Vilhelm Hammershøi. Quando l’occhio che si mette in ascolto sente tutto

Installation views, Vilhelm Hammershøi. The Eye That Listens,Kunsthaus Zürich, 2026. Photos Franca Candrian, Kunsthaus Zürich
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Le stanze non sono vuote, ci sono cose, e talvolta persone, eppure il vuoto si avverte, prende possesso dello spazio, si affaccia come una presenza inaspettatamente dialogante. Le strade non sono mai silenziose, si sente bene quando ci si mette in ascolto del minimo fruscio. I volti che appaiono rilassati e naturali non sembrano turbati, eppure il pensiero scivola oltre lo sguardo, si interroga su chi c’è davvero, dietro quelle espressioni posate. La luce, che accarezza nello stesso modo le nuche di giovani donne e le geometrie ortogonali degli arredi, scivola dentro le stanze come una sonata sommessa, cerca un trillo in un oggetto di ceramica bianca, poi subito si placa. Per Vilhelm Hammershøi (Copenhagen,1864-1916) la calma, l’assenza di eventi, la pacatezza, non sono solo un’ intonazione cromatica, sono una disposizione dell’animo, che cerca la quiete delle cose per mettersi in ascolto dell’inquietudine dei cuori.

Chi ha già avuto la fortuna di visitare la mostra dedicata all’artista danese alla Kunsthaus di Zurigo (fino al 25 ottobre) ha già potuto mettersi in ascolto, chi non la visiterà potrà ancora cercarne l’eco nel bel catalogo che la documenta, con testi dei curatori Jonas Beyer e Sandra Gianfreda affiancati dai contributi di Ramón Andrés, Florian Illies, Clara Marcellán e Peter Nørgaard Larsen.

Ma quello che questa pregiata pubblicazione – benché riccamente illustrata con sensibile attenzione alle delicate cromie dei dipinti – non può davvero restituire di questa mostra è la capacità di guidare il visitatore alla concentrazione e all’attenzione per il dettaglio, un’attitudine indotta, o almeno rafforzata, grazie all’allestimento. Se, infatti, il criterio secondo il quale vengono esposte le opere è un aspetto che spesso trascuriamo di commentare, a meno che non sia particolarmente spettacolare (o invasivo), qui va detto che l’equilibrio tra quadri e spazio espositivo è stato costruito trovando una perfetta armonizzazione, cioè giocando su quell’attenta misurazione delle tonalità, dei vuoti e dell’illuminazione che costituisce la cifra più riconoscibile dell’artista. Con una sobrietà che lascia pieno respiro ai lavori di Hammershøi, in gran parte di formato molto contenuto e apparentemente ripetitivi nel soggetto, l’allestimento beneficia, infatti, di una sequenza di stanze misurate e allineate, che consentono di creare punti di fuga tra una porta e l’altra, facendo sentire lo spettatore incluso come in un gioco di spazi intercomunicanti tra pittura e realtà, incasellati gli uni negli altri, come seguendo un ordine ritmico.


Installation views, Vilhelm Hammershøi. The Eye That Listens,Kunsthaus Zürich, 2026. Photos Franca Candrian, Kunsthaus Zürich
Installation views, Vilhelm Hammershøi. The Eye That Listens, Kunsthaus Zürich, 2026. Photos Franca Candrian, Kunsthaus Zürich

La relazione con l’ascolto e il suono, richiamata dal titolo Hammershøi. The Eye that Listens, è in effetti un’evocazione quanto mai pertinente della poetica di questo autore, la cui riscoperta, avvenuta solo negli ultimi due decenni, ha messo la sua opera al centro di una lunga serie di mostre, delle quali questa, realizzata in collaborazione con il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid (che l’ha ospitata la scorsa primavera), è la più importante retrospettiva museale di sempre. Difficile da incasellare, benché la sua vita sia precisamente inserita nella cornice cronologica del Modernismo europeo, e difficile da reperire, dato che la maggior parte dei suoi lavori si trovano (o trovavano) in piccole collezioni private, Hammershøi ha iniziato ad ammaliare il grande pubblico internazionale solo un secolo dopo la sua scomparsa. E se la vertiginosa risposta del mercato, che si è prontamente impennato registrando una crescita esponenziale del prezzo delle rare opere in vendita, ne ha ormai suggellato il posizionamento tra i grandi maestri più desiderati, il motivo del suo successo ha qualcosa di perturbante. Nel suo silenzio, nella sua intima connessione con il mistero del quotidiano, sembrano trovarsi risposte: aperture sull’intimità che restituiscono all’arte la funzione di una soglia, o piuttosto della complessità delle soglie, in quel gioco di porte con cui lui talvolta si spinge a suggerire labirinti, nascosti dentro ordinati appartamenti borghesi.

Eppure, il suo non è stato un mondo di splendore e nemmeno di radicali tormenti: lontano dalla frivola energia della Belle Époque, ma equamente distante dalle sperimentazioni delle Secessioni e delle Avanguardie, era per vocazione un contemplatore di vicinanze. Pittore di solida formazione accademica, interessato a pochi contemporanei, come James McNeill Whistler, e piuttosto affascinato dalla poetica di Vermeer, amico di numerosi musicisti e lui stesso violoncellista dilettante, Vilhelmamava la ripetizione dei soggetti e la frequentazione di luoghi familiari. Lì, dove nulla era sorprendente, egli provava e riprovava variazioni di composizione e di punto di vista, creava gli accordi per ogni nuova inquadratura, come davanti a uno spartito che ogni volta si può far vibrare diversamente, senza snaturarne la melodia. La mostra, strutturata per nuclei tematici – paesaggi, vedute, interni, ritratti – ben restituisce dunque questi ritorni di sguardo, questo suo provare e riprovare nel tempo. E, a cornice della sua inconfondibile maniera, propone anche alcuni accostamenti, ad esempio con pittori del Nord che lo hanno preceduto per ispirazione, quali Jacobus Vrel, Gerard ter Borch, Adolph Menzel, ma anche successivi, come il belga Michaël Borremans (Geraardsbergen 1963), che oggi ne riprende certe atmosfere spaesanti.


Vilhelm Hammershøi. The Eye That Listens
03 luglio 2026 – 25 ottobre 2026
Kunsthaus Zürich


www.kunsthaus.ch/en/
@kunsthauszuerich


Immagine di copertina: Installation views, Vilhelm Hammershøi. The Eye That Listens,Kunsthaus Zürich, 2026. Photos Franca Candrian, Kunsthaus Zürich


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