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Bianca Cerrina Feroni

Al Castello di Rochechuart una grande retrospettiva tra memoria e metamorfosi

 

Duecento milioni di anni fa, un meteorite gigante di un chilometro e mezzo di diametro ha concluso il suo viaggio attorno al Castello di Rochechouart, oggi sede del Museo di arte contemporanea della Haute-Vienne francese, luogo incantato che preserva memoria della primigenia architettura medievale. La gigantesca esplosione, provocata dal forte impatto a 72 mila chilometri l’ora di velocità, ha distrutto qualsiasi forma di vita nel raggio di duecento miglia
lasciando il suolo impregnato di micro frammenti stellari.

“Je veux la terre de Rochechouart!” (Voglio la terra di Rochechouart), ha dichiarato Michele Ciacciofera rispondendo all’invito di Sébastien Faucon, direttore del museo. Solo le pietre conservano infatti il ricordo di questo evento straordinario e terribile della storia del pianeta, pietre che sono spesso utilizzate dall’artista italiano, in simbiosi con i fossili, per conferire alle proprie opere una profondità quasi geologica, credendo che la terra contenga una memoria più antica e radicata di quella della nostra civiltà, così come dentro di noi gli archetipi rimandano a qualcosa di primordiale rispetto alla ragione.

 

Michele Ciacciofera
Michele Ciacciofera, Morphogenesis, 2017, materiali vari.

 

Per la sua prima esposizione in un’istituzione pubblica francese, Ciacciofera ha riunito più di cento lavori realizzati negli ultimi 10 anni, che raccontano un universo biografico impregnato tanto di elementi naturali, quanto di letteratura, antropologia e politica. Alla base della ricerca dell’artista vi è la memoria, non solo legata alle proprie origini sarde e siciliane, alle due isole sempre presenti nel suo immaginario, ma anche agli incontri, con luoghi e persone che di volta in volta li abitano. Molte opere sono dunque intimamente connesse al luogo in cui nascono dove però non si concludono, poiché concepite fin dalla loro creazione come work in progress.

Il titolo della mostra, Sans commencement et sans fin, che rimanda a Montaigne, evoca questo movimento circolare nel quale la metamorfosi assume un ruolo centrale. Nessuna forma è immutabile, né mai uguale a sé stessa. “Nella vita è arduo sapere cosa è definitivamente chiuso e cosa invece è ancora aperto”, spiega l’artista, “ciò rende vivente il pensiero e l’opera umana, dato che ciò che è stato avviato da qualcuno, può essere proseguito da altri in funzione della nostra stessa evoluzione”.

 

L’artista tra alcune delle sue opere in mostra al Musée d’Art Contemporain de la Haute-Vienne.

 

Disegni, pitture, sculture, installazioni, condividono un vocabolario composto di unità semplici nelle quali si incontrano l’organico e l’inorganico, il vegetale e l’animale, l’intimo e il pubblico. L’organico, la politica e l’archivio sono dunque i tre nuclei attorno ai quali si articola la mostra dove tutto appare connesso, in un gioco di rimandi in cui l’inizio e la fine intrattengono un rapporto dinamico.
L’installazione Morfogenesis apre il cerchio. L’ambiguità formale che intercorre tra gli organismi viventi e quelli inanimati è declinata in un insieme di sculture disposte su tavoli appositamente fabbricati come isole-cellule.
Sulla cima di Earth Island, l’Isola Terra in ceramica colorata, svetta il cappello di un Ganoderma Lucidum,
il re dei funghi celebre nella medicina orientale come antidoto per raggiungere l’immortalità. Fossili e insetti provenienti dalla collezione personale dell’artista si ritrovano spesso combinati ai materiali utilizzati. Queste tracce di antichi organismi, oltre ad avere importanza in quanto depositi di memoria, ispirano la creazione di nuove forme che, mutatis mutandis, finiscono per concentrare passato e contemporaneità. È il caso di Tales of the Floating World, installazione precedentemente esposta al Petit Palais, composta da dieci sculture in vetro policromo fabbricate nella fornace Seguso a Murano. Immaginando il collasso della società globale, organismi che sfidano la classificazione tra vivente e non vivente, sembrano superstiti provenienti da un mondo lontano. Il mito delle origini si confonde con quello della fine.
Sulle pareti, le griglie di ferro in stile modernista, intrecciate con fili di lana colorata, sono disseminate di frammenti archeologici e piccoli objets-trouvés tra i quali i licheni trovati a Rochechouart, a sottolineare il legame diretto con l’ambiente circostante.

