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Christian Marinotti

L’arte italiana tra provincialismo e globalizzazione

Nemo profeta, né in patria né fuori

Mentre nel 1912 Boccioni, giunto a Parigi sul finire dell’anno precedente a capo del drappello storico dei pittori futuristi, si stava apprestando a terminare l’allestimento della prima mostra internazionale del movimento alla galleria Bernheim Jeune, decise di inviare un invito formale a Guillaume Apollinaire, il mentore dei cubisti, scrivendo provocatoriamente in perfetto gergo marinettiano: “Noi pittori futuristi lavoriamo accanitamente per prepararci alla nostra esposizione da Bernheim, il campo dove fra due mesi metteremo i nostri cannoni in battaglia!”.

E in effetti i cubisti nella loro fissità monocolore vennero letteralmente presi a cannonate dal dinamismo sfrenato e dall’esplosione cromatica dei futuristi. Les italiens avevano scompigliato con la loro fantasia e prorompenza una tendenza, quella cubista, che stava diventando ormai una moda cui aderire con compiaciuto e snobbistico conformismo.

Il risultato fu che i futuristi a Parigi ebbero vita breve, osteggiati da più parti, ma il segno che lasciarono fu profondissimo. Tutta la successiva generazione di artisti che aveva assistito a quello “scontro” ne trasse ampiamente spunto, introducendo nella propria pittura vistose componenti futuriste: dall’orfismo di Robert e Sonia Delaunay, alla Section d’Or dei fratelli Duchamp, a Fernand Léger, sino al “lontano” Malevič; per non parlare dell’enorme debito nei confronti di Marinetti del Dada di Tristán Tzara e del Cabaret Voltaire.

Arte italiana tra provincialismo e globalizzazione. Vaso di Duchamp.
Marcel Duchamp, 1917.

E in Italia? Per lo più i futuristi non vennero capiti e altrettanto poco apprezzati; confinati nell’illustrazione di campagne pubblicitarie e cartellonistiche e senza un granché di seguito collezionistico. Più fortuna, si fa per dire, ebbe la retorica futurista, scimmiottata e strumentalizzata dalla magniloquenza dell’oratoria fascista oltre dieci anni più tardi, che vide nell’enfasi dell’eloquio marinettiano un alfabeto formidabile per i propri proclami politici e per la propria propaganda ideologica.

E prima dei futuristi analoga sorte, se non peggiore, toccò a un gigante della scultura del primo Novecento, Medardo Rosso. Trasferitosi a Parigi nel 1889 dove si tratterrà sino al 1914 per ben venticinque anni, acquisendo la cittadinanza francese e conquistando da quel palcoscenico cosmopolita il favore unanime della critica, salvo quella italiana che tardò molto ad accorgersi di lui, considerandolo a torto e per lungo tempo un artista dal tratto bozzettistico e aneddotico.

Al contrario, l’arte italiana degli anni Venti e Trenta, il Realismo magico e l’immensità di Arturo Martini, all’estero si conoscono? Mah…. Già in Italia i bigotti del moralismo perbenista arricciano il naso per l’adesione al fascismo di taluni di loro, come Martini e Sironi, e così siamo noi italiani i primi ad affossarne l’arte.

E oggi? L’arte italiana del terzo millennio di quali esiti internazionali gode, di quali riconoscimenti, di quale mercato? Tolto Cattelan, quali i rappresentanti della nostra arte contemporanea che potremmo realmente definire “internazionali”, ossia battuti alle aste di Londra e New York, presenti in mostre museali all’estero o in gallerie di rinomata importanza fuori dei confini nazionali? Rudolf Stingel, Francesco Vezzoli, una volta Vanessa Beecroft, oggi non più pervenuta, e poi?

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