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Christian Marinotti

Eh sì, perchè ogni epoca a suo tempo è stata contemporanea. Tutto infatti è contemporaneo nell’atto del suo palesarsi e del suo svolgersi.
Ma in questa nostra attuale contemporaneità abbiamo esteso, snaturandola, questa categoria temporale. Oggi tendiamo ad aggettivare il tempo − “contemporaneo”, appunto − , attribuendogli un significato diverso e ulteriore della semplice attualità. Con esso si vuole indicare l’innovazione, il cambiamento, il mai visto prima, l’unico, l’originale, se non addirittura il rivoluzionario.
Questa novità interpretativa ci pone però non poche difficoltà e più di un imbarazzo nella classificazione delle opere d’arte e degli artisti della nostra epoca.
Letteralmente “contemporaneo” è ciò che appartiene al nostro tempo, che è a noi coevo. Dunque se ne deduce che tutte le opere prodotte da un artista vivente sono contemporanee, a noi contemporanee. Voi mi direte: ovvio! Mica tanto: perchè un artista vivente può avere diciotto anni, così come può averne novantotto.
Tra l’uno e l’altro, viventi entrambi ed entrambi a noi contemporanei e persino tra di loro simultanei, può intercorrere quasi un secolo…
E allora, secondo la nuova concezione che l’attuale epoca assegna a ciò che è contemporaneo, possiamo considerare e definire contemporanea l’arte prodotta dal novantottenne, seppure vivente in ottima salute e ancora operativo? Quanti di questi grandi maestri, giustamente celebrati, hanno coniato il proprio segno, la propria invenzione formale diventata poi il loro tratto distintivo già negli anni Sessanta o Settanta, dunque cinquanta o sessant’anni fa e che a tutt’oggi continuano a riproporre declinandola nelle più svariate fogge e modalità? Costoro saranno mai oggi, anzi adesso, innovativi o rivoluzionari? O piuttosto godono della rendita di quella loro invenzione artistica, di quel loro stile diventato inconfondibile ma, ormai, passato alla storia, sia nel senso di trascorso che di adeguatamente riconosciuto e premiato?

 

arte contemporanea
Installazione di Anselm Kiefer al Grand Palais, Parigi, 2007. Foto Raphaël Labbé.

Il secolo breve, che nella sua velocità di andamento, di svolgimento, pare avere un abbrivio che sospinge, sincopandolo, anche l’attuale, il XXI, ha indotto a rattrapire anche la categorizzazione delle epoche. Così l’arte contemporanea risulta essere soltanto l’arte di ora, l’arte dell’adesso e, altrettanto, l’innovazione finisce per coincidere con la novità e il senso del cambiamento con il gradimento della critica che lo trasforma in moda, confezionandolo a puntino e gettandolo come un’esca appetitosa nel mercato delle bocche inconsapevoli, abbindolate e fameliche del consumismo dell’arte.
Dopodiché persino l’art system, rendendosi conto della stortura ingenerata ha dovuto correre ai ripari e misurare e denominare ex novo la periodizzazione della storia. Risulta così che l’arte contemporanea viene fatta decorrere dall’ultimo decennio del secolo scorso, al massimo dagli anni Ottanta, quella precedente diventa “post war” e quella precedente ancora l’arte del Novecento, alle spalle del quale si apre la voragine buia e spaventosa della preistoria…
Ma allora mi chiedo, Anselm Kiefer, con i suoi settantasei anni cos’è? Tenuto conto che nel 1980 aveva trentacinque anni, è un contemporaneo o un post war? E Kazimir Malevič e il suo quadrato bianco su fondo bianco?
Contemporaneo o prossimo a scivolare nel pleistocene? Ma se non è innovativo o rivoluzionario lui e dunque ultra contemporaneo, chi sennò?

 

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