 

Michele Ciacciofera, Janas Code, 2020, ferro, lana, lichene, carta, cera.

Tutti gli oggetti recuperati ricominciano una nuova vita grazie a una “purificazione”, per mano dell’artista, che li spoglia del loro passato per inserirli in un’altra storia. Library of Encoded Time, tra le opere realizzate in situ, è una
biblioteca di mattoni che viaggia. Dopo la Cina, il Marocco, Firenze e Parigi, ecco il capitolo Rochechouart.
Segni indecifrabili che ricordano tanto la scrittura automatica che le iscrizioni preistoriche, sono realizzati su mattoni di terracotta del diciottesimo secolo trovati nell’abitazione di un’impiegata del museo. Smaltati e “purificati” dal loro passato, ovvero trasformati da materiali edilizi in opere d’arte, queste pietre recuperate perdono la loro essenza specifica per inserirsi in una riflessione più ampia sul tramandarsi dei segni nel tempo. Il loro peso, distribuito a terra in un gioco di pieni e vuoti che rimanda all’alternanza tra memoria e oblio, fa riflettere sulla smaterializzazione del sapere contemporaneo.
Anche i rami d’albero, caduti in seguito a un temporale e recuperati a Parigi vicino alla piazza della Bastille, ritrovano una seconda vita nell’insieme dei sei totem composti di materiali riciclati. Nella pittura dorata infondo alla sala, un personaggio genuflesso, “lo spettatore emancipato”, ci fissa domandandoci di stabilire un dialogo con il resto dei personaggi dalle vaghe sembianze antropomorfe. Un’esortazione a completare l’opera con il proprio sguardo.
Tra le opere d’ispirazione politica, un’installazione multisensoriale: The Density of a Transparent Wind. Dopo il petrolio, il caffè è il prodotto più diffuso al mondo. La sua storia, che si intreccia con la storia politica della colonizzazione, ispira quest’opera composta da sacchi di juta recuperati da un produttore di caffè locale e grandi sculture in vetro soffiato realizzate al CIRVA di Marsiglia.
Due file di bandiere, effigi di paesi produttori di caffè, e cumuli di merci a terra dialogano con delle giare che, come le vestigia di un tempo lontano, sembrano emergere dal fondo del mare. Al centro di questa installazione sonora e olfattiva, tra le voci dei pescatori precedentemente registrate su un peschereccio in Sicilia, il suono del vento e l’odore del caffè, ci si sente come in una barca che attraversa il tempo. Il viaggio ormai globalizzato di questa materia prima fa eco alle migrazioni che da sempre attraversano il Mediterraneo.
La mostra si chiude con l’emblematica Janas Code, installazione presentata nel 2017alla 57esima Biennale di Venezia. Ceramiche, fossili, disegni, libri costruiti con nidi d’api, riviste impacchettate, arazzi e artefatti vari sono disposti su vecchi tavoli come una sorta di corredo funebre. Il riferimento esplicito alle Domus de Janas, strutture funerarie neolitiche presenti in Sardegna, altrimenti dette “case delle fate”, ci riporta a un ideale di continuità nel quale non vi è né inizio né fine, poiché le storie e le sedimentazioni passate aprono, quasi magicamente, un varco verso il futuro.

 

La mostra di Michele Ciacciofera Sans commencement et sans fin è aperta fino al 13 settembre al Musée d’art contemporain de la Haute-Vienne, situato nel Castello de Rochechouart (www.musee-rochechouart.com). Ciacciofera lavora con le gallerie Michel Rein (Paris/Bruxelles), Vitamin Creative Space (Guangzhou/Pechino), Voice Gallery (Marrakech) e Senesi Contemporanea (Londra).

 

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