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Christian Marinotti

Esistono ancora i collezionisti oggi? Lancio subito la mia provocazione e rispondo: no! Si possono mai collezionare azioni e obbligazioni? Certo che no, tutt’al più si posseggono. E questo vale anche per le opere d’arte. Possederne tante, anche in numero spropositato, non fa del proprietario di esse un collezionista. Non è la quantità di denaro investito che conferisce la qualifica di collezionista, al massimo attribuisce quella di ricchezza. La patente di collezionista dipende esclusivamente dalla motivazione sottesa all’acquisto di un’opera d’arte.

Di recente ho cenato con un imprenditore molto facoltoso che sciorinava con orgoglio gli artisti della sua scuderia (eh sì, non le opere della sua collezione) come fossero i nomi di Corporation emittenti di vantaggiosi strumenti finanziari: Rothko, Basquiat, Rothko, e poi Fontana, quattro tagli e sei buchi… In poco più di trenta secondi ha messo sul tavolo almeno cento milioni di imponibile di sole opere d’arte, senza conoscere né la Rothko Chappel di Houston, né i principi dello Spazialismo. Certo, per acquistare un dipinto o una scultura non bisogna sostenere un esame di storia dell’arte, tuttavia, allo stesso modo, quell’acquisto non è sufficiente per promuovere alcuno al rango di collezionista.

Ciò che spinge il collezionista autentico nella sua acquisizione di un’opera non è la bontà dell’investimento finanziario, né l’ottenimento di indulgenze per un posto nella società che conta, né il vanto suscitato dallo stupore altrui per tanto patrimonio. E cosa allora? Non è semplice da descrivere, poiché fa parte della dimensione spirituale o, se preferite, immateriale di ciascuno: potrei azzardare dicendo la fascinazione estetica e per alcuni anche e soprattutto la ricerca del senso, accogliendo in loro la capacità dell’arte di sbloccare la mente, di aprire il pensiero all’interpretazione dei fatti e delle cose del mondo, così come di interrogarsi dell’ignoto e del mistero della vita, insomma di “schiudere prospettive inattese”.

 

collezionista
Cornelis de Baellieur, Interior of a Collectors Gallery of Paintings and Objets d’Art, 1637.

 

Tra il collezionista e l’opera poi si accende un innamoramento improvviso, si è chiamati ad essa, rapiti, cosa che raramente penso accada ad un agente di borsa verso le azioni, supponiamo delle Generali. Sete di guadagno, di prestigio, di avanzamento sociale non appartengono alla sfera del collezionista, che spesso rischia anche di diventare povero pur di assecondare la sua passione, di inseguire quell’opera e quando non riesce – perché il collezionista autentico può anche non farcela – allora gli rimarrà il rimpianto e di quanti rimpianti è lastricata la via del collezionismo… Se invece le 40 mila obbligazioni di BMW ti sono state soffiate la mattina, vorrà dire che ne prenderai altrettante di Toyota il pomeriggio e nessuno soffrirà mai dell’occasione mancata.
Il collezionista inoltre è tendenzialmente compulsivo, a volte ingenuo, poichè vero. Si innamora sempre, si innamora di ogni opera che vuole, tanto che le pareti di casa o delle case non bastano più e allora si allestiscono quella rogna senza fine dei magazzini (qui il collezionista che dico io si riconoscerà in queste mie parole). Insomma il collezionismo è un affare di cuore, oltre che un moto dello spirito.
Voglio esasperare la mia provocazione che vuole il collezionista un sacerdote della passione e non uno speculatore, un compratore per lucro o anche, e più semplicemente, per scopo. Infatti, forse, a ben vedere, non è nemmeno un collezionista colui che acquista un quadro per appenderselo alla parete bianca del suo salotto nuovo, così come non può ritenersi un collezionista di mobili antichi colui che ha deciso di arredare in quello stile la sua nuova casa.
Esagero ovviamente (ma in cuor mio nemmeno tanto), quel che è certo è che la raccolta di un collezionista autentico la individui subito, poiché vi riconosci il proprietario: può essere troppo articolata, piena di incongruenze e fughe, in avanti o indietro, può apparire in altri casi monotematica fino all’eccesso tanto da sembrare persino maniacale, ma sempre avrà carattere, così come accade per l’allestimento delle case frutto della sedimentazione di mobili e oggetti di una vita, rispetto a quelle “chiavi in mano” arredate per tuo conto dall’architetto di interni.
Putroppo le degenerazioni del mercato attuale (di cui ho scritto proprio nel numero precedente di questa stessa rivista) sono di tali proporzioni da aver prodotto anche una mutazione nella specie del collezionista. Il collezionista oggi è talmente condizionato dalle mode e dalle quotazioni, che la figura romantica ma vera del collezionista da me descritto induce quasi allo sbalordimento o, per i più cinici, alla tenerezza, come se in una scena occupata da supereroi, Avengers o Avatar venisse catapultato il giovane Werther. Ma poi, chi è ‘sto Werther…?

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