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Francesco Boni

La prima volta non si dimentica, anche se forse a volte sarebbe davvero meglio riuscire a farlo. Per me l’incontro iniziale con Mario Schifano arrivò in un pomeriggio del 1958: avevo solo 14 anni, lui presentava una mostra personale alla galleria La Salita ed era già un piccolo grande uomo, mi guardava dall’alto verso il basso come si può fare con un semplice e inesperto ragazzino.

Tutto il mio entusiasmo nel conoscere direttamente un artista che avevo sentito vicino da subito, dalla primissima “visione” di una sua opera, si scontrò con quella fastidiosa sensazione di essere emarginato, non ancora pronto. Come uno schiaffo forte, senza che avessi alcuna voglia di svegliarmi in realtà. Avrei imparato con il tempo che probabilmente neanche la differenza di età, in quel frangente, avrebbe potuto essere considerata come discriminante decisiva per quel suo atteggiamento di distacco.

Da quel giorno in poi ci siamo rivisti un mare di volte, io e Mario, ma non posso certo dire di averlo frequentato. Era un tipo molto difficile, dovevi stargli dietro continuamente e dedicargli un’attenzione totale: era vita che sgorgava e si rinnovava continuamente, travolgendo tutto e tutti senza distinzione.

Uno di quegli esseri umani che in qualche modo succhia esistenza ed energia da chi gli sta intorno, anche per una
questione di velocità differenti. Un giorno ti voleva bene, un altro giorno no. Un giorno potevi essere considerato addirittura un caro amico, un altro giorno ti mandava serenamente a quel paese. Con la stessa identica convinzione, dentro una persona sola. Quella che io, però, ho sempre amato. Perché Mario è stato l’artista che ideologicamente ho sentito più simile a me.

Schiavo della droga e del sesso, ma puro e preziosissimo nel pensiero. Stimolo continuo e inesauribile dal punto di vista culturale per tutti, uno sguardo diverso. Era un uomo curioso, in continuo divenire. Guardando con attenzione ogni suo quadro la differenza, subito, appare evidente: non c’è mai un momento, un attimo solo in cui la mano possa immaginarsi ferma nel gesto. Il movimento è ininterrotto e diventa messaggio stesso, insegnamento ed evoluzione.
Certo, un giovane che lo studia oggi potrà vedere sui cataloghi centinaia di suoi quadri simili e un giorno – se avrete voglia – cercherò di spiegarvi anche il motivo di tutto questo: ma l’unica grande verità, per chi ha conosciuto Mario, è indiscutibile.

Sentiva il cambiamento come necessità interiore, era una rivoluzione… vivente. Come tutti i più grandi artisti, in ogni tempo e in ogni forma, non amava affatto ripetere sé stesso, lo lasciava piuttosto fare agli altri. Perché mentalmente era avanti, costantemente alla ricerca del nuovo.

 

Mario Schifano
Mario Schifano, 1968 – Foto ©Archivio Marcello Gianvenuti.

 

È stato lui, del resto, a capire prima di tutti – già nella seconda metà degli anni Sessanta – che ogni artista avrebbe potuto mettere i pennelli in soffitta, o almeno tenerli ancora come semplice accessorio. Ci ha illuminato iniziando a definire i contorni dell’arte del ventunesimo secolo. Il suo sguardo, attento e profondo, ha letto per primo il destino: incontrarsi e mischiarsi irreversibilmente con le tecnologie d’avanguardia. I suoi occhi da sempre, del resto, restituivano all’uomo un mondo veramente insolito e vergine, scoperto anche grazie al viaggio in America, alle sue frequentazioni.

Tra gli artisti che ho conosciuto personalmente è sempre stato il più aperto, senza muri. Amava il cinema – per esempio – e adorava l’idea di fissare le immagini. Ricordo bene che rimasi impressionato da un dettaglio, soltanto apparente: a casa sua c’erano un mare di apparecchi televisivi sempre accesi, ma per immaginarsi bene il tipo di scena bisogna partire dal fondamentale presupposto che allora non esistevano ancora neanche 20 canali!

Quando entravi, ogni volta, lui sembrava piccolo piccolo in mezzo a tutta questa luce proiettata, con quella missione gigante incastrata nel proprio cuore: catturare l’immagine, l’istante unico e irripetibile della vita, da qualsiasi parte del mondo provenisse. La mia, invece, è diventata presto quella di provare a imporlo al pubblico ancora inconsapevole.

E il mercato mi ha aiutato da subito, in questo senso, perché Schifano è stato l’unico del famoso gruppo di Piazza del Popolo a trovare un ottimo riscontro già dalle prime uscite. Si vendeva con facilità, rappresentava un’innovazione intellettuale, pittorica ed era anche l’uomo che appariva, l’uomo delle dive del cinema, il personaggio giusto per quell’epoca di cambiamento in cui tutti volevano respirare soprattutto novità.

Ha avuto una relazione con Anita Pallenberg, che sarebbe diventata poi la compagna di Keith Richards dei Rolling Stones e che lo ha portato a New York per la prima volta da Janis. Aveva gli occhi vivi e spalancati, Mario, conosceva gente dello spettacolo, della musica e dell’arte. Io iniziai a cercare le sue opere ovunque, trovandole soprattutto a La Salita di Liverani e alla Tartaruga di Plinio De Martiis, gallerie d’avanguardia che frequentavo con passione sempre più estrema. L’unico problema è che i quadri, lì, costavano molto e allora preferivo acquistarli dal suo “segretario”
Peppe Fantauzzo o da Cleto Polcina, che avevano pretese minori.

