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Francesco Boni

Immaginate un oggetto misterioso, in grado di poter cambiare completamente il modo di vivere e di interagire con il mondo intero. Per la mia generazione la televisione è stato semplicemente questo, una vera e propria illuminazione improvvisa, uno strumento magico e rivoluzionario. Ricordo ancora perfettamente, quasi fosse un pezzo di storia, il giorno in cui questo prodigio arrivò nel palazzo di via Silvio Pellico a Roma, dove sono nato. Neanche un’astronave, probabilmente, avrebbe potuto generare quegli sguardi: tutti gli occhi erano lì, curiosi e pieni di luce così come succede per gli eventi più grandi.

Quella piccola grande scatola, destinata a stravolgere irreversibilmente le nostre esistenze, diventò il pretesto per riunire il condominio intero il giovedì sera. Tutti in fila, davanti alla luce. Mia madre organizzava ogni volta un piccolo ricevimento, fu l’occasione per sanare addirittura antiche dissonanze tra inquilini.

La Tv prese naturalmente il ruolo fondamentale di mezzo di informazione quotidiano, sovrapponendosi al più consueto giornale e poi guadagnando, giorno dopo giorno, sempre più spazio e credibilità. Impossibile, in quegli anni, immaginare però già il concetto di televisione commerciale: non avevamo la minima idea delle potenzialità di questo nuovo mezzo dal punto di vista imprenditoriale, le grandi ditte davano vita al mitico Carosello – è vero – coinvolgendo spesso attori di successo nella loro pubblicità, ma il tutto era ancora saldamente in mano allo stato e alla Rai. Per molto tempo, così, i prezzi degli spot sono rimasti accessibili ed avvicinabili solo e soltanto dai grandi produttori, fino a un nuovo e imprevedibile punto di svolta.

Con l’avvento dello scintillante mondo di Berlusconi e dei suoi vari epigoni, tutto è cambiato. L’approvazione della Legge Mammì ha aperto orizzonti completamente differenti, è nato il fenomeno delle televisioni commerciali che poi è arrivato a sbattere su di me. Il mio amico avvocato De Santis mi proponeva quasi quotidianamente la possibilità di entrare in quel mondo.

 

televisione

 

Dall’altra parte del muro c’era la mia innata timidezza, pronta ad alimentare le remore insieme all’incapacità
di comprendere le enormi possibilità che quel momento – e quello strumento – mi stavano offrendo. Rifiutai e respinsi più volte quei consigli, considerando il mondo dell’arte troppo elitario per poter essere diffuso in tal modo.

Era il concetto di base, ahimè, ancora molto diffuso tra i “benpensanti”: lo usai come pretesto, soprattutto “formale”, per coprire la mia personalissima paura. Quel sentimento che ci avvolge ogni volta in cui arriva il momento di dover affrontare nuove sfide, rompere le abitudini, fare un salto verso il futuro.

Non mi sentivo pronto. Così quando Paolo Frattini, che comprese per primo la strada da seguire, mi chiese di affiancarlo nelle sue trasmissioni, io gli suggerii di puntare su mia sorella Paola, che poi sarebbe diventata l’anima e la “Regina” del Centro Serena, la Tv commerciale di maggior successo a Roma. Riuscii a resistere, insomma, per quanto mai si possa resistere veramente al destino…

 

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