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Valeria Tassinari

L’esplosivo magma di colori e scintille specchianti, di forme fluide e tornite, di cuori, fiori, ali, soli, occhi e bocche turgide aperti alla vita, non sarà forse bastato a lenire l’inquietudine da cui è sgorgato, ma resta un invito irresistibile alla rigenerazione nella natura e alla felicità dello sguardo, una canzone pop che invita a ballare, una visione folle e dionisiaca che trascina altrove. Dietro, sotto, a spingere da dentro, ci sono un viaggio, un sogno e molti dolori.

Il viaggio di ispirazione era stato nel 1955 (due anni dopo il ricovero in una clinica psichiatrica) quando – nella Barcellona lussureggiante, fiabesca e misteriosa del parco Güell di Gaudí, a venticinque anni Niki de Saint Phalle aveva fatto la sua prima esperienza immersiva e salvifica della sinergia tra arte e natura. Il sogno, tante volte in seguito ricordato, era poter ripetere da qualche parte quell’incanto colorato, per portare gioia nel mondo.

Quanto ai dolori, se non sono scomparsi, sono comunque sparsi nel mazzo dell’esistenza, si confondono tra le carte; come qui, dove la pazza pelle di mosaico, i grandi ventri abitabili delle sculture, il profumo di Maremma croccante di cicale, raccontano tutto insieme in un gioco serrato, e così il male si perde nella bellezza, e anche il Diavolo, la Morte, l’Appeso, hanno attributi d’oro.

 

Niki de Saint Phalle
Una panoramica del Giardino dei Tarocchi. Foto © Peter Granser/2021 Fondazione Il Giardino Dei Tarocchi.

 

Il Giardino dei Tarocchi è un viaggio nell’universo dell’artista franco-americana, tra le gambe, i seni e le braccia delle sue Nanas e nei sentieri liberi di quel suo inconfondibile immaginario simbolico e rutilante, che in diversi contesti internazionali ha trovato espressione ma che solo qui, a Garavicchio (Capalbio), è diventato giardino, villaggio d’oltremondo, paese delle meraviglie. Come germinati dal declivio della collina, tridimensionali e talvolta persino architettonici, i ventidue Arcani Maggiori ai quali Niki de Saint Phalle ha lavorato per anni – dal 1979 al 1996 – perché abitassero questo luogo appartato, sono giganti schierati in ordine sparso, un esercito di custodi in libera uscita a vegliare tra terra e cielo.

Una squadra di Titani e Titanesse, intenti a guardare lontano, intercettando le traiettorie degli uccelli che sfrecciano, e qualche volta si abbagliano, per questa potenza luminosa nata dal gioco di carte che rappresenta il lato oscuro dell’esistenza umana. Per Niki de Saint Phalle, affascinata dall’atmosfera esoterica del Sacro Bosco di Bomarzo e dalla filosofia esistenziale, i Tarocchi erano, infatti, la chiave per capire e accettare l’imperscrutabilità, il caso che combina le trame del destino nell’ordito armonico della natura.

Per questo li ha scelti, e caparbiamente li ha voluti, autofinanziandosi un’impresa altrettanto titanica per costi, tempi e complessità, e lavorando fondamentalmente in solitudine, sebbene con l’appoggio di amici e aiuti: dalla famiglia Caracciolo che le ha messo a disposizione un’area incontaminata, ai numerosi collaboratori artistici, fino all’amato Jean Tinguely, come lei pioniere del Nouveau Réalisme e formidabile strutturista delle sue prime creature. Di lui qui restano evidenti solo poche sculture cinetiche e rugginose.

 

La scultura che rappresenta L’imperatrice. Foto ©Peter Granser/Fondazione Il Giardino Dei Tarocchi.

 

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