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Alessandro Riva

Ha scandalizzato l’Italia e il mondo intero per oltre tre decenni. Ha fatto cadere il papa polacco sotto il peso di un meteorite, simbolo, probabilmente, di una Storia che stava rapidamente cambiando il corso degli avvenimenti umani, sfuggendo di mano anche ai fautori del più pragmatico razionalismo politico, sociale e religioso.

Ha impiccato tre bambolotti alla quercia più antica di Milano, come in una strana favola gotica postmoderna, facendosi riempire di insulti da chi ha qualche difficoltà a capire la differenza tra la realtà e la metafora artistica.

Ha affittato spazi pubblicitari a ditte di profumi alla Biennale di Venezia, inscenato evasioni da musei, simulato furti di opere poi denunciati alla polizia, ed esposto la denuncia al posto delle opere stesse.

Ha inventato premi d’arte per convincere gli artisti a non lavorare per un anno intero, organizzato tornei di calcetti multietnici, appeso il suo gallerista al muro fino a provocargli un mancamento, organizzato finte Biennali ai Caraibi solo per farsi una vacanza tra amici, appeso una scritta luminosa “Hollywood” su una discarica palermitana, umanizzato il peggior diavolo che il Novecento ci abbia inflitto, Adolf Hitler, mettendolo in ginocchio e in preghiera, irriso la Borsa di Milano con un’opera insieme retorica e antiretorica, novecentesca e dissacratoria, formalmente “classica” e intrinsecamente ambigua, come tutta l’arte che si rispetti dal postmoderno in poi.

Fino all’ultimo, clamoroso exploit ad Art Basel Miami del 2019, con l’ormai più che celebre banana, vera e deperibile, ultima boutade in ordine di tempo dopo l’altrettanto celebre “water d’oro” piazzato nei gabinetti del Guggenheim di New York, ad uso dei visitatori.

 

maurizio cattelan
Maurizio Cattelan, Other, 2011, 54 Biennale di Venezia. Foto Pier Paolo Ferrari.

 

Maurizio Cattelan ha, insomma, attraversato l’arte a cavallo tra i due secoli come un ragazzaccio indisciplinato privo di freni inibitori, uno scanzonato bad boy irriducibilmente refrattario alle regole e alle ipocrisie, ma abituato a giocare sempre, in ogni caso, sul filo del lecito, del consentito, dell’accettabile e del legale.

Ribaltatore e rinnovatore dei codici acquisiti, Maurizio Cattelan è da sempre abituato, infatti, a galleggiare e navigare a vista all’interno del sistema, sfottendolo, criticandolo e prendendosi gioco della sua boria e delle sue ipocrisie, ma al contempo vivendoci comodamente e stabilmente dentro, vezzeggiato e coccolato come un piccolo principe dal talento bizzarro, imprevedibile e stravagante.

Se la sua stessa biografia è stata di volta in volta ricreata ad arte da lui stesso a uso e consumo della stampa (dal racconto di quando vestiva i morti all’obitorio a quello in cui faceva il venditore di gadget sacri, passando per l’infermiere e l’antennista), certo è che il suo ritorno a Milano, con una grande mostra all’Hangar Bicocca, ha suscitato fin da subito curiosità e speranza. Speranza che potesse ancora tornare a stupire, a sorprendere, scandalizzare.

E invece. Se voleva stupire, Maurizio Cattelan c’è riuscito di nuovo, a modo suo: non più provocando, però, ma, al contrario, vestendo i panni dell’artista “serio”, o addirittura impegnato (cosa che aveva sempre rifuggito e ripudiato).

 

L’opera di Miles Aldridge Untitled (after Cattelan) #4, 2016 ©Miles Aldridge.

 

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