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L’Eldoradò sperduto del Sahel. Un’esperienza di teatro in Africa

Disegni murali dopo Tunka a Tanghin (Burkina Faso) 2022, ph Espace Culturel Gambidi
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Eldoradò, con l’accento sulla ò, è una parola che ho sentito spesso nei villaggi più sperduti del Sahel. Davvero non so perché, forse il film di John Wayne ha lasciato una memoria in quei villaggi dando un nome a qualcosa di concreto: la terra verso cui si va alla ricerca dei soldi.

‘L’aventure’ (‘Tunka’ in bambara) è il termine che lì si usa più comunemente per la migrazione irregolare; e questo è il nome di uno spettacolo che gira nei villaggi del Mali e del Burkina Faso da quattro anni, raggiungendo decine di migliaia di spettatori che certo non vanno a teatro tutti i giorni. Per raccontarlo brevemente, devo accennare alcuni fatti che per noi europei non sono ovvi.

1. L’Africa è immensa e la maggioranza dei suoi abitanti non è concentrata nelle città. 2. La migrazione – irregolare per definizione, perché nessuno può ottenere visti – deriva soprattutto dalle campagne. Chi migra fa un salto culturale enorme derivando da un mondo agricolo e arcaico. 3. I motivi del viaggio Sud-Nord per il lavoro stagionale sono antichissimi e innanzitutto climatici, data l’impossibilità di coltivare tra gennaio e maggio, il periodo di ‘soudure’. 4. Essendo divenuti instabili i paesi del Nord dove storicamente si andava per il lavoro stagionale (fare il muratore in Libia o Tunisia) ed essendo ormai ingolfati i paesi del Sud (fare il raccoglitore in Costa d’Avorio o Senegal), l’Eldorado si è spostato verso l’Europa. 5. Dietro a un giovane che parte “all’avventura” c’è quasi sempre un intero villaggio o una famiglia che finanzia la costosissima impresa.

Disegni murali dopo Tunka a Tanghin (Burkina Faso) 2022,Eldoradò, ph Espace Culturel Gambidi
Disegni murali dopo Tunka a Tanghin (Burkina Faso) 2022, ph Espace Culturel Gambidi

È solo ricordando queste circostanze che possiamo comprendere l’importanza di un teatro che interessa nei villaggi solo perché parla di qualcosa di concreto e sensibilizza sui rischi e le alternative alla migrazione irregolare: il teatro finisce sempre con un grande dibattito con l’intero villaggio sui contenuti dello spettacolo.

Ideato da Maurizio Schmidt per il progetto CEE Awartmali e per l’OIM, ha preso spunto da centottanta interviste a migranti e loro parenti nel Sahel, in Spagna e in Italia.
Una compagnia di dieci attori, musicisti e tecnici panafricani, sotto la guida di Ildevert Meda (testo) e Luca Fusi (regia), ha poi trasformato quelle registrazioni in uno spettacolo popolare. La “carovana” dello spettacolo ha così riportato il materiale delle interviste teatralizzate nei villaggi del Sahel in cui erano state fatte.

Un forte tema emerso dai racconti dei migranti è stato da subito quello della ‘honte’: la vergogna del ritorno al villaggio nei non pochi casi di rimpatrio. La honte dipende anzitutto dall’aver dilapidato i beni della famiglia e del villaggio. Ma anche da motivi più profondi: l’aventure è per i più giovani una esperienza di iniziazione e dimostrazione di coraggio che rende degni del matrimonio e spesso va a sostituire i rituali più tradizionali. Spesso a spingere il giovane è stata la morte del capofamiglia, la competizione tra mogli nella famiglia poligamica, e il giovane migrante, spesso minorenne, subisce dalla struttura patriarcale una grande pressione.

Disegni murali dopo Tunka a Ouahigouya (Burkina Faso), Eldoradò, 2023, ph Espace Culturel Gambidi
Disegni murali dopo Tunka a Ouahigouya (Burkina Faso) 2023, ph Espace Culturel Gambidi

Gestire il fallimento del rimpatrio è davvero molto difficile. Il giovane migrante che non è riuscito a farsi europeo si ritrova in Africa dopo aver vissuto cose terribili, ma difficilmente ha il coraggio di tornare al villaggio: rimane perciò sospeso tra due mondi e non appartiene più a nessuno dei due. Spesso crolla, inizia a bere o a darsi alla microcriminalità. Per questi giovani africani si stanno aprendo molti centri di ricovero e accoglienza in Africa.

Di questo fenomeno parla Tunka girando nei villaggi e raccontando una realtà spesso ignota agli anziani e alle madri. Il testo racconta di un centro di accoglienza per rimpatriati in cui stanno aumentando in forma preoccupante i casi di suicidio. Per superare il dolore uno dei migranti propone di raccontarlo, vincendo il pudore e facendo insieme uno spettacolo teatrale. Con difficoltà vince la resistenza degli altri e lo spettacolo diventa così una sequenza corale di storie esemplari di migrazione e fallimento.

Tutto ciò che viene raccontato è realmente accaduto e spesso gli attori incontrano tra il pubblico gli autori delle testimonianze. Lo spettacolo stimola la produzione di pitture murali che resteranno per anni sui muri dei villaggi. È così che artisti africani raccontano ai migranti di domani, l’immensa platea di bambini che sono più della metà della popolazione, nella loro lingua (in diulla o in bambara), come l’arte possa nascere dal dolore della estraneità alla propria terra e possa essere il modo per lenire quel dolore.

@awartmali

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