La rivoluzione stava arrivando, anche se si scontrava inevitabilmente con il concetto sacro di rispetto per le idee del passato. Ora invece lo posso dire senza paura: Mario Schifano è stato il primo a capire che la pittura in senso tradizionale era finita, come la realtà adesso dimostra chiaramente a tutti noi che arriviamo dopo. Banksy e i suoi fratelli sono soprattutto fenomeni mediatici, l’artista del ventunesimo secolo usa la fotografia, la tela computerizzata.

Oggi la “diva” dell’arte è Marina Abramovic, che non esibisce tele ma vere e proprie performance. Nella modernità dei nostri tempi addirittura una mostra di Magritte diventa tecnologica, la proiettano, anche il passato viene rivisitato e riproposto in questa chiave rivoluzionaria. L’unica che possa provare a raggiungere in qualche modo il
linguaggio dei più giovani, portando con sé la speranza di non dimenticarla, l’arte. Eppure – in totale sincerità – questo impulso determinante arrivò per la prima volta da lui.

Una deriva fatta di onde continue, nel mare della sua stessa storia personale: prima di tutto le sue incredibili serate al Piper, con Ettore Rosbach e la band Le stelle di Mario Schifano. Musica psichedelica e proiezione delle immagini della contemporanea guerra del Vietnam. Momenti indimenticabili.

Poi ancora la sua breve ma intensa ricerca diretta nell’ambito del cinema, vera passione di Mario. Dai primi tentativi del 1964 in 16 millimetri Round Trip e Reflex, fino all’amicizia con Marco Ferreri che portò alla definizione di Anna Carini in agosto vista dalle farfalle. E ancora la famosa trilogia Satellite, Umano non umano, Trapianto, consunzione e morte di Franco Bocani, realizzata con collaborazioni importanti quali quelle di Carmelo Bene, Alberto Moravia e Sandro Penna. In quei film di Schifano la trama non c’è, non sono narrativi, non raccontano una storia. Si fanno beffe dei canoni del cinema classico, sono la manifestazione improvvisa di un genere a sé stante, rappresentano lo stile di vita di chi li ha creati. Proprio come succederà con la pittura.

 

Le stelle di Mario Schifano
La cover di un disco del gruppo Le stelle di Mario Schifano.

 

Io il concetto stesso di tela computerizzata l’ho sentito uscire per la prima volta dallo studio di Mario: quando lui ha abbandonato il cinema e si è gettato nella televisione. La voleva comprendere, analizzare e ricreare a modo suo. Emergeva, chiaramente, il suo sforzo deciso di rendere leggibile il mondo mediatico e iniziava a lavorare con le emulsioni già tra il 1969 e il 1972. Quella era pura avanguardia intellettuale, non solamente pittorica, così come per quanto riguarda le performance, che aveva realizzato Renato Mambor nel momento in cui decisero di condividere lo studio (sono durati sei mesi perché litigavano sempre…).

Anche la Body Art è nata lì, nei primi anni Sessanta e grazie a loro, a questi cervelli supremi che hanno compreso, che hanno donato un passo in avanti a tutti, uno di quelli speciali che non concede più la possibilità di retrocedere o di guardarsi ancora indietro: l’arte, da quel momento in poi, si sarebbe sviluppata ben al di fuori della stessa pittura.
Dentro il cervello di Mario c’era già tutto.

Era scontroso, è vero. Ma allo stesso tempo riusciva sempre a creare empatia, incontro, anche con gli altri artisti del suo tempo. Poteva essere considerato burbero e solitario, ma amava camminare insieme. Prendere o lasciare, Schifano era così e chi lo ha amato ha sempre dovuto farci i conti: come è successo a me, che l’ho presentato a Pier Paolo Cimatti e da quel momento l’ho visto diventare – grazie al lavoro di un commerciante abilissimo – un pittore di “quantità”.

Una scelta stranamente e improvvisamente saggia, dentro la vita di un artista vero ed essenziale, arrivata nel periodo in cui è nato il figlio per cui Mario avrebbe accettato tutto, rinunciando anche ai suoi vizi, alla sua vanità e ai suoi stessi principi di non replicabilità del gesto artistico. Cimatti, dal punto di vista economico, lo ha stabilizzato e lo ha reso più ricco. Schifano, anche se può sembrare incredibile, negli ultimi anni della sua vita si è normalizzato, tenendo sempre vivi però piccoli sprazzi di genialità, spazi di fuga utili per far respirare e sopravvivere la sua intelligenza superiore: a me è piaciuto da morire, ad esempio, quando è andato in Brasile nel 1995 e a Rio de Janeiro ha iniziato a dipingere le favelas.

L’ultimo poetico scenario in cui mettere in mostra la propria unicità: perché se uno storico dell’arte di oggi volesse rileggere l’evoluzione culturale e sociale dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Novanta, gli basterebbe studiare e interpretare con attenzione l’evoluzione stessa della pittura di Mario Schifano. E questa è una qualità che possiedono esclusivamente i geni.

È per questo che io l’ho sempre considerato, indiscutibilmente, un Numero uno e continuo a farlo. Mentre la moglie, che adesso dirige il suo archivio generale, dice invece che ne parlo male. Ma anche questo è il mondo dell’arte. L’Arte, con la A maiuscola, invece è tutta un’altra cosa… e Mario lo sapeva bene. Meglio di tutti.

 

 

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