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Christian Marinotti

Radiografia semiseria di un’astinenza

Il Covid, nell’immane disastro del suo corso, ha avuto il pregio di farci riflettere su tutto ciò che abbiamo perduto a causa dei vari e sincopati lockdown. Abbiamo così maturato in quest’ultimo anno una fortissima nostalgia per tutto ciò che si faceva prima, seppur distrattamente e con una certa routine, dalla frequentazione di cinema e teatri alla visita di mostre e persino delle fiere d’arte.

Dico “persino” perché – diciamoci la verità – delle fiere d’arte non se ne poteva più già prima. Tutte uguali: stesse gallerie, stessi artisti, stessi incontri, stesso chiacchiericcio, stesse file, stessi disservizi…

Vogliamo parlare, ad esempio, dello stress nel trovare una stanza a Basilea? Magari – disperati – pure in condivisione, un giorno io, due giorni tu; e quando si sbagliavano i giorni e il letto ero uno solo matrimoniale? No vabbè, lasciamo perdere. Stesso copione coi ristoranti la sera, quando con la schiena a pezzi per essere stati in piedi dodici ore filate e la testa come un pallone per il brusio incessante degli open space fieristici, non vedevi l’ora di sederti e consumare un bel pasto con gli amici in santa pace: nein, alles besetz! Non ultimo il senso di ottundimento che si avverte già dopo tre-quattro ore consecutive in una fiera, una vera e propria occlusione della vista alle immagini, quasi si andasse incontro ad un inevitabile full out percettivo. E tutto questo pur di esserci, pur di dire di aver visto quello che non ci aveva nemmeno convinto per davvero o di annuire compiaciuti alla domanda se avevamo visitato quella tal galleria o la talaltra manifestazione collaterale in uno sperduto capannone della periferia.

Ma adesso soffriamo di crisi di astinenza; dura ammetterlo, ma è così. Soprattutto crisi di informazione, di aggiornamento: cosa hanno prodotto gli artisti nel frattempo e quanti ne sono nati di nuovi durante il lockdown?

E le gallerie: chi ha chiuso, chi ha resistito, chi ha riaperto? Vero è che al di là del mercato, ossia della fiera come piazza per l’esposizione e la vendita delle opere, le fiere più ancora delle gallerie rappresentano una formidabile occasione per conoscere novità e cambiamenti, invenzioni e trasformazioni, sguardi e tendenze.

Ma negli ultimi dieci anni, su per giù, questa prerogativa si è obiettivamente perduta, dominando vieppiù la scena il conformismo. Gli artisti che più ti colpivano alla Biennale, per esempio, te li trovavi venti giorni dopo in bella mostra a Basilea, adeguatamente etichettati e prezzati.

Le fiere insomma, come una sorta di circo che, con un calendario ben programmato e serrato, piantano le tende in ogni angolo del globo per proporre un po’ sempre le stesse cose, salvo naturalmente le debite eccezioni.

fiere
Un’immagine di uno stand del MiArt. Courtesy MiArt.

Ma il consumatore è fatto così (non il collezionista, quello vero, del quale ho scritto nel mio ultimo articolo sul precedente numero di questa stessa rivista…) e gli piace quel che piace agli altri, meglio se a moltissimi, dunque sarebbe un delitto non approfittarne, non sfruttarlo a dovere, a ben vedere persino un po’ se lo merita.

Però l’inganno si è fatto nel tempo davvero stucchevole prim’ ancora che riprovevole, e tutti vi hanno partecipato nutrendosene a sazietà, sia i galleristi ma anche gli artisti. Circa una quindicina d’anni fa, forse venti, Candida Höfer ebbe un’esplosione di mercato, di domanda e quotazioni e così le fiere erano letteralmente inondate di sue opere o almeno così mi pareva. Poi mi avvicinavo alla didascalia di quell’ennesima mensa dai tavoli nudi e le sedie ben ordinate, per scoprire che l’autore dello scatto era un altro, emulo della grande fotografa, furbo epigono di quel brand vincente.

Ma adesso che pare sia finita la peste, si spera tutti in una ventata di novità. Ci auguriamo dunque non venga liberato dalle ragnatele dei depositi tutto l’invenduto pre-Covid, ma si possa guardare arte nuova o almeno rinnovata, come speriamo sia la vita che ci attende.

 

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