Dopo un ventesimo secolo segnato dai conflitti e dall’oppressione politica, la Corea del Sud vive, a partire dagli anni Novanta del Novecento, una rapida ed esponenziale crescita economica e culturale. In pochi anni si afferma il fenomeno noto come Hallyu, ovvero “flusso della Corea”, che investe politiche culturali, industrie creative e nuove tecnologie. L’inarrestabile flusso diventa presto tendenza: il K-pop, la K-Beauty e la K-art?
La mostra presentata al MASI di Lugano prende avvio da questo interrogativo: è ancora possibile parlare di “arte coreana” quando i linguaggi e i contenuti si confrontano con una comunità che supera ogni confine nazionale?
K-NOW! Korean Video Art Today, visitabile fino al 19 luglio 2026, curata da Francesca Benini e Je Yun Moon, ironizza attraverso il titolo, K-NOW, la tendenza occidentale a intendere la cultura coreana come oggetto da classificare e imitare, ma pur sempre distante da noi.
Per andare oltre a tale pregiudizio, le due curatrici hanno selezionato otto artisti la cui pratica è quasi interamente basata sulla videoarte; immateriale, trasferibile e replicabile ovunque, il video per sua natura supera le barriere temporali e geografiche mettendo già di per sé in crisi la dicitura “K-”.
Nati tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, gli artisti in mostra radicano le proprie opere nel contesto politico e sociale coreano, ma usano la propria voce – quella di un’intera generazione – per parlare di tecnologia, corpo, memoria, trauma e migrazione. Come spiega Francesca Benini, negli otto lavori presentati si alternano fra loro tre macro categorie che, quasi involontariamente, sono andate a definirsi nella scelta delle opere: memoria storica, immaginari tecnologici e lo schermo come spazio performativo. Comunicando con voci e metodi ogni volta diversi, gli artisti sono in grado di parlare a un’intera comunità globale, dimostrando la potenza della video arte e la sua capacità innata di essere transnazionale.
“In un’epoca in cui le geografie culturali si intrecciano e i confini tra locale e globale diventano sempre più fluidi, dai lavori in mostra al MASI emerge non solo la trasversalità di temi comuni alle società contemporanee, ma anche la forza transnazionale della videoarte come strumento di percezione, memoria e narrazione del contemporaneo” affermano le due curatrici del progetto.
In un percorso immersivo, le otto voci creano un racconto pungente, a tratti scomodo, mettendo in luce la potenza dello sguardo e la responsabilità del “vedere”, cambiare prospettiva, allargare i propri orizzonti, riconoscersi nei traumi e nelle esperienze degli altri.
È uno scorrere dilatato nel tempo quello in cui il pubblico è immerso con l’opera Citizen’s Forest (2016) di Chan-Kyong Park. Videoinstallazione a tre canali dove in un panorama boschivo si alternano rituali sciamanici e cerimoniali, mostrando il lato più disperato e nascosto dei fatti tragici della storia coreana recente. Jane Jin Kaisen con i video Offering (2023) e Wreckage (2024) riflette sul tragico massacro dei civili sull’isola di Jeju da parte dell’esercito sudcoreano nel 1948. Al centro dell’azione le donne della cultura Haenyeo, donne apneiste, simbolo dell’isola e della sua resistenza.
La memoria storica cede il posto al racconto delle condizioni di vita dell’uomo contemporaneo e al suo vivere in costante interconnessione. Delivery Dancer’s Sphere (2022) di Ayoung Kim e ROLA ROLLS del collettivo composto da Nahee Kim, Cheonseok Oh e Hwi Hwang, catapultano il pubblico in un mondo – presente e futuro – distopico, accelerato, dove la prestazione e la performance sono le uniche forme di riconoscibilità sociale.
Il ruolo giudicante della società capitalista è raccontato anche da Sungsil Ryu. Una live twitch portata all’estremo vede protagonista l’artista stessa mentre spiega al pubblico come diventare un cittadino premium; benvoluto, pronto ad aiutare gli altri e sempre fortunato: basta comprare la carta di cittadinanza di prima classe.
Il percorso prosegue con Onejoon Che e l’opera Made in Korea (2021), un inno alla Corea del sud che ha ospitato l’artista afroasiatico, affrontando così con il linguaggio musicale il delicato tema dell’emigrazione africana in Corea.
Aspetti comunitari e politici caratterizzano anche il lavoro di Sojung Jun in Green Screen (2021). Girato nella Zona Demilitarizzata tra le due Coree, il video mette in luce una grande e dolorosa contrapposizione: la natura sconfinata e il confine politico e militare.
Attraverso un mosaico di schermi e testimonianze, la mostra ospitata al MASI oltre a presentare una panoramica sulla scena artistica sudcoreana contemporanea, scardina i pregiudizi legati a essa: non più una cultura ‘altra’ da osservare a distanza, ma uno specchio in cui riflettersi. In un intrecciarsi tra memoria e presente, gli otto artisti dimostrano che il video, nella sua natura immateriale e migrante, è il linguaggio definitivo per narrare un mondo dove i confini perdono valore, lasciando spazio a una visione collettiva.
K-NOW! Korean Video Art Today
a cura di Francesca Benini e Je Yun Moon
8 marzo 2026 – 19 luglio 2026
MASI – Museo d’Arte Svizzera e Italiana, Lugano
Immagine di copertina: Veduta dell’allestimento K-NOW, Korean Video Art Today, MASI Lugano, Svizzera, 2026. Foto © MASI Lugano, fotografo Luca Meneghel
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