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Angelo Crespi

C’è qualcosa di inquietante nei quadri di Marta Mez sotto l’apparente levigatezza del colore steso alla ricerca della più perfetta flatness. Non ci sono ombre, né sfumature. Ma proprio l’assoluta assenza di uno spessore genera per contrappasso una profondità inaudita.

L’aveva ben colto il filosofo Ortega Y Gasset che la superficie nasconde il profondo per affermarlo ed il profondo esiste soltanto perché celato dalla superficie. La sensazione quasi spaesante è quella di Dissipatio H.G., romanzo postumo assoluto di Guido Morselli, in cui si racconta l’allucinante vicenda di un uomo rimasto solo sulla terra dopo che tutto il genere umano si è volatilizzato senza spiegazione; strade vuote, case vuote, palazzi vuoti, vuoti gli aeroporti, abbandonate al centro delle strade le automobili con il motore ancora acceso.

E di fatto nelle tele di Marta Mez non compaiono esseri umani, al massimo manichini dietro le vetrine dei negozi al piano terra, ma solo e ossessivamente architetture, anzi per essere più precisi porzioni di architetture, non le più celebri o le più iconiche, come se il suo dovesse essere un inno all’arte della costruzione, semmai al contrario quasi sempre le più modeste e apparentemente insignificanti, scorci qualsiasi di Berlino, di New York, di Amsterdam.

 

Marta Mezynksa, Subway Inn, 2016, olio su tela, cm 40×40

 

L’immagine ripetuta più di dieci volte in grandi tele è, tanto per capire, quella della Casa INCIS, l’Istituto Nazionale per le Case degli Impiegati Statali, edificata negli anni Cinquanta in via Negroli 23 a Milano, frutto del delirio razionalista di un ottimo architetto come Vittorio Gandolfi, autore di numerosi progetti pubblici proprio nel capoluogo lombardo, assistito da Giusebbe Ciribini e Pio Montesi.

Un casermone per un migliaio di abitanti in alloggi duplex, con soluzioni all’avanguardia per l’epoca (per esempio gli appartamenti su due livelli), poi degradato negli anni Novanta, e infine oggi ritornato in un bel color vermiglio all’attenzione degli studiosi di architettura e degli artisti in cerca di vedute. Marta Mez, nata da padre architetto in Polonia dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Varsavia, ha avuto la sfortuna, o forse la fortuna, giunta a Milano di trovare abitazione proprio di fronte alla Casa Incis che è divenuta per lei, in quanto orizzonte prevalente, fonte di ispirazione continua.

 

Marta Mez

 

E qui vale la pena aggiungere un tassello: se non fosse una pittrice Marta Mez sarebbe probabilmente un regista di cinema. Il suo sguardo in soggettiva perlustra maniacalmente la superficie dell’edificio, ridandoci in chiave quasi da astrattista geometrica, ma senza il rigore algido tipico del precisionismo americano o russo di inizio Novecento, una porzione di esso, che sia in diurna o in notturna, di primo acchito ci conforta lo schema di pieni e di vuoti, tra pareti dense e trasparenti. Ad una seconda lettura, nasce l’inquietudine da cui abbiamo principiato, perché dietro le finestre si scorgono, appena annunciate, piccole cose, arredi, quasi movimenti inconsulti di chi vi abita, la vita che scorre dietro vetri e muri. Ed è come se Marta Mez spiasse queste vite: ne esce una sorta di sceneggiatura degna de Le vite degli altri, premio Oscar 2007, o ancora meglio di una delle pellicole più celebri della storia, La finestra sul cortile di Hitchcock, splendida metafora del voyerismo ed anche del cinema come riflessione sul guardare e sull’essere guardati.

 

Marta Mezynksa, Bicycles, 2016, olio su tela, cm 40×40.

 

Fa bene dunque Alessandra Redaelli, che ne ha curato recenti mostre, ad appaiare la vocazione di Marta Mez a quella di Hopper, “una visione metafisica del reale” in grado di restituire il mondo nello stesso tempo “gelidamente perfetto e denso di emozioni e suggestioni”. Sono però solo i riflessi, di vetri e vetrine, a suscitare questo subbuglio che resta silenzioso, quasi fossero emozioni di seconda mano, frutto di una conoscenza delle cose non primigenia: d’altronde lo aveva intuito già Platone che noi possiamo conoscere il mondo attraverso le idee prime, ma esse ci giungono in una triplice distorsione, mere ombre di idoli che si protendono al nostro occhio.

 

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