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Michele Ciolino

 

“Mi piace presentarmi come un artista concettuale che lavora nel regno del reale e della percezione. Il mio soggetto è la realtà, i simboli e il potenziale di significato”.

Leandro Erlich

 

“Non è un sol mondo, una sola terra, un solo sole; ma tanti son mondi quante veggiamo circa di noi lampade luminose… ma se infiniti sono i mondi e le galassie, l’uomo non può essere il privilegiato del creato. Tanto meno lo è un unico popolo, appartenente alle molteplici e poliedriche razze umane.”

Con queste parole, nel “De infinito”, Giordano Bruno si consegnava alla sorte del rogo. La sua “visione” degli “infiniti mondi” era troppo avanguardista per la Chiesa del tempo e ne metteva in discussione il potere temporale. Quegli “infiniti mondi” nella contemporaneità sono evoluti a tal punto da costruire finanche delle “nuove dimensioni”: i mondi virtuali. Oggi è possibile “vivere nel metaverso”, interagire nel mondo virtuale, persino acquistare immobili e frequentare corsi scolastici.

 

Leandro Erlich
Leandro Erlich, Classroom (2017), courtesy Leandro Erlich studio

 

I nostri occhi “mentali” cercano sempre di più una dimensione che prescinda dal reale, dal quotidiano e addirittura la ricerca spaziale ci vuole condurre, anche solo in viaggio turistico, verso nuovi pianeti. In questo contesto di ricerca di nuovi approdi dimensionali, Leandro Erlich ci propone, invece, il suo personale “metaverso del reale”. Visitare la mostra “Oltre la soglia” a Palazzo Reale a Milano (dal 22.04.2023 al 04.10.2023 a cura di Francesco Stocchi) significa andare oltre la percezione della realtà apparente, cercare il “metaverso” celato all’interno di ciò che osserviamo, cercare il concetto.

I lavori di Leandro Erlich sono in grado di generare emozioni quali lo spaesamento, la percezione di assistere a qualcosa di magico e proprio per questo sono in grado di generare dubbi. Come una vera e propria esplorazione nel metaverso, anche la relazione del pubblico con le opere di Erlich è elemento fondamentale del suo progetto artistico, vi è un “noi” che si muove e interagisce con ciò che lo circonda.

 

Leandro Erlich, Hair salon (2008), courtesy Leandro Erlich studio

 

Leandro Erlich si descrive così: “Mi piace presentarmi come un artista concettuale che lavora nel regno del reale e della percezione. Il mio soggetto è la realtà, i simboli e il potenziale di significato.” Si tratta di un reale, tuttavia, concepito affinché “… si apra all’immaginazione, sovverta la normalità, ripensi la rappresentazione e proponga azioni che costruiscono e decostruiscono situazioni per sconvolgere la realtà…” “Guardare all’interno” di un’opera di Leandro Erlich, significa cercare anche “altro”.

Seguendo quella ricerca che supera l’esteriore siamo stimolati poi a fare altrettanto con noi stessi. Così succede con opere come “Lost garden”, “Changing rooms”, “Infinite staircase”, “Classroom”, tutti lavori ove l’artista, attraverso l’uso dello specchio, ci confonde e ci disorienta portandoci alla riflessione interiore. In questi lavori, l’architettura del quotidiano si apre ad altri significati.In “Lost garden”, in particolare, quella costruzione triangolare con due finestre sulla facciata e un giardino al suo interno aspira a creare profondità nell’esperienza banale degli spazi quotidiani, suggerendo uno stato di nostalgia permanente.

Vi è un contrasto tra “ciò che è perduto” (Lost Garden) e l’immagine idilliaca del giardino. Anche in “Changing rooms” troviamo specchi a figura intera che ci circondano su tre lati; sono specchi che creano lontananza piuttosto che mostrare il nostro riflesso. Si finisce in un labirinto di camerini immersi in un gioco di illusioni e vuoti. Anche in questo caso le emozioni si confondono, la confusione e la paura di perdersi si intreccia con la meraviglia dell’incontro.

 

Leandro Erlich, Shikumen (2004), courtesy Leandro Erlich studio

 

In “Classroom” le due stanze con le quali siamo invitati a interagire si riflettono l’una con l’altra dandoci la sensazione di apparire quali fantasmi in un’antica classe di scuola. Siamo così invitati a confrontarci con i nostri ricordi archetipici, con le nostre storie d’infanzia.

Qual è il nostro rapporto con le immagini che osserviamo durante un viaggio, quelle che ci scorrono davanti ad un finestrino di un treno o di un aeroplano? In “quelle aperture sul mondo che scorre” di Leandro Erlich (“Global Express”) appare un mondo segnato dalla tecnologia dai confini fluidi ed instabili, un mondo in cui tutto si fonde in un unico “reel globale”.

Lo stesso mondo globale e tecnologico è quello ove tre barche che sembrano galleggiare sull’acqua in realtà sono collocate su una superficie attivata da un computer che le fa dondolare creando una sensazione di galleggiamento (Port of Reflections).

 

Leandro Erlich, Infinite staircase (2005), courtesy Leandro Erlich studio

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