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Christian Marinotti

Premesso che del mercato dell’arte m’importa poco e che non sono un appassionato di prezzi, ma – semmai – di valori, dei valori dei quali l’arte è portatrice e del pensiero e del senso espressi dalle sue opere, dovendo anche ammettere che pure da collezionista ho sempre vissuto l’acquisto come un abbraccio più che un investimento,
ebbene, ciò detto, mi si chiede che ne sarà di questo benedetto mercato dell’arte dopo le devastazioni economiche
di questa inesausta crisi sanitaria.

Spererei davvero alla malora, con tanto di teche di squali in formalina in coda per essere svenduti a quattro lire ai musei di scienze naturali. Ma non sarà così. Sereni, state tutti sereni, perchè come dicono gli anglosassoni too big to fail; troppi soldi investiti di troppa gente influente, ed anche poco raccomandabile se si dovesse trovare azzerato il prezzo milionario pagato per qualche cagnolino colorato e lucente come una palla di Natale. Insomma il mercato dell’arte è sopravvissuto, e a ben vedere si è pure ingrassato, ad ogni crisi degli ultimi vent’anni (Subprime, Lehman Brothers, ecc.) e supererà anche questa.

Certo non senza mietere vittime tra gli “operatori” che inevitabilmente falliranno (galleristi, intermediari ed altri ancora), ma piano piano di nuovi ne sorgeranno ed il circo glamour e liquido a dismisura del mercato dell’arte riprenderà il suo show, i suoi tour mondani tra Biennali, Documente, Manifeste e le Art Basel in franchising nelle mete top del globo come le griffe più conclamate. Troppi soldi investiti ho detto, ma anche troppi da investire che aspettano. Interi comparti dell’economia mondiale continuano ad andare a gonfie vele, dai tecnologici al narcotraffico, dalle materie prime alla prostituzione, dai farmaceutici al gioco d’azzardo e tutta la ricchezza che producono deve trovare collocazione.

Una collocazione che non preveda le regolamentazioni stringenti del mercato finanziario, gli atti notarili, così come transazioni troppo complesse e tracciabili, che non necessiti di amministratori, bilanci, revisioni, controlli e che sia meravigliosamente esentasse. E a quel punto poco importa se a questi capitali viene rifilato un acrilico del ventottenne Tom Adams a 146.000 dollari ad un’asta mattutina di New York, l’importante è che mantenga il prezzo, perché altrimenti son guai, e non per Tom Adams che tanto nessuno sa chi sia (nemmeno io, me lo sono inventato ora…).

 

mercato dell'arte
Max Ernst, L’Ange du foyer, 1937.

 

Forse nelle pieghe di questa crisi qualcuno, molto pochi in verità, si starà ponendo la domanda sulla reale coerenza esistente tra il prezzo da pagare per la gran parte delle opere battute alle aste ed il loro reale valore artistico. È culturalmente onesto che un Max Ernst, uno Schwitters e un Boccioni, tutti assieme, non bastino per comperare un Jeff Koons?

Mah… Di sicuro la crisi colpirà i giovani, o comunque il mercato primario europeo, a causa del lockdown, dell’assenza di manifestazioni fieristiche e più in generale espositive, mentre l’America continuerà ad alimentarsi dalla speculazione sopra descritta.

Oggi viviamo in un mercato dell’arte che non è in grado di esporre la propria merce e questa contraddizione conduce all’oblio dell’artista, fatto grave soprattutto per coloro che devono farsi conoscere ed apprezzare.

Personalmente non vedo la rete come un’alternativa. È vero che la nuova ed imperante realtà virtuale ci ha reso tutti dei voyeur, ma in tutta franchezza trovo ben poca soddisfazione a fare il guardone dell’arte; un’opera non può essere vista dal buco della serratura, va ammirata nella sua interezza, bisogna riconoscerne la tecnica, avere il contatto con la sua matericità ed essere pervasi dalla sua atmosfera.

Tempi duri dunque per questi artisti giovani o anche meno giovani, viventi ma non ancora conclamati, e così per i galleristi che hanno creduto e investito in loro. Tempi duri ed anche tempi buttati; il virus ha bloccato il tempo di tutti noi, ciasuno di noi vive sospeso in attesa, in attesa di certezza o almeno di notizie, di informazioni.

Quando tutto riprenderà, perchè riprenderà, così come accaduto per la seicentesca peste manzoniana o la più recente
Spagnola, allora conteremo i danni anche dell’art system; ma il mercato, quello con la M maiuscola, quello del secondario o dell’artista noto e consolidato, quello ne sarà uscito indenne, senza nemmeno un graffio. Per buona pace degli squali paralizzati in formalina, divenuti loro malgrado strumenti finanziari di un mercato sempre più vorace, onnivoro, che tutto mastica, che tutto digerisce.

 

 

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