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Francesco Boni

Sono passati moltissimi anni. Una quantità di tempo tanto ampia da non permettermi di ricordare neanche una data precisa, un giorno esatto che possa definire il mio esordio in una trasmissione televisiva. Quando scavo nella memoria non c’è più, ma se si tratta di recuperare tutte le normali apprensioni che mi accompagnarono fino a quel momento, è come se oggi fossero ancora qui con me.

Ad accogliermi non c’erano gli studi di Telemarket, dove poi si sarebbe sviluppato il mio lavoro. Ero al Centro Serena di Roma e non presentai neanche i miei amati dipinti, bensì una raccolta di tappeti orientali. Come fosse una sorta di apprendistato, un percorso di conoscenza dello strumento che poi avrebbe rappresentato la pagina nuova e più importante della mia esistenza.

I dipinti, l’amore costante, non potevano restarne fuori e sono diventati presto il tema inevitabile, onnipresente, del mio viaggio televisivo. Molti, a quel tempo, la consideravano una missione impossibile. Per me è stata più semplicemente una bellissima sfida.

Sembrava effettivamente difficile che il sofisticato e autoreferente ambiente della critica potesse accettare un simile passaggio epocale, digerire un processo di semplificazione del messaggio, “abbassarsi” al punto tale da poter considerare le opere d’arte come possibile oggetto da esporre in una trasmissione televisiva. Quando ci si presenta di fronte un ostacolo apparentemente insormontabile, la passione è una delle poche armi che può davvero funzionare. Nel caso specifico mi ha dato la forza, ha fatto sì che non mi ponessi il problema.

 

mercato
Francesco Boni durante una trasmissione di Telemarket negli anni Novanta.

 

Lo confesso: inizialmente, preso dall’entusiasmo, ho sottovalutato la difficoltà principale. Il clamoroso successo di pubblico, che da subito ha avvolto il nostro esperimento, ha però soltanto posticipato il faccia a faccia con le domande. Come conciliare le esigenze commerciali di un’azienda in crescita esponenziale, con la necessità etica di presentare opere che rispettassero un valore storico ed artistico di rilievo? Come combinare il contenuto culturale, con l’urgenza di introito? Stretto in questo imbuto ho dovuto commettere dei “peccati”, o presunti tali, che i critici e gli storici dell’arte solo ora iniziano a perdonarmi. Scelte, non certo semplici ma vincenti, lette come veri e propri sacrilegi dall’ambiente in cui sono cresciuto.

Nelle mie trasmissioni ho cercato di unire, di far conoscere ogni aspetto dell’arte senza preclusioni o preconcetti. Più o meno come abbattere un muro. Ho portato sulla scena maestri dell’astratto e della figurazione, concettuali, spazialisti e Arte Povera. Ho creato un percorso non certo lineare, ma pieno di fascino, suscettibile ogni giorno a deviazioni costruite su idee nuove: dalla Cracking art alla Street art, dalla Metafisica fino al Surrealismo. E poi ancora artisti affermati delle generazioni precedenti, accanto ad artisti giovani o addirittura esordienti.

Ho sempre seguito il mio istinto, che nascondeva il sogno: presentare il panorama dell’arte del ventesimo secolo come un grande spettacolo a puntate. La fortuna mi ha sorriso e mi ha messo accanto il caro amico Gigi Montini, con cui abbiamo trasformato – passo dopo passo – un’utopia in una certezza. Mettere insieme cose differenti e apparentemente inconciliabili tra loro, contando sul solido appoggio di un unico denominatore comune: il linguaggio semplice, comprensibile per tutti, capace di esaltare i contenuti senza ipocriti intellettualismi.

Solo seguendo questa strada è stato possibile regalare, anche a chi non aveva mai frequentato il mondo dell’arte, l’opportunità di appassionarsi e diventare protagonista in prima persona. Questa è diventata la mia più grande soddisfazione: un modo tutto mio di diffondere gioia e bellezza.

Non riesco a non sorridere, ripensandoci. Anni magici, pieni di sana elettricità, in cui il mercato era in grande espansione. Uno spazio vivo, in cui si intrecciavano percorsi distanti. Quelli dei “maestri” del novecento, che già costavano cifre importanti, come Picasso, De Chirico, Chagall, Morandi, Campigli e gli altri. E poi quelli dei grandi degli anni Cinquanta e Sessanta, come Burri, Fontana, Manzoni, Boetti, Schifano e molti ancora, che invece erano raggiungibili a cifre possibili o addirittura modeste.

Erano tempi in cui dal punto di vista commerciale imperava ancora la figurazione, mentre la critica aveva già compreso il futuro. Noi, attraverso la televisione, abbiamo avuto il privilegio di poter consigliare, accompagnare verso le scelte più corrette coloro che seguivano le nostre trasmissioni, suggerire artisti che si sono rivelati nel tempo investimenti economici eclatanti.

Molti sono assolutamente convinti del fatto che per investire nell’arte si debbano semplicemente seguire i grafici dei risultati d’asta, ma non basta. Il procedimento da tener presente, per non sbagliare, è molto più complesso. In questo senso è fondamentale una ricerca duplice e parallela.

Si devono identificare, nella contemporaneità, quelli che possono essere i protagonisti diretti del cambiamento epocale, gli artisti in grado di preannunciare il domani dell’umanità. Poi bisogna capire chi sostiene quegli artisti, per diffonderli nel mondo. Conoscere il potenziale economico che viene investito, lo strumento ormai essenziale per trasformare il gesto in moda.

Soltanto seguendo questa strada si può concretamente investire con successo in arte. Perché esiste un sistema del mercato, ormai ben codificato, che proprio dalla moda ha preso spunto: un movimento, con i suoi attori, capace di creare la necessità di acquisizione dell’oggetto attraverso la pubblicizzazione dello stesso. Con i nuovi media ha trovato la sua consacrazione, in un processo spiccatamente globalizzante che richiede grandi investimenti, per dare in cambio grandi profitti.

Una precisa catena di controllo che non è pubblica nella fase di progettazione, ma diventa evidente quando la meta è stata raggiunta. Per non correre rischi si deve dunque saper leggere questo “segreto” meccanismo, decodificarlo.

Ecco il messaggio centrale che, in tante ore di diretta televisiva, ho costantemente provato a diffondere. Un modo di agire convinto, che mi ha reso bersaglio di tante critiche, alcune giustificate e altre meno. Perché quando abbatti un muro, inevitabilmente, fai rumore.

L’arte, come la scienza, è il risultato della continua necessità dell’essere umano di provare a comprendere la ragione dell’esistenza. Ecco perché il suo percorso è in continua e inarrestabile evoluzione. Ho riversato tutto il mio impegno nel condividere questa visione con chi mi ha seguito negli anni. La “scatola magica” ci ha aiutato, ma da qualche tempo è già iniziata un’altra storia…

 

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