, quella spesa, quell’attesa, rendevano la pittura una liturgia di Fede. Forse, nell’accessibilità degli strumenti moderni, abbiamo guadagnato in espressione, ma abbiamo smarrito un velo di quella sacralità e di quel romanticismo che scrissero nella storia il romanzo segreto del colore.


Immagine di copertina: Chrysanthemums by a Stream (dettaglio), c. 1715–30 or after. Possibly by Ogata Kōrin (Japanese, 1658–1716). The Cleveland Museum of Art, Gift of the Hanna Fund, 1958